Il mercato dell’energia elettrica è fatto “per fregarci”?

Secondo il leader di Azione Calenda, i produttori applicano prezzi molto più alti dei costi effettivi di produzione, ma è una tesi al momento troppo netta
Ansa
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Il 7 settembre il leader di Azione Carlo Calenda ha pubblicato su X un video in cui accusa i produttori di energia elettrica di manipolare il mercato all’ingrosso, facendo pagare ai consumatori prezzi molto più alti dei costi effettivi di produzione. «C’è un mercato costruito apposta per fregarvi», sostiene il leader di Azione nel video. «Un mercato manipolato non è un mercato: è una truffa».

Nel video Calenda prende come esempio il prezzo dell’elettricità previsto per il giorno successivo, pari a 224 euro per megawattora, e lo confronta con il prezzo del gas sul mercato italiano, il PSV, pari a circa 80 euro per megawattora. Aggiungendo il costo dei permessi di emissione di CO₂, una sorta di tassa pagata dagli impianti termoelettrici quando sono in funzione, Calenda sostiene che il costo dell’elettricità prodotta dalle centrali a gas dovrebbe comunque essere molto più basso del prezzo che si sarebbe formato sul mercato. Secondo il leader di Azione, il motivo degli alti costi sarebbe il comportamento dei produttori: le centrali a gas non offrirebbero sul mercato tutta l’energia disponibile, lasciando che a determinare il prezzo finale siano impianti idroelettrici e sistemi di accumulo, che avrebbero costi di produzione molto inferiori al prezzo a cui vendono l’elettricità. Da qui l’accusa di «manipolazione del mercato» e di profitti ingiustificati per i produttori.

Ma le cose stanno davvero così? Il mercato elettrico italiano viene manipolato dai produttori per far salire artificialmente i prezzi?

Com’è deciso il prezzo dell’elettricità

Per cominciare, è necessario comprendere come viene stabilito il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, che determina poco più del 50 per cento della bolletta finale, a seconda dei consumi. 

In Italia il prezzo dell’energia all’ingrosso viene determinato attraverso il meccanismo del “merit order”, con un sistema di prezzo marginale. In pratica in ogni ora i produttori presentano le proprie offerte indicando quanta energia sono disposti a vendere e a quale prezzo. Gli impianti vengono chiamati in ordine crescente di costo: prima quelli più economici, come molte rinnovabili, poi quelli con costi variabili più elevati, come il gas o l’olio combustibile, fino a quando l’offerta complessiva è sufficiente a coprire la domanda. Il prezzo di mercato è fissato dall’ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda, e viene riconosciuto a tutti i produttori che hanno venduto energia in quella stessa ora. 

Per questo un impianto idroelettrico o fotovoltaico, pur avendo costi variabili molto bassi, può essere remunerato allo stesso prezzo di un impianto a gas quando quest’ultimo è quello cruciale per soddisfare la richiesta di energia.

I prezzi sono alti?

Secondo i dati più aggiornati forniti dal Gestore Mercati Elettrici (GME), all’11 settembre 2026 i prezzi all’ingrosso sono oggi quasi il doppio più cari rispetto a settembre 2025, e non erano così elevati da dicembre 2022, durante la coda della crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina. Lo stesso è accaduto al gas, rincarato per via della crisi di Hormuz. Anche il resto d’Europa ha visto salire rapidamente i prezzi, che anzi spesso sono aumentati perfino più che in Italia. Il costo del gas e quello dell’elettricità sono intrinsecamente legati: quando è una centrale a gas a fissare il prezzo marginale, il costo necessario per produrre un megawattora di elettricità è circa il doppio del prezzo di un megawattora di metano. Una centrale termoelettrica non trasforma infatti tutta l’energia contenuta nel combustibile in elettricità, ma ne disperde una parte sotto forma di calore. 

