Perché il catasto ha rischiato di far cadere il governo

Un emendamento del centrodestra, contro il parere dell’esecutivo, non è passato per un solo voto
Ansa
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Il 3 marzo in Commissione Finanze della Camera si è tenuta una votazione che ha rischiato di mettere in crisi la tenuta del governo guidato da Mario Draghi. Lega e Forza Italia, che sostengono l’esecutivo, hanno infatti deciso di votare insieme a Fratelli d’Italia, il principale partito di opposizione. 

Durante la seduta della commissione si stava discutendo del disegno di legge delega sulla riforma fiscale. L’opposizione ha presentato un emendamento per modificare le misure proposte dal governo stesso per la revisione del catasto. E qui è arrivato il voto a sostegno anche da Forza Italia e Lega. 

Al momento, i risultati della votazione non sono ancora pubblicamente disponibili, ma come riportato da fonti stampa e come confermato dal presidente della Commissione Finanze Luigi Marattin (Italia viva), l’emendamento del centrodestra “unito” non è passato solo per un voto: 22 sì contro 23 no.  

Il 2 marzo, durante l’esame del testo in commissione, la sottosegretaria al ministero dell’Economia Maria Cecilia Guerra (Liberi e uguali) aveva sottolineato che, se le divisioni sul catasto avessero bloccato l’esame del provvedimento, si sarebbe «probabilmente» potuta considerare conclusa la «stessa esperienza di governo», posizione ribadita anche da Marattin il 4 marzo, in un’intervista al Corriere della sera, per commentare il voto concluso. 

Cerchiamo di capire meglio perché sul catasto il governo non ha ricevuto il sostegno della maggioranza in Commissione e quali sono le posizioni dei partiti.

La riforma del fisco

Da oltre tre mesi alla Camera è all’esame il disegno di legge delega sulla riforma fiscale, iniziata a inizio ottobre dal Consiglio dei ministri. Con questo testo il governo ha chiesto al Parlamento di poter modificare, tramite decreti legislativi, le norme attualmente in vigore sul fisco nel nostro Paese. In concreto, il ruolo di Camera e Senato è quello di tracciare una serie di principi a cui il governo dovrà attenersi per poter intervenire su diversi aspetti specifici del nostro sistema fiscale, tra cui imposte come l’Irpef, l’Irap e l’Iva. 

Il 17 novembre la Commissione Finanze della Camera – che riproduce in piccolo la composizione politica dell’aula – ha iniziato a esaminare il disegno di legge, per raccogliere le proposte di modifica dei singoli partiti. A metà gennaio gli emendamenti avanzati erano stati oltre 460, ma il loro esame era stato rinviato per le elezioni del presidente della Repubblica.

La revisione del catasto

Negli scorsi giorni la Commissione Finanze ha ripreso l’esame degli emendamenti, per votarne eventuali approvazioni o bocciature. Da mesi, uno degli articoli più dibattuti della legge delega sul fisco è il numero 6, quello dedicato alla revisione del sistema catastale italiano, di cui in Italia si parla da parecchi anni.

In breve: ad oggi il catasto italiano è iniquo e inefficiente, per una serie di motivi. Tra questi, c’è il problema che le rendite catastali non corrispondono più al valore per cui erano state pensate, ossia l’affitto che si potrebbe percepire mettendo in locazione l’immobile. In più, dalle rendite catastali si calcolano le basi imponibili per diverse imposte, come quelle sul patrimonio immobiliare. Dunque ci sono contribuenti che pagano meno del dovuto, e altri che pagano di più, perché il valore delle imposte è calcolato su rendite che non rispecchiano più il reale valore dell’immobile.

Per intervenire su questo problema, con la legge delega il governo ha deciso di intraprendere una soluzione di compromesso, e non una vera e propria riforma. Questa operazione, definita di “trasparenza” dal governo stesso, era stata motivata dalle diverse posizioni dei partiti che sostengono l’esecutivo. Storicamente, i partiti di centrodestra sono quelli più contrari a una modifica del sistema catastale, perché temono che questo possa avere delle ricadute, al rialzo, sulle imposte che i cittadini pagano sui loro immobili.

Da un lato, il disegno di legge delega presentato dal governo propone di introdurre nuove misure per aggiornare le rendite catastali, a partire dal 2026, ma dall’altro lato specifica che questi valori non potranno essere utilizzati per calcolare le base imponibili delle imposte immobiliari. 

Il 3 marzo, come abbiamo anticipato, i membri della Commissione Finanze del centrodestra hanno votato a favore di un emendamento che proponeva di modificare l’articolo 6, di fatto cancellando il riferimento all’aggiornamento delle rendite catastali, ma lasciando in vigore le misure per far emergere gli immobili oggi sconosciuti al catasto.

Sul voto dell’emendamento, poi bocciato, si sono scontrati sui social il leader del Partito democratico Enrico Letta e la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. «Il centrodestra ha appena tentato di far cadere il governo Draghi sul riordino del catasto. Non vi è riuscito per un soffio. Abbiamo tenuto», ha scritto su Twitter il 3 marzo Letta. «In uno dei giorni più drammatici della storia recente e con due stati di emergenza aperti siete riusciti a mettere una patrimoniale», gli ha subito risposto Meloni. «A rimanere senza parole sono gli italiani».

Proprio sulle imposte patrimoniali negli ultimi mesi si sono concentrate le critiche maggiori contro il governo da parte del centrodestra.

Più tasse per tutti?

In realtà, non è vero che una revisione del catasto, anche come quella pensata dal governo, si tradurrebbe automaticamente in un aumento delle tasse. 

In primo luogo, una revisione delle rendite catastali si potrebbe ottenere anche con la cosiddetta “parità di gettito”, ossia non aumentando nel complesso le entrate fiscali e modulando le percentuali con cui sono calcolate le imposte immobiliari. In questo scenario, potrebbero esserci dei contribuenti che pagherebbero di più, ma anche dei contribuenti che pagherebbero di meno, visto l’aggiornamento che subirebbero le rendite. 

In secondo luogo, va comunque ribadito che nel disegno di legge delega sulla riforma del fisco il governo Draghi ha esplicitamente scritto che la revisione del catasto non potrà avere effetti sul calcolo delle imposte. Detta altrimenti: si aggiorneranno le rendite catastali, ma per il calcolo delle imposte rimarranno in vigore i valori precedenti. Se con un decreto legislativo il governo non dovesse rispettare questa indicazione, rischierebbe di andare incontro a un giudizio di illegittimità costituzionale.

Le condizioni del Pnrr

Prima di concludere, ricordiamo che non è vero, come ripetuto negli ultimi mesi da diversi esponenti del Partito democratico, che la riforma del fisco – che riguarda anche la revisione del catasto – è tra le condizioni necessarie che l’Italia ha concordato con l’Unione europea per ricevere gli oltre 190 miliardi di euro del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, varato per far fronte alla crisi causata dalla pandemia. 

La riforma del fisco è stata promessa dal governo Draghi nel Pnrr solo come riforma di accompagnamento al piano, ma fuori dal suo perimetro. All’interno degli impegni vincolanti del Pnrr ci sono comunque alcune riforme collegate al fisco, come quella per la riduzione dell’evasione fiscale e quella per il federalismo fiscale, ma queste hanno un oggetto più ridotto e definito rispetto a quello del disegno di legge delega approvato dal governo.
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