Ai seggi non ci sono più i registri divisi tra uomini e donne

La novità, introdotta nel 2025, è stata adottata per la prima volta a livello nazionale solo al referendum del 22 e 23 marzo
ANSA
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Quando si entra in un seggio elettorale la prima cosa da fare è capire dove mettersi in fila per consegnare tessera elettorale e carta di identità. Fino a pochi mesi fa sui cartelli attaccati al tavolo degli scrutatori – quelli che indicano quale fila fare e a quale registro rivolgersi – c’era scritto “uomini” e “donne”. Al referendum del 22 e 23 marzo qualcosa è cambiato: non esistono più i cartelli “uomini” e “donne”, ma i registri sono organizzati in ordine alfabetico: dalla A alla L il primo e dalla M alla Z il secondo. 

Per molte persone è un dettaglio quasi impercettibile. Per altre, invece, è il segno di una piccola conquista, arrivata dopo anni di proteste e rivendicazioni.

Come ci siamo arrivati

La divisione delle liste tra uomini e donne risale a un decreto del 1945, emanato dal governo di Ivanoe Bonomi, che estendeva il diritto di voto alle donne che avessero compiuto 21 anni. All’articolo 2 il decreto stabiliva la «compilazione delle liste elettorali femminili», distinte da quelle maschili. La norma è stata poi confermata con una legge del 1947 che ha introdotto anche alcune modifiche: ad esempio è stato stabilito che nelle liste elettorali dovessero essere indicate anche altre informazioni come il titolo di studio e la professione, oltre al cognome del marito per le donne sposate. Alcune di queste specifiche con leggi successive sono state modificate, ma l’obbligo di divisione delle liste, così come l’indicazione del cognome del marito, erano rimasti.

Negli anni sono stati avanzati progetti di legge per superare la divisione tra uomini e donne, ad esempio nel 2022 le deputate del Partito Democratico Giuditta Pini e Angela Schirò avevano proposto di eliminare la distinzione inserendo il codice fiscale accanto al nominativo dell’elettore o dell’elettrice. Quella proposta non è però mai stata discussa.

Il cambiamento è arrivato solo nel 2025, quando in occasione del referendum su cittadinanza e lavoro erano stati presentati due emendamenti – uno a prima firma della senatrice Cecilia D’Elia (Partito Democratico) con altri colleghi del partito (emendamento 1.o.2), e l’altro da membri di Alleanza Verdi-Sinistra, Forza Italia e Fratelli d’Italia (emendamento 2.o.1) – al decreto cosiddetto “Elezioni” che hanno cancellato la divisione tra “uomini” e “donne” nelle liste elettorali ed eliminato il cognome del marito per le donne coniugate. 

Al referendum di giugno 2025 la norma non era ancora entrata in vigore perché servivano i tempi tecnici per l’attuazione. Nei mesi successivi il nuovo sistema è stato sperimentato in alcuni appuntamenti elettorali, come alle regionali del 5 e 6 ottobre in Calabria. Quella del 22 e 23 marzo 2026 è stata la prima volta che questa novità è stata applicata su tutto il territorio nazionale. 

Il cambiamento è stato accolto in modo positivo soprattutto dalla comunità delle persone trans* e non binarie, che da anni con l’iniziativa “Io sono, io voto” chiedevano «seggi elettorali accessibili, inclusivi e rispettosi per le identità trans*». In passato infatti molte persone avevano denunciato che la divisione dei registri in “uomini” e “donne” era lesiva della loro identità. Creava difficoltà sia per chi aveva avviato un percorso di transizione senza aver ancora aggiornato i documenti, sia per chi non si riconosceva in un’identità di genere binaria. Come si legge sul sito dell’iniziativa “Io sono, io voto”, «essendo espressamente richiesto di collocarsi in una lista, fila o presso un registro “distinto per uomini e donne”, a seconda del mero sesso anagrafico indicato sul documento, si costringono di fatto le persone transgender a violare la propria privacy in pubblici contesti non preparati ad accogliere un coming out, con l’evidente risultato di comprometterne la partecipazione democratica alla vita pubblica».
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I cambiamenti che mancano

Nonostante questo passo in avanti, restano ancora alcune questioni aperte. Come ha raccontato Il Post, per il referendum molte donne italiane residenti all’estero hanno ricevuto la documentazione elettorale con accanto il cognome del marito, anche quando non lo avevano mai adottato. E questa, oltre a essere una questione di principio, per alcune è diventata un ostacolo al proprio diritto di voto. Ad esempio, un’elettrice che vive a Stoccolma ha raccontato che alle elezioni europee del 2024 non è riuscita subito a ritirare la busta elettorale perché il nome indicato non coincideva con quello sul suo documento di identità.

C’è poi un’altra criticità che non riguarda le questioni di genere, ma interessa un ampio gruppo di persone: quella del voto per i fuorisede. In questo referendum, chi vive lontano dal comune di residenza per studio, lavoro o motivi di salute non ha potuto votare dal luogo in cui si trova abitualmente (tranne in un caso particolare, che abbiamo raccontato qui). Chi ha deciso di votare è dovuto rientrare nel proprio comune di residenza, con costi e difficoltà che hanno impedito a molte persone di recarsi alle urne.

L’eliminazione dei registri separati tra uomini e donne può sembrare un cambiamento piccolo, ma segna il superamento di una norma nata in un contesto storico diverso da quello attuale. Allo stesso tempo, però, mostra anche quanto il sistema elettorale italiano abbia ancora margini di miglioramento. Dalla gestione dei cognomi per le donne sposate residenti all’estero fino al voto per i fuorisede, ci sono ancora ostacoli che possono limitare in modi diversi l’accesso al diritto di voto.

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