La nuova proposta del PD sui giovani non aiuta i giovani in difficoltà

L’iniziativa “Restiamo in Italia” dovrebbe spingere i giovani a non emigrare, ma le misure rischiano di essere regressive
ANSA
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Il 3 giugno il Partito Democratico ha annunciato una proposta di legge che ha l’obiettivo di frenare la fuga di cervelli e di creare opportunità occupazionali per i giovani. La proposta ricalca alcune iniziative già proposte in passato dal PD o da altre formazioni del centrosinistra e si concentra soprattutto sugli incentivi salariali, oltre che su una serie di bonus per favorire la permanenza degli under 35 nel nostro Paese. Ma le ricette del progetto “Restiamo in Italia”, così denominato dai suoi promotori, sarebbero davvero efficaci? Indossiamo i nostri occhiali da economisti e proviamo a capirlo.

Il testo della proposta, visionato da Pagella Politica, si apre con un richiamo all’obiettivo che si vuole raggiungere, ossia frenare la fuga di cervelli e rispettare il principio secondo cui «la Repubblica riconosce e garantisce la valorizzazione del capitale umano nazionale quale interesse strategico, promuovendo condizioni economiche, fiscali e sociali idonee a trattenere e attrarre competenze», come riportato nell’articolo 1 del disegno di legge. Le misure proposte per raggiungere questi obiettivi, però, mostrano delle criticità per quanto riguarda l’efficacia.

Il bonus da 200 euro

Nel presentare il contenuto del testo sui social, il Partito Democratico ha raccontato i punti principali di questo progetto. Il primo a essere citato, e forse il più importante, è un’integrazione salariale di 200 euro netti per i giovani under 35. In realtà, l’ambito di applicazione è molto più limitato: l’articolo 3 della proposta fa infatti riferimento solo ai lavoratori «assunti o confermati con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato». Il testo non è del tutto chiaro, ma sembra che il beneficio si limiterebbe solo a chi viene assunto o confermato dopo l’approvazione della legge, mentre non si applicherebbe a chi ha già un lavoro. In ogni caso, le risorse stanziate non basterebbero a finanziare un bonus per tutti i giovani. Per questo incentivo, infatti, la proposta prevede 700 milioni di euro l’anno, che basterebbero per l’integrazione salariale di poco meno di 270 mila persone. I giovani tra 25 e 34 anni in Italia, però, sono oltre sei milioni. Il numero salirebbe ancora considerando i giovanissimi under 25 che approcciano il mercato, da chi cerca un’occupazione dopo il diploma a chi frequenta l’università mentre lavora.

Il vero punto critico di un incentivo di questo tipo, però, sta nella sua regressività. Come avevamo visto in un’uscita della newsletter Conti in tasca, i giovani in difficoltà spesso non sono dipendenti, ma precari “atipici”, che non riescono a ottenere un contratto fisso e dunque non accederebbero a una misura come questa. È il caso degli stagisti o delle cosiddette “finte partite IVA”, ossia occupati che lavorano di fatto da dipendenti, ma che sono costretti a comportarsi come autonomi, comprese le minori tutele. L’incentivo finirebbe nelle tasche di lavoratori che, in teoria, hanno già trovato la motivazione per rimanere in Italia, cioè il “posto fisso”, e non nelle tasche di chi invece vive in una condizione di precariato. Per chi ha un posto fisso, 200 euro netti in più in busta paga rappresenterebbero senza dubbio un altro motivo per non lasciare il Paese, ma molti dei giovani che hanno un lavoro stabile probabilmente non hanno già oggi intenzione di lasciare l’Italia, a differenza di chi un impiego stabile non riesce a trovarlo. 

La misura diventerebbe così regressiva, ossia aiuterebbe di più la fascia di popolazione che si trova in condizioni migliori, mentre i fondi arriverebbero in misura minore a chi è davvero in difficoltà e non ha un contratto fisso.
Pagella Politica

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Il fondo all’imprenditoria giovanile

Un discorso simile si potrebbe fare per il secondo incentivo citato dalla proposta, ossia lo stanziamento di fondi per l’imprenditoria giovanile. L’articolo 4 prevede la creazione di un fondo da 50 milioni di euro a partire dal 2026 «per lo sviluppo e il consolidamento di iniziative imprenditoriali ad alto contenuto innovativo, tecnologico o ambientale, nelle aree interne». Facciamo un esempio per capire la portata di questa iniziativa. Immaginiamo che l’incentivo raggiunga una platea di 5 mila beneficiari (appena lo 0,08 per cento dei giovani tra 25 e 34 anni): in questo caso il contributo medio del fondo sarebbe di 10 mila euro a beneficiario, una cifra chiaramente insufficiente per aprire un’impresa «ad alto contenuto innovativo, tecnologico o ambientale», peraltro «nelle aree interne» che sono poco collegate con i centri economici del Paese.

