Nel pomeriggio di mercoledì 28 gennaio il Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio ha respinto il ricorso presentato dal comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il comitato contestava la decisione del governo di fissare la consultazione per il 22 e 23 marzo.

Il contenzioso era nato il 12 gennaio, quando il Consiglio dei ministri aveva stabilito le date del referendum sulla base delle richieste presentate dai parlamentari subito dopo il via libera della riforma, e approvate dalla Corte di Cassazione a metà novembre. In quei giorni però era ancora in corso la raccolta di firme popolari promossa da un comitato di cittadini, che puntava allo stesso obiettivo, cioè l’indizione di un referendum confermativo sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni.

La situazione è cambiata il 15 gennaio, quando la raccolta firme ha raggiunto la soglia delle 500 mila sottoscrizioni necessarie per presentare formalmente la richiesta di referendum. A quel punto il comitato promotore ha fatto ricorso al TAR contro la scelta del governo di fissare in anticipo le date del voto, senza attendere la conclusione della raccolta. Secondo i promotori, il governo non aveva rispettato il termine di tre mesi previsto dalla Costituzione per presentare tutte le richieste di referendum su una riforma costituzionale. Nel caso della separazione delle carriere, approvata a fine ottobre, questo termine scade il 30 gennaio.

Si è così aperto un contenzioso giuridico tra governo e comitato promotore, nel quale entrambe le parti hanno sostenuto di aver agito nel rispetto della legge che disciplina l’organizzazione delle consultazioni referendarie. L’esito della controversia non era privo di conseguenze politiche: oltre a poter determinare uno slittamento della data del voto, avrebbe potuto mettere in difficoltà il governo in piena campagna referendaria a favore del Sì.

Il 28 gennaio, in Commissione Affari Costituzionali della Camera, i partiti della maggioranza – su indicazione del governo – hanno bocciato gli emendamenti al decreto legge “Elezioni” presentati dai partiti all’opposizione per agevolare il voto degli elettori fuorisede al referendum. Secondo fonti di Pagella Politica, il governo ha motivato la sua scelta dicendo che mancano i «tempi tecnici» per organizzare il voto dei fuorisede.