Che cosa dicono gli studi sulla fuga dei milionari e le patrimoniali

Finora le ricerche non mostrano effetti automatici e duraturi sugli spostamenti di ricchezza all’estero dopo l’introduzione di questo tipo di imposta
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La proposta di introdurre un’imposta patrimoniale sulla ricchezza complessiva dei contribuenti italiani torna ciclicamente nel dibattito pubblico ed è spesso oggetto di scontro tra i partiti. A novembre la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein si era detta favorevole a un’imposta patrimoniale a livello europeo, mentre il sindacato CGIL aveva chiesto all’1 per cento più ricco della popolazione il pagamento di quello che aveva chiamato un «contributo di solidarietà».  

Quelle proposte non hanno avuto seguito nei mesi successivi. A febbraio, però, il tema è riemerso durante una puntata dello show di YouTube Pulp Podcast, in cui il leader di Azione Carlo Calenda e quello di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni si sono confrontati anche sulla tassazione dei grandi patrimoni. Secondo Calenda, «proprio perché il capitale è mobile, nel momento in cui tu provi a tassarlo, l’effetto che hai è lo spostamento». Nella sua ricostruzione, una patrimoniale spingerebbe i contribuenti più ricchi a trasferire la ricchezza all’estero, con una conseguente «perdita di posti di lavoro». Fratoianni ha contestato questa impostazione, sostenendo che «è da un’eternità che si ripete questo argomento, il cui esito qual è? Non si fa mai niente».

Il rapporto tra tassazione della ricchezza e fuga di capitali è oggetto di discussione nella letteratura economica da decenni. Le ricerche disponibili non offrono risultati univoci, ma permettono di delineare alcune tendenze e di individuare le condizioni in cui una patrimoniale potrebbe produrre determinati effetti, anche nel contesto italiano.

Di che cosa stiamo parlando

Per patrimoniale si intende un’imposta che colpisce la proprietà di un bene o, più in generale, il possesso di ricchezza. Si distingue dalle imposte sul reddito, che tassano la produzione di nuovo reddito. Se una persona percepisce un salario o un profitto, paga un’imposta su quanto prodotto; se non produce reddito, non paga quell’imposta. Una patrimoniale, invece, si applica indipendentemente dalla produzione annuale: chi possiede un immobile è tenuto a versare l’imposta prevista per il solo fatto di detenere quel bene, a prescindere dall’uso che ne fa o dagli eventuali guadagni.

In Italia esistono diverse imposte di natura patrimoniale, come l’IMU su alcuni immobili o il cosiddetto “superbollo” per le auto oltre una certa potenza. Non esiste però un’imposta generale che colpisca l’insieme della ricchezza di una persona. Un contribuente molto ricco potrebbe, in teoria, non possedere immobili e non intestarsi beni soggetti a imposte specifiche, limitandosi a pagare patrimoniali di entità contenuta, come l’imposta di bollo sui conti correnti. 

In questo quadro, la frammentazione delle imposte può rendere meno efficace il prelievo complessivo: chi dispone di grandi patrimoni può spostare alcuni beni all’estero, modificare la residenza fiscale o orientarsi verso asset meno colpiti, sfruttando le differenze tra regimi nazionali.

Che cosa dicono gli studi

Per valutare quanto questi comportamenti siano frequenti, diversi studi hanno analizzato la mobilità dei contribuenti più ricchi in presenza di imposte patrimoniali. Molte ricerche riguardano gli Stati Uniti e confrontano gli spostamenti tra Stati federati con livelli di tassazione differenti, ma esistono anche analisi relative a Paesi europei.

Uno studio del 2004 rilevava una migrazione dalle aree con imposte sulla proprietà più elevate, come la California, verso Stati con tassazione più bassa, come la Florida. Gli autori segnalavano però che la relazione statistica era debole e che l’effetto risultava solo marginalmente significativo. Ricerche successive hanno ridimensionato ulteriormente l’impatto fiscale sulle decisioni di trasferimento. Il sociologo dell’economia Cristobal Young ha osservato che solo il 15 per cento dei milionari che si spostano tra Stati statunitensi ottiene un vantaggio fiscale netto, un dato che suggerisce come le motivazioni non siano esclusivamente legate alle imposte. Nel complesso, le persone molto ricche tendono a rimanere nel luogo in cui vivono anche quando esistono alternative più favorevoli dal punto di vista fiscale.

