Il governo non la racconta tutta sugli stanziamenti agli atenei

I fondi destinati alle università sono aumentati, ma non abbastanza da coprire il peso dell’inflazione
ANSA
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Il 13 agosto Fratelli d’Italia ha rilanciato sul suo profilo Instagram una notizia pubblicata dall’agenzia di stampa ANSA, intitolata: «Più fondi agli atenei: 9,4 miliardi nel 2026». La notizia è stata commentata anche sul sito del Ministero dell’Università e della Ricerca, dove si sottolinea che «nessun ateneo registra riduzioni di finanziamento rispetto all’anno precedente, confermando il rafforzamento degli investimenti nel sistema universitario».

Secondo la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, «con il Fondo di finanziamento ordinario continuiamo ad aumentare le risorse per le università. Un impegno che si traduce in più capacità di programmazione per gli atenei, più sostegno alla ricerca, qualità della didattica e maggiori opportunità per studenti, ricercatori e docenti».
In generale, l’aumento dei fondi all’università è una buona notizia, ma analizzando i dati emerge una realtà diversa: è vero che gli stanziamenti sono leggermente aumentati, ma questa modifica ha avuto scarsi effetti economici sulla capacità di spesa degli atenei perché i nuovi stanziamenti non bastano a coprire il peso dell’inflazione.

Gli stanziamenti

I dati citati dall’ANSA sono contenuti in un comunicato stampa del Ministero dell’Università e della Ricerca. Secondo il comunicato, nel 2026 il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), il principale strumento di finanziamento delle università statali, è arrivato a 9,4 miliardi di euro. Il dato rilevante è quello di crescita: quest’anno, gli atenei avranno a disposizione 25,6 milioni di euro in più rispetto al 2025. Di fatto, rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento dello 0,27 per cento.

La ministra Bernini ha ricordato che maggiori fondi permettono una migliore capacità di programmazione, ma non è chiaro come questi finanziamenti dovrebbero bastare per cambiare le cose nelle università. Rispetto a luglio 2025, i prezzi oggi sono più alti del 2,9 per cento, per cui queste maggiori risorse non basterebbero a compensare il peso dell’inflazione (per farlo, sarebbero stati necessari 272 milioni, dieci volte tanto lo stanziamento attuale). Le nuove risorse messe a disposizione dal governo non basterebbero nemmeno a coprire il peso dell’inflazione nell’ultimo mese: tra giugno e luglio, infatti, i prezzi sono aumentati dello 0,3 per cento, più dello 0,27 per cento di crescita dei fondi universitari in un intero anno.

I fondi sono fermi da tempo

Nel comunicato del ministero si sottolinea anche che il Fondo di finanziamento ordinario è aumentato in modo rilevante rispetto al pre-pandemia. Tra il 2019 e il 2026, infatti, la crescita è stata del 26 per cento. Anche in questo caso, però, il dato va contestualizzato. Tra gennaio del 2020 e oggi, i prezzi sono cresciuti in media del 25 per cento. L’aumento sarebbe quindi bastato a malapena a coprire la perdita di potere d’acquisto degli atenei dovuta all’inflazione. Bisogna poi considerare che l’aumento dei fondi all’università non è necessariamente sinonimo di maggiore qualità. 

In qualunque caso, i governi che si sono susseguiti si sono limitati a mantenere uguale il livello di spesa in termini reali, anche grazie al supporto dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). 

Confrontando il dato italiano con quello degli altri Paesi europei emerge che la spesa italiana per finanziare l’università è sotto la media dell’Unione europea. Secondo i dati Eurostat più recenti, infatti, la spesa italiana nel 2023 era pari a 8.482 euro a studente, mentre quella dell’UE era pari a 11.627 euro annui.
Siamo sopra a Paesi simili al nostro, come la Spagna, ma anche qui il dato va contestualizzato. Innanzitutto, la “produzione” di laureati è più alta in questi Paesi: in Italia, solo il 31 per cento dei 25-34enni era laureato nel 2023, contro il 52 per cento in Spagna o il 41 per cento in Portogallo. Bisogna inoltre considerare che la spesa spagnola per l’università è simile a quella italiana, così come il numero totale di studenti universitari; la differenza sta nella dimensione dell’economia: il PIL della Spagna vale circa un quarto in meno di quello italiano. In Spagna, dunque, la spesa per studente è inferiore, ma il peso della spesa pubblica e dell’economia dedicato all’istruzione terziaria è superiore. Tra il 2013 e il 2023, si è ridotto il divario con la Francia, da circa 4 mila a circa 2.500 euro di differenza per studente, ma più per una stagnazione della spesa in Francia che per un aumento straordinario nel nostro Paese.

Il finanziamento dell’istruzione terziaria è rilevante per rilanciare le professionalità e le competenze dell’economia italiana, ma non basta far aumentare la spesa nominale per dare un’impressione di crescita. Ed è quello che è avvenuto quest’anno. Per dare uno scossone al sistema, occorre investire abbastanza risorse per compensare il peso dell’inflazione e aumentare la capacità di spesa reale degli atenei, in modo da investire nuove risorse sul personale, sui laboratori e sull’offerta delle università in generale.

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