La sentenza della Corte suprema sui dazi di Trump non è per forza un bene per l’Italia

Tra le altre cose, l’export verso gli Stati Uniti potrebbe perdere il vantaggio relativo costruito negli ultimi mesi
Il palazzo della Corte suprema degli Stati Uniti a Washington – AFP/BRENDAN SMIALOWSKI
Il palazzo della Corte suprema degli Stati Uniti a Washington – AFP/BRENDAN SMIALOWSKI
Nelle scorse ore i partiti di maggioranza e quelli di opposizione si sono divisi nel commentare la sentenza con cui, il 20 febbraio, la Corte suprema degli Stati Uniti ha stabilito che una parte dei dazi introdotti nel 2025 dal presidente Donald Trump è illegittima. Dopo la decisione, lo stesso Trump ha annunciato nuovi dazi al 15 per cento verso tutti i Paesi del mondo.

Dal lato del governo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia) ha detto che la «preoccupazione» dell’esecutivo è «rassicurare tutte le imprese italiane che esportano». In un’intervista a La Stampa, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) ha aggiunto che «noi non interferiamo mai su questioni che riguardano le istituzioni di altri Paesi» e che, rispetto all’ipotesi di chiedere risarcimenti agli Stati Uniti, è necessario «non reagire di pancia ma con la testa».

Le opposizioni hanno adottato un tono diverso. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte hanno criticato il governo e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «A questo punto ci chiediamo se Meloni vorrà fare un video per attaccare i giudici americani o deciderà di difendere gli interessi nazionali», ha detto Schlein al Corriere della Sera. Conte ha dichiarato: «Meloni non ha nulla da dire sui dazi di Trump dichiarati illegittimi e sul rilancio del presidente statunitense su nuove tariffe? Per una volta prendiamo qualche decisione forte? Reagiamo? C’è nessuno?».

Le nuove misure annunciate da Trump incidono sul commercio italiano ed europeo, anche se i nuovi dazi prospettati non si discostano molto da quelli applicati all’Unione europea fino a pochi giorni fa. La decisione della Corte suprema di bloccare una parte consistente dei dazi potrebbe però produrre effetti nel brevissimo periodo, prima ancora che si chiarisca il quadro normativo e politico. Un bilancio più completo sarà possibile nei prossimi mesi, anche in base alle scelte che l’Unione europea adotterà in risposta. Intanto si possono già individuare alcuni elementi utili per valutare l’impatto di questa nuova fase della guerra commerciale.

Il giudizio della Corte

Per capire quali effetti concreti possa avere questa svolta, occorre partire dal contenuto della sentenza. La Corte suprema è il livello più alto del sistema giudiziario statunitense e svolge un ruolo in parte analogo a quello della Corte costituzionale in Italia. Il suo intervento sui dazi era atteso da mesi, perché le modalità con cui erano stati introdotti avevano sollevato dubbi sulla loro legittimità.

Nel 2025 Trump aveva imposto una serie di barriere tariffarie facendo ricorso all’International emergency economic powers act (IEEPA), una legge del 1977 che attribuisce al presidente poteri straordinari in caso di emergenza e che consente, tra le altre cose, di intervenire sulle importazioni dall’estero. In passato nessun presidente aveva usato questa norma per giustificare un impianto tariffario così ampio. L’amministrazione Trump l’ha invece interpretata in senso estensivo e l’ha posta alla base di una parte rilevante della propria politica commerciale.

Con la decisione del 20 febbraio, la Corte ha stabilito che lo IEEPA non può essere usato come fondamento generale per introdurre dazi in assenza di situazioni straordinarie di necessità e urgenza. Trump aveva fatto ricorso anche a ordini esecutivi, atti con forza vincolante nell’ordinamento statunitense che non richiedono un’approvazione preventiva del Congresso. Secondo la Corte, però, questo strumento non consente di aggirare i limiti fissati dalla legge sui poteri presidenziali in materia commerciale.