Un caso europeo è stato analizzato in uno studio pubblicato lo scorso maggio su dati del Regno Unito. Nel 2018 una riforma ha ridotto in modo significativo la quota di reddito estero esente da tassazione per i residenti, incidendo soprattutto sui contribuenti con attività internazionali. Secondo la ricerca, nell’anno di introduzione della misura il numero di milionari che hanno lasciato il Paese è aumentato del 10 per cento rispetto al periodo precedente, mentre il totale dei “super ricchi” è diminuito del 4,9 per cento. Ma già dal secondo anno i tassi di emigrazione sono tornati ai livelli precedenti. Gli autori hanno rilevato inoltre che «la risposta media moderata dei redditi da investimenti nel Regno Unito suggerisce che la riforma non ha indotto i “super ricchi” emigrati a trasferire i propri investimenti fuori dal Paese». Una parte di chi ha cambiato residenza ha quindi mantenuto attività economiche nel Regno Unito, e il gettito aggiuntivo non è stato annullato da una fuoriuscita generalizzata di capitali.

Questi risultati attenuano l’ipotesi di effetti economici particolarmente negativi, ma le evidenze disponibili restano limitate. Gran parte degli studi si concentra sulla concorrenza fiscale interna a uno stesso Stato, mentre sono scarsi i dati sugli effetti di una patrimoniale nell’Europa continentale e, in particolare, all’interno dell’Unione europea. 

Le analisi più recenti indicano che gli effetti negativi potrebbero essere contenuti, soprattutto se le misure fossero coordinate tra più Paesi, come nell’ambito dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) o dell’Unione europea, ma le conclusioni non sono definitive.

Pro e contro

Sul piano teorico, i sostenitori di una patrimoniale generale ritengono che possa aumentare l’equità del sistema fiscale e intervenire sulle dinamiche di accumulazione del capitale. I redditi da capitale sono spesso tassati meno dei redditi da lavoro; quando i rendimenti del capitale crescono più rapidamente del Prodotto interno lordo (PIL) di un Paese, può ampliarsi la distanza tra chi detiene grandi patrimoni e chi vive principalmente di lavoro.

Chi si oppone a questo tipo di imposta parla invece di “doppia tassazione”. I profitti d’impresa, pur essendo talvolta tassati con aliquote inferiori rispetto al lavoro, derivano da un’attività che ha già sostenuto costi e imposte. Un’impresa paga tasse sul risultato netto tra ricavi e costi, e tra questi costi rientrano salari, contributi e altre voci già soggette a prelievo. Una patrimoniale sul patrimonio accumulato sarebbe quindi, secondo questa impostazione, un ulteriore livello di tassazione sullo stesso flusso di ricchezza. Per lungo tempo la teoria economica ha suggerito di tassare meno il capitale rispetto al lavoro, anche se questa impostazione è oggi oggetto di revisione nel dibattito accademico.

Come detto, l’obiezione più ricorrente resta comunque quella legata alla fuga di capitali. Secondo i contrari, un’imposta patrimoniale nazionale spingerebbe milionari e miliardari a trasferire residenza e ricchezza verso Paesi con un prelievo più basso. La libera circolazione dei capitali nell’Ue renderebbe semplice spostare attività finanziarie in un altro Stato membro per sottrarsi alla tassa. Il rischio esiste, ma le ricerche disponibili non indicano automaticamente un esodo permanente e generalizzato. Una possibile soluzione ipotizzata da alcuni esponenti politici, tra cui Schlein, è una patrimoniale coordinata a livello europeo. Al momento, però, questa ipotesi non risulta all’ordine del giorno nelle istituzioni dell’Ue.

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