A questo si aggiungono il costo dei permessi di emissione della CO₂ e, in determinate condizioni, quello di impianti ancora più costosi necessari a coprire la domanda. Se, per esempio, la disponibilità di gas o di altre fonti non è sufficiente e deve entrare in funzione una centrale a olio combustibile, il prezzo marginale può salire ulteriormente. Lo stesso principio vale quando diminuisce l’offerta disponibile: la siccità, riducendo la produzione, ha contribuito a far salire il prezzo dell’elettricità, perché il sistema deve ricorrere maggiormente a fonti più costose. Questi fattori, quindi, possono spiegare prezzi dell’elettricità molto superiori al semplice prezzo del gas anche in assenza di una manipolazione del mercato.

La cosiddetta “truffa”

Ma torniamo alle accuse di Calenda. Se un produttore trattiene deliberatamente dal mercato – non presentando offerte o presentando offerte troppo alte – una parte della propria capacità di produzione, può contribuire a ridurre l’offerta e quindi a far salire il prezzo marginale dell’elettricità. 

Perché questa strategia sia efficace, però, il produttore deve avere una dimensione abbastanza grande da poter influenzare l’equilibrio complessivo tra domanda e offerta. In caso contrario, l’energia ritirata da un singolo operatore può semplicemente essere sostituita da quella offerta da altri produttori, senza modificare in modo significativo il prezzo di mercato.

Questa è proprio l’accusa di Calenda: secondo il leader di Azione, i produttori trattengono in modo volontario una parte della capacità a gas disponibile per ridurre l’offerta e fare salire il prezzo, lasciando agli impianti idroelettrici e alle batterie la possibilità di fissarlo a livelli più elevati. Un comportamento di questo tipo può rientrare nella manipolazione del mercato vietata dal regolamento europeo REMIT, che proibisce agli operatori di alterare, o tentare di alterare, artificialmente i prezzi sui mercati all’ingrosso dell’energia. Dimostrarlo, però, è tutt’altro che semplice: non basta osservare che un impianto non ha prodotto o che il prezzo è aumentato. Bisogna stabilire che la capacità fosse effettivamente disponibile, che non ci fossero ragioni tecniche o economiche legittime per non offrirla e, soprattutto, che l’operatore avesse la possibilità di influenzare il prezzo e abbia agito proprio per alterarlo. 

Le indagini

Nel 2025, analizzando i mercati elettrici del 2023 e 2024, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) aveva rilevato la “probabile presenza di fenomeni di trattenimento economico della capacità”, soprattutto negli impianti a gas ma anche nel solare e nell’eolico. 

Secondo ARERA, queste condotte avrebbero contribuito ad aumentare i prezzi zonali, in alcune ore, tra 1 e 24 euro per megawattora. Allo stesso tempo, ARERA aveva però precisato che quei risultati non erano sufficienti per stabilire l’esistenza di una violazione delle regole: servivano ulteriori verifiche, caso per caso, per capire se ci fossero giustificazioni legittime alle condotte degli operatori. Tanto che di recente l’autorità ha annunciato che il termine delle indagini è prorogato al 31 dicembre 2028. 

Nel frattempo, ARERA ha anche sanzionato A2A con una multa di 5 milioni di euro per una strategia di offerta adottata nel 2022 da alcune centrali a gas, che secondo l’Autorità avrebbe determinato prezzi di mercato artificialmente più elevati, con un beneficio per la stessa società. A2A ha respinto l’interpretazione dell’Autorità e ha annunciato un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR) della Lombardia contro il provvedimento. Il 10 settembre il presidente di ARERA Nicola Dell’Acqua ha inoltre confermato l’apertura di diversi altri dossier sul possibile trattenimento di capacità, che riguardano sia operatori termoelettrici sia produttori da fonti rinnovabili. Dunque le verifiche sono in corso, ma non è ancora possibile affermare che il mercato sia stato manipolato nel modo descritto da Calenda.

Cosa c’è di vero?