La sentenza non elimina l’intero sistema di barriere voluto da Trump, ma incide su alcuni dei provvedimenti più discussi. Tra questi ci sono i cosiddetti “dazi reciproci”, pensati per ridurre il divario tra importazioni ed esportazioni degli Stati Uniti nei confronti di ciascun Paese. Per l’Ue era prevista una tariffa fino al 15 per cento su gran parte dei beni esportati verso il mercato statunitense, con eccezioni per alcuni prodotti, come l’acciaio, soggetti a regimi specifici. Anche diverse misure nei confronti di Canada, Messico e Cina dovrebbero perdere efficacia in seguito alla pronuncia.

Subito dopo la sentenza, per evitare un vuoto normativo, Trump ha annunciato un dazio universale del 10 per cento su tutte le importazioni. Ha inoltre dichiarato l’intenzione di portarlo al 15 per cento, riportando di fatto le tariffe su livelli simili a quelli precedenti, ma con una struttura diversa.

Che cosa cambia per l’Italia

Alla luce di questo nuovo assetto, la sentenza può sembrare una buona notizia per il commercio italiano. L’Italia è esportatrice netta verso gli Stati Uniti – ossia esporta più di quanto importa – che restano il secondo mercato di destinazione dei prodotti italiani. Nell’ultima uscita di Conti in tasca, la nostra newsletter sull’economia, abbiamo mostrato che nel 2025 le esportazioni di beni verso gli Stati Uniti sono aumentate del 7,2 per cento rispetto all’anno precedente. Parte di questa crescita può essere spiegata con il frontloading, cioè la scelta di molte imprese di anticipare le spedizioni prima dell’entrata in vigore dei dazi, per poi ridurre gli ordini nei mesi successivi.

L’annullamento di una parte delle tariffe non equivale però automaticamente a un vantaggio per il nostro export. Fino alla sentenza del 20 febbraio, molto probabilmente l’Italia e più in generale l’Ue avevano beneficiato di un trattamento relativamente favorevole da parte degli Stati Uniti. Nell’estate dello scorso anno era stato raggiunto un accordo tra Stati Uniti e Ue per mantenere i dazi entro il 15 per cento. Questo livello, pur elevato, risultava più contenuto rispetto a quello applicato ad altri Paesi. La Svizzera, per esempio, aveva visto imporre tariffe fino al 39 per cento sulle proprie merci.

In questo quadro, gli esportatori italiani hanno potuto contare su un vantaggio relativo. Se i dazi applicati ad altri concorrenti sono più alti, le imprese italiane possono offrire prezzi più competitivi sul mercato statunitense, anche quando si confrontano con economie caratterizzate da costi di produzione inferiori. Il dazio universale al 10 per cento annunciato dopo la sentenza elimina invece queste differenze tra Paesi. Tutti gli esportatori si trovano a pagare la stessa aliquota, mentre resta il costo aggiuntivo per gli importatori statunitensi. Il Financial Times ha scritto che le nuove tariffe saranno «una spinta per Cina e Brasile», che finora avevano sopportato dazi più elevati rispetto all’Ue o ad altri alleati storici degli Stati Uniti, come il Giappone.

Nelle prossime settimane Trump potrebbe intervenire di nuovo per modificare questa impostazione uniforme. Per ora, però, le imprese italiane perdono un vantaggio che aveva contribuito ad attenuare l’impatto della guerra commerciale. È possibile che nel breve periodo si registri un nuovo aumento temporaneo delle esportazioni, se le aziende decideranno di anticipare le spedizioni prima di un ulteriore rialzo dei dazi, come era accaduto a marzo e prima di agosto dello scorso anno. Resta difficile che le vendite italiane verso gli Stati Uniti crescano più rapidamente di quelle dei Paesi che finora erano stati penalizzati da tariffe più alte. Insomma, nell’immediato l’Italia potrebbe quindi non ottenere benefici rilevanti e rischiare di perdere quote di mercato rispetto a concorrenti con costi di produzione inferiori.

Non votare al buio. Leggi la guida al referendum.

Spiega in modo chiaro che cosa cambia con la riforma della giustizia e quali sono le ragioni del Sì e del No.

Con la membership riceverai anche una newsletter quotidiana e l’accesso a contenuti esclusivi.
LEGGI LA GUIDA
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.

Ultimi articoli