Chi ha ragione tra Meloni e Schlein sui fondi all’università?

La segretaria del PD denuncia tagli, mentre la presidente del Consiglio rivendica un aumento dei finanziamenti. Ma le due leader guardano a indicatori diversi
ANSA
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Il 20 settembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, parlando di vari temi d’interesse per i giovani. La leader di Fratelli d’Italia ha colto l’occasione per rispondere alle critiche della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sui fondi all’università. «Abbiamo portato il Fondo di finanziamento ordinario per le università al suo livello più alto di sempre», ha rivendicato Meloni. «Oggi il fondo è a 9,4 miliardi di euro», ossia «il 25 per cento in più rispetto al 2019», ha aggiunto.
Sulla base di queste cifre, la leader di Fratelli d’Italia ha accusato Schlein di usare argomenti falsi pur di attaccare il governo. Il riferimento è a un post pubblicato sui social un paio di giorni prima dalla segretaria del PD, in cui aveva accusato la destra di tagliare i fondi all’università pubblica e favorire i privati.

La risposta di Schlein è arrivata poche ore dopo. La segretaria del PD infatti ha accusato a sua volta la presidente del Consiglio di «avere problemi con la sua calcolatrice», sostenendo che durante il suo governo la spesa per l’università sia diminuita rispetto al Prodotto interno lordo (PIL). Ha poi aggiunto che un aumento dei finanziamenti inferiore all’inflazione si traduce in tagli ai servizi.

 

Ma, quindi, chi ha ragione? In breve, Meloni e Schlein guardano a due indicatori diversi. Se si considera il principale fondo destinato alle università statali, i dati confermano sia l’aumento in euro rivendicato dalla presidente del Consiglio sia il calo rispetto al PIL denunciato dalla segretaria del PD. Per valutare le accuse sui tagli, però, servono alcune precisazioni.

L’aumento del fondo

Partiamo dalle basi. Il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) è il principale strumento con cui lo Stato finanzia il funzionamento delle università statali, a partire dalle spese per il personale. Non comprende però tutte le risorse pubbliche destinate all’università: altri finanziamenti sostengono, per esempio, il diritto allo studio e l’edilizia universitaria.

Secondo il Ministero dell’Università e della Ricerca, nel 2026 il fondo ammonta a 9,4 miliardi di euro, circa il 26 per cento in più rispetto al 2019. Le cifre citate da Meloni sono quindi sostanzialmente corrette, ma si riferiscono a un aumento nominale, che indica cioè quanti euro sono stati stanziati, senza tenere conto dell’aumento dei prezzi.

Il confronto scelto dalla presidente del Consiglio comprende poi gli anni precedenti al suo governo, che si è insediato nell’ottobre 2022. Un decreto del giugno di quell’anno, approvato durante il governo Draghi, indicava già uno stanziamento di circa 8,7 miliardi. Rispetto a quella cifra, l’aumento al 2026 è di circa il 9 per cento. In altre parole, la crescita rispetto al 2019 non può essere attribuita interamente all’attuale esecutivo, perché una parte dell’aumento era già avvenuta prima dell’insediamento del governo Meloni. 

Bisogna poi specificare che l’aumento complessivo del fondo non esclude che, nei singoli anni, ci siano stati tagli, come è successo per esempio nel 2024. A fine luglio di quell’anno, la stessa ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini (Forza Italia) aveva riconosciuto alla Camera una riduzione del FFO di 173 milioni di euro rispetto all’anno precedente, sostenendo però che fosse stata in parte compensata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

Il calo rispetto al PIL

Se si guarda al rapporto con il PIL, il calo denunciato da Schlein trova riscontro. Anche in questo caso, però, la verifica riguarda il Fondo di finanziamento ordinario citato da Meloni, che – ricordiamo – rappresenta solo una parte delle risorse pubbliche destinate all’università. 

Per valutare come è cambiato il peso del fondo sull’economia italiana, abbiamo confrontato il 2022, anno di insediamento del governo Meloni, con il 2025, ultimo anno per cui sono disponibili i dati annuali del PIL. 

Secondo i dati dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), gli stanziamenti del FFO sono passati da circa 8,7 miliardi di euro nel 2022 a 9,4 miliardi nel 2025. Nello stesso periodo, il PIL italiano, misurato a prezzi correnti, è aumentato da 1.998 miliardi a 2.258 miliardi di euro. Facendo i calcoli, il finanziamento ordinario pesava sull’economia circa lo 0,43 per cento nel 2022 e lo 0,42 per cento nel 2025.

Chi ha ragione

Sul Fondo di finanziamento ordinario, entrambe le leader citano quindi informazioni corrette, ma guardano a indicatori diversi. Meloni rivendica l’aumento degli stanziamenti in euro, mentre Schlein denuncia la diminuzione del loro peso rispetto al PIL.

Come abbiamo visto, le due cose possono stare insieme. Tra il 2022 e il 2025 sono cresciuti sia il fondo sia il valore dell’economia italiana, ma il secondo è aumentato più rapidamente. Il finanziamento ordinario rappresenta quindi una quota più piccola del PIL, pur essendo aumentato in termini assoluti. L’incremento citato da Meloni non smentisce, dunque, il calo citato da Schlein.

Questo confronto, fatto senza correggere gli importi per l’aumento dei prezzi, non basta però a stabilire se gli atenei abbiano più risorse per assumere docenti o offrire servizi. Per valutarlo bisogna considerare anche quanto sono cresciuti i costi da sostenere: è qui che entra in gioco l’inflazione, richiamata da Schlein nella sua replica.

E l’inflazione?

Schlein sostiene che aumentare i finanziamenti meno dell’inflazione significhi tagliare i servizi. Il ragionamento ha un fondamento: se i costi crescono più delle risorse, le università possono avere più euro, ma riuscire a sostenere meno spese.

Nel suo Rapporto 2026, l’Anvur ha confrontato gli stanziamenti del FFO tenendo conto dell’aumento dei prezzi nell’intera economia, non dei soli costi degli atenei. Secondo questa elaborazione, tra il 2022 e il 2025 il valore reale del fondo è diminuito di circa il 2 per cento, nonostante l’aumento in euro. Anche qui conta però l’anno di partenza. Rispetto al 2019, scelto da Meloni per il suo confronto, nel 2025 il fondo valeva ancora circa il 7 per cento in più, anche dopo la correzione per i prezzi. L’analisi si ferma però al 2025 e non comprende l’aumento del 2026 citato dalla presidente del Consiglio.

Se la replica di Schlein viene riferita al FFO, i dati dell’Anvur mostrano dunque che tra il 2022 e il 2025 il fondo ha perso circa il 2 per cento del suo valore reale. Da soli, però, non dimostrano quali servizi siano stati ridotti. Così come l’aumento in euro rivendicato dalla presidente del Consiglio non basta a dimostrare che le università possano offrire di più agli studenti.

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