Al contrario, il finanziamento potrebbe essere utile a chi già possiede risorse proprie da investire, che saranno integrate dal contributo pubblico. Anche in questo caso quindi la misura rischia di essere regressiva, perché potrebbe favorire maggiormente chi ha già a disposizione un capitale di partenza piuttosto che i giovani in difficoltà e a rischio emigrazione.

Insomma, gli incentivi previsti dalla proposta sembrano perseguire l’obiettivo corretto, ma la loro efficacia è dubbia. Già in passato progetti di questo tipo, che hanno come unico requisito quello dell’età, sono stati criticati: nel 2022 per esempio il think tank Tortuga aveva prodotto un documento sull’azzeramento delle tasse per i giovani, ricordando come la maggior parte degli under 35 paghi già pochissima IRPEF, dato che le retribuzioni sono piuttosto basse. In quel caso, buona parte dell’incentivo sarebbe finito nelle tasche di chi guadagna di più, che però non ha bisogno di ulteriori motivazioni per rimanere nel Paese.

Quali giovani vogliamo trattenere?

L’esodo dei giovani dall’Italia è una questione grave, qualsiasi siano le persone che lasciano il Paese, ma nel nostro caso il problema riguarda soprattutto le figure ad alta specializzazione. Come ricorda il testo della proposta, le misure di “Restiamo in Italia” puntano alla «valorizzazione del capitale umano», ossia delle conoscenze, delle competenze e delle abilità della forza lavoro italiana. In poche parole, l’obiettivo primario è quello di convincere prima di tutto i lavoratori ad alta specializzazione a non emigrare o a tornare in patria. 

I paletti imposti dalla proposta di legge sembrano però in contrasto con questo fine. L’incentivo sarebbe infatti limitato a chi ha una retribuzione annua lorda fino a 45 mila euro, una cifra non molto competitiva se l’obiettivo è quello di competere con l’estero. Secondo l’INPS, i dipendenti italiani che lavorano fuori sede all’estero guadagnano in media 74 mila euro lordi l’anno. Anche nel nostro Paese, le retribuzioni nei settori più tecnici tendono a essere vicine alla soglia dei 45 mila euro. Nelle attività di ricerca e sviluppo e in quelle di produzione software, per esempio, la retribuzione media è superiore a 38 mila euro. Basta stare poco sopra la media del settore per superare i 45 mila euro e, in teoria, le persone che si vogliono attirare con questo incentivo dovrebbero essere quelle più competenti, ossia quelle pagate meglio. In pratica quindi le figure giovani ad alta specializzazione, che la misura punta a trattenere in Italia, potrebbero essere escluse dagli incentivi.

Le differenze nelle retribuzioni dentro e fuori dall’Italia non riguardano solo i dipendenti di aziende italiane che lavorano all’estero, ma anche chi si trasferisce all’estero in generale. Secondo Almalaurea, nel 2024 un neolaureato trasferitosi fuori dall’Italia guadagnava circa 600 euro netti al mese in più rispetto a chi rimaneva nel nostro Paese a parità di caratteristiche. Un bonus di 200 euro al mese, dunque, potrebbe non bastare per convincere chi si è trasferito a tornare o chi è indeciso a restare: se per la stessa posizione all’estero si possono guadagnare decine di migliaia di euro in più, perché un lavoratore dovrebbe accontentarsi di una piccola integrazione salariale? Il beneficio, peraltro, è provvisorio: non può essere somministrato per più di tre anni. Una persona che sta decidendo se emigrare, dunque, dovrebbe decidere tra potenziali guadagni medi di 600 euro al mese in più, in teoria per tutto il corso della carriera, o un bonus per rimanere in Italia che varrebbe al massimo 7.800 euro (200 euro al mese in più su tredici mensilità per tre anni). La stessa cifra si potrebbe recuperare con circa un anno di lavoro all’estero. Naturalmente, il fatto che la retribuzione netta media dei neolaureati che lavorano all’estero sia più alta di 600 euro non significa che un emigrato guadagni per forza quella cifra. Mostra però che le tendenze in atto e gli incentivi offerti da un trasferimento all’estero continuano a far pendere l’ago della bilancia a favore dell’emigrazione, se l’alternativa offerta è un semplice bonus provvisorio.

Detto questo, bisogna anche ricordare che la scelta di restare in Italia non dipende solo dal salario. Oltre agli aspetti economici, possono entrare in gioco anche legami familiari e sociali, qualità della vita e prospettive personali. Anche per questo, l’efficacia di una politica per trattenere i giovani passa da un insieme più ampio di fattori, e non soltanto da un incentivo temporaneo.

Il resto della proposta prevede altre disposizioni, dall’istituzione di uno sportello informazioni per gli espatriati che vorrebbero rientrare in Italia, alle norme per il diritto allo studio, fino agli incentivi per favorire il lavoro da remoto. Le criticità del mercato del lavoro dei giovani, però, non derivano tanto dalla loro condizione o dal netto in busta paga, ma dal contesto in cui si trovano a operare.

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