Tassare i profitti “extra” delle società energetiche non è così scontato

Si parla di nuovo di un prelievo sugli maggiori guadagni delle società energetiche, ma gli effetti economici sono difficili da valutare
ANSA
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Il 22 agosto sei governi dell’Unione europea, incluso quello italiano, hanno chiesto in una lettera un intervento straordinario sui profitti delle società energetiche. I ministri delle finanze di Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna hanno contattato con questa richiesta la loro controparte irlandese, dato che al momento la presidenza provvisoria del Consiglio dell’Unione europea è occupata proprio dall’Irlanda. Nel passato recente, è già stato applicato un provvedimento simile: nel 2022, la Commissione europea impose un contributo di solidarietà straordinario alle società energetiche a causa dei maggiori profitti in seguito alla guerra in Ucraina.

La proposta ha attirato anche l’attenzione delle opposizioni: la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha incalzato il governo, invitandolo ad applicare fin da subito il provvedimento in Italia: «In attesa che la proposta raccolga il consenso necessario a livello UE, Meloni e Giorgetti passino dalle parole ai fatti, assumano l’iniziativa e introducano questa tassa a livello nazionale». Secondo la leader del PD, che il 26 agosto è tornata sul tema con una lettera aperta al Corriere della Sera, occorre applicare provvedimenti strutturali perché «le misure tampone non bastano più». 

La risposta della Commissione è arrivata nella sera del 24 agosto: «La tassazione degli extraprofitti è di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale». Insomma, pochi giorni dopo la richiesta del governo e la controproposta di Schlein, la Commissione ha messo fine a ogni dubbio, mettendo l’esecutivo in una posizione scomoda: non può infatti contare su una decisione europea per la tassazione degli extraprofitti, ma dovrà eventualmente prendersene la responsabilità politica per applicarla in Italia. 

Resta però da capire quale sarebbe l’efficacia di una misura del genere. Che cosa possiamo considerare un profitto realmente “extra”? Quanto gettito può produrre una tassa di questo tipo? E quali conseguenze avrebbe su consumatori, investimenti e imprese?

Il tema dei profitti “extra”

Negli ultimi sei anni, dalla pandemia in poi, si è spesso parlato della possibilità di introdurre una tassazione aggiuntiva per società che hanno beneficiato di una qualche situazione esogena (ossia esterna ai meccanismi di mercato). Ci fu per esempio il grande aumento di redditività delle banche a causa del repentino incremento dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione post-pandemica. La guerra in Ucraina ha poi portato a un intervento sulle società energetiche a livello europeo e a provvedimenti nazionali, come la tassa sugli extraprofitti delle banche in Italia, che però generò solo una piccola frazione del gettito inizialmente previsto. 

L’esplosione di nuovi conflitti in aree strategiche per il mercato energetico, come l’operazione militare in Venezuela, l’invasione di Gaza o la guerra all’Iran, hanno portato a nuove distorsioni, con le società energetiche che hanno beneficiato di profitti molto più alti della norma negli ultimi anni. Nel secondo trimestre del 2026, per esempio, ENI ha aumentato del 7 per cento la produzione di idrocarburi e del 33 per cento la capacità degli impianti di energia rinnovabile rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, ma l’utile netto è aumentato del 511 per cento.

Differenze di questa dimensione spiegano perché si parli di profitti straordinari. Una parte dell’aumento può infatti dipendere non da nuovi investimenti, da maggiore produttività o da innovazioni introdotte dall’impresa, ma da circostanze geopolitiche che fanno salire rapidamente i prezzi dell’energia. Da questo punto di vista, l’idea di tassare almeno una parte dei guadagni eccezionali può essere giustificata dal principio secondo cui una rendita prodotta soprattutto da uno shock esterno può contribuire a finanziare i costi che quello stesso shock impone al resto dell’economia.