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, ci sono segnali di comportamenti manipolatori da parte delle compagnie elettriche? Pagella Politica ha parlato con un dirigente di ARERA che ha seguito da vicino le verifiche dell’Autorità, non autorizzato a parlare pubblicamente. Secondo la nostra fonte, a mettere in pratica strategie di questo tipo sarebbero soprattutto i grandi operatori con portafogli diversificati, cioè quelli che controllano contemporaneamente impianti a gas, idroelettrici e sistemi di accumulo. «Prendi i due-tre grossi che hanno portafogli e non sei lontano dal vero», ha detto la nostra fonte, spiegando che chi possiede soltanto impianti a gas avrebbe meno convenienza a farlo, pur sottolineando che si tratta di una strategia azzardata perché «il rischio di esser presi è alto». La fonte di ARERA invita però anche a ridimensionare l’accusa di Calenda: con un gas a circa 75 euro, tra costo del gas, CO₂ e un normale margine di produzione, un prezzo dell’elettricità intorno ai 200 euro per megawattora può essere spiegato anche senza manipolazioni. «Oggi il PUN è 220, è alto ma non fuori dal mondo», conclude. Il PUN è il prezzo unico nazionale, ossia il prezzo di riferimento dell’energia elettrica rilevato sulla borsa elettrica italiana.

Per chi osserva da vicino il mercato dell’energia, non mancano tuttavia segnali singolari che meritano attenzione. Un’analisi pubblicata su X dall’utente “Omino della luce”, analista anonimo che lavora da circa vent’anni nel settore e di cui Pagella Politica ha verificato l’identità, permette di capire quali impianti abbiano effettivamente fissato il prezzo dell’elettricità ad agosto. Secondo l’analisi dei dati del GME, nel mese scorso il prezzo è stato determinato solo in un caso su quattro (il 25,9 per cento) dal gas; in tutti gli altri casi la fonte marginale è stata l’estero, un impianto rinnovabile o un sistema di accumulo a batteria. Questo nonostante il gas abbia un costo marginale molto più elevato delle altre fonti. È proprio questa circostanza a sollevare alcuni interrogativi.

Una possibile spiegazione riguarda gli impianti idroelettrici a pompaggio e i sistemi di accumulo: accumulano energia quando costa poco e la rivendono quando il prezzo è più alto, cercando quindi di collocarla nel momento più remunerativo. Più delicata è la questione per gli impianti idroelettrici tradizionali e quelli solari. Un singolo produttore avrebbe pochi incentivi a presentare un’offerta molto alta: se questa non venisse accettata, rischierebbe di non vendere l’energia disponibile, provocando una perdita. Un grande operatore che possiede invece numerosi impianti può adottare una strategia diversa: offrire gran parte della propria produzione a prezzi bassi, assicurandosi così che venga venduta, e presentare una parte più piccola a un prezzo elevato. Se quest’ultima offerta risulta necessaria per soddisfare la domanda, può contribuire a fissare un prezzo marginale molto più alto, aumentando la remunerazione anche dell’energia venduta dagli altri impianti dello stesso operatore.

Quella esposta nelle righe precedenti è comunque pur sempre un’ipotesi sul comportamento degli operatori: per stabilire se dietro questi dati ci sia effettivamente una manipolazione illegale del mercato servono verifiche sui singoli impianti e sulle motivazioni delle offerte.

In conclusione, Calenda individua un problema reale, ma ne trae una conclusione troppo netta. Il trattenimento di capacità può effettivamente far salire il prezzo ed è già stato rilevato da ARERA, che sta verificando diversi casi. Non ci sono però ancora elementi per dire che sia questa la causa dei prezzi attuali o che il mercato sia «costruito apposta per fregarvi», come sostiene Calenda. Anche l’impatto sui consumatori va ridimensionato: 10 euro in più per megawattora sul prezzo all’ingrosso possono tradursi, per una famiglia che consuma mediamente 2.500 kWh, in circa 25 euro in più all’anno sulla componente energia della bolletta (in caso di contratto indicizzato). La tesi di Calenda, dunque, parte da un fenomeno che le autorità stanno effettivamente studiando, ma lo presenta come una certezza e come una caratteristica sistemica del mercato che, allo stato delle prove disponibili, non è ancora stata dimostrata.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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