Il problema è stabilire dove finisca il rendimento ordinario di un’impresa e dove inizi l’“extra”. La crescita è infatti legata all’andamento del mercato, non a un qualche tipo di manipolazione, e dipende dal modo stesso in cui funziona la produzione e la vendita di energia. Nel caso dei fossili, gli aumenti sui mercati vengono inizialmente compensati dalle scorte, che sono state acquistate a un prezzo più basso in precedenza e garantiscono un profitto più alto. Ma può succedere anche il contrario. In futuro, quando il prezzo degli idrocarburi diminuirà, le società si troveranno a dover “smaltire” scorte acquistate a prezzo più alto, vendendole a una cifra inferiore. È vero che spesso il ribasso è meno intenso dell’iniziale rialzo, ma questo avviene per quasi tutte le categorie di beni: dal picco dell’inflazione nel 2022 a oggi, per esempio, non c’è stata una deflazione che ha portato alla situazione precedente. 

Per le rinnovabili, invece, occorre considerare i costi variabili molto bassi: il prezzo dell’energia dipende da dinamiche di mercato, ma il costo di produzione è sempre lo stesso ed è molto limitato, dato che la generazione di energia avviene di solito da una fonte “gratuita”, come il sole o il vento. Quando il prezzo sul mercato sale a causa di pressioni sugli idrocarburi, i produttori di energia rinnovabile possono approfittarne e aumentare i propri margini, dato che cresce il prezzo a parità di costo di produzione. Questi impianti, però, hanno costi fissi di investimento iniziale che vanno recuperati nel tempo: chi decide di costruire una centrale per l’energia rinnovabile punta a questi picchi di prezzo per coprire i costi più rapidamente. Eliminare i margini più alti, senza poi compensare con sussidi al settore quando sono bassi, rischia di rendere molto più incerto e meno conveniente l’investimento in rinnovabili.

Descrivere i movimenti di mercato in positivo, però, non basta a giustificare gli enormi profitti delle società energetiche. È chiaro il meccanismo che viene sfruttato, ma non è chiaro perché questo renderebbe politicamente ed economicamente accettabili i maggiori guadagni di queste società. Va però considerato anche l’altro lato della medaglia, ossia le situazioni in cui gli affari vanno male per le aziende di questo tipo. È vero che in questo momento stanno beneficiando della situazione globale, ma è anche vero che non ricevono particolari aiuti quando i prezzi sul mercato energetico sono al di sotto della norma e la loro redditività precipita. È un discorso simile a quello dei profitti delle banche: i repentini aumenti dei tassi di interesse hanno portato a un forte aumento dei profitti nel breve periodo, ma questa crescita è arrivata dopo un decennio di tassi bassissimi, che avevano compresso per anni la redditività delle banche stesse. 

Inoltre, va considerata l’equità di un’eventuale tassazione extra: le società energetiche hanno beneficiato della situazione internazionale, ma lo hanno fatto anche altri settori. Leonardo, produttore anche di tecnologie militari, ha aumentato il proprio utile nel primo semestre del 2026 del 74 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tassare una singola categoria di aziende potrebbe sì garantire un ribilanciamento, ma solo per uno dei molti settori che hanno “approfittato” di questa situazione.

Chi paga la tassa sugli extraprofitti?

Identificare quali sono i profitti extra non è per niente semplice, come hanno sottolineato in questi giorni diversi esperti, ma non è impossibile: si potrebbe confrontare la redditività con quella degli anni precedenti, fissare un rendimento considerato “normale” oppure tassare soltanto la quota che supera determinate soglie. 

Dal punto di vista politico, la crescita degli utili di queste società è stata talmente elevata che un prelievo straordinario di solidarietà sembra a molti legittimo, ma bisogna fare i conti con le conseguenze di questa tassazione. Certo, un aumento della pressione fiscale su queste società potrebbe ricadere sugli azionisti attraverso una riduzione degli utili o dei dividendi. In determinate condizioni, però, le imprese potrebbero provare a recuperare almeno una parte del maggiore costo attraverso prezzi più elevati, minori investimenti, riduzioni dei costi oppure altre strategie. Così facendo, gli effetti negativi della tassa sugli extraprofitti finirebbero per ricadere almeno in parte sui consumatori.

Bisogna poi ricordare che le società che il governo vuole colpire sono anche le stesse che sono state sussidiate finora. In questo senso, si capisce perché Schlein sottolinei la necessità di interventi strutturali, ma una tassazione sugli extraprofitti andrebbe nella direzione opposta. Si tratterebbe infatti di una misura straordinaria, da applicarsi per una sola volta e con l’obiettivo di ottenere una “solidarietà una tantum” delle aziende energetiche.

D’altra parte, anche rinunciare completamente al prelievo ha un costo distributivo. Se lo Stato sostiene famiglie e imprese attraverso bonus, riduzioni fiscali o altri interventi contro il caro energia, quelle risorse vengono finanziate dalla fiscalità generale o attraverso maggiore debito pubblico. La domanda diventa quindi anche chi debba sostenere il costo della crisi, se l’insieme dei contribuenti oppure, almeno in parte, i soggetti che dalla stessa crisi hanno ottenuto guadagni straordinari.

Creare un sistema coerente

A questa domanda, sia il governo sia le opposizioni hanno risposto puntando il dito sulla crescita a loro dire illegittima dei profitti delle società energetiche, ma tutti gli interventi applicati o proposti finora andavano a sussidiare il consumo di energia, ossia le vendite delle società energetiche stesse. 

La maggior parte delle raccomandazioni per contrastare la crisi, infatti, si basano proprio sulla riduzione e l’efficientamento dei consumi. Offrire sussidi come il taglio delle accise e poi chiedere indietro una tassa sugli extraprofitti significa muoversi in due direzioni molto diverse, soprattutto se queste misure sono introdotte di volta in volta senza una strategia precisa. In pratica, lo Stato ha dato da un lato e tolto dall’altro, andando a tutelare il consumatore nel processo per garantire che potesse continuare a consumare energia a prezzi moderati. Il problema è che un’eventuale tassazione sugli extraprofitti potrebbe portare a un danno per i consumatori, nel caso in cui le aziende alzassero i prezzi per mantenere intatti i margini. Così, la situazione rimane più o meno stabile, senza costruire un quadro di sostenibilità economica e di accesso alle fonti energetiche nel medio-lungo periodo.

Per ottenere un impatto strutturale alcuni esperti hanno suggerito altre misure. Davide Tabarelli, presidente della società di consulenza energetica Nomisma energia ha giudicato «in modo estremamente negativo» la proposta di una tassazione degli extraprofitti. In un’intervista al Quotidiano nazionale ha parlato della necessità di rivedere la strategia energetica: diversificare i mercati da cui importiamo le fonti fossili, riducendo la dipendenza dal Medio Oriente, aumentare gli investimenti in fonti alternative, e soprattutto ridurre ed efficientare i consumi. L’elettrificazione dell’industria e dei trasporti, tra le proposte dell’UE per contrastare la crisi energetica, potrebbe per esempio ridurre di molto la dipendenza dai carburanti, rendendo la produzione dell’energia meno costosa in termini di materie prime. Anche se l’elettricità fosse prodotta da fonti fossili, infatti, la produzione in centrale è molto più efficiente di quella di un semplice motore termico, che si tratti di un’auto o di un macchinario industriale.

Strade simili sono state intraprese da altri Paesi europei. Il database dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) riporta i dati sulla produzione di elettricità in ogni Paese per tipo di fonte con cui è stata generata. Tra il 2022 e il 2024, la Spagna ha aumentato il proprio consumo di energia rinnovabile del 19 per cento. L’Italia partiva da un livello quasi identico, ma nello stesso periodo la produzione è aumentata solo del 7 per cento. Anche la Germania è stata più rapida di noi: +13 per cento in due anni. La crescita italiana è stata lenta, nonostante nel 2022 le tensioni sul gas naturale russo lasciassero intravedere l’utilità degli investimenti in forme di energia alternativa.

In definitiva, un’imposta sugli extraprofitti potrebbe fornire un sollievo temporaneo alle casse pubbliche, appesantite da tutte le misure per rispondere alla crisi energetica. Non va però dimenticato che è difficile calcolare un importo adeguato per una tassazione di questo tipo e che la sua applicazione potrebbe avere conseguenze negative, sia sul benessere dei consumatori, sia sulla propensione agli investimenti delle società energetiche. Per riuscire a essere meno esposti alle crisi sui mercati internazionali, occorre però concentrarsi su misure che abbiano un impatto nel lungo periodo e che favoriscano la nascita di un sistema energetico più autonomo dalle importazioni estere.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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