Il “campo largo” non sa bene che fare sul nucleare

L’alleanza di centrosinistra ha criticato i provvedimenti del governo sul tema, ma dal PD a Italia Viva le posizioni su questo tipo di energia sono molto diverse  
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L’energia nucleare è da anni uno dei temi più discussi dalla politica italiana, spesso con toni piuttosto accesi. Le divisioni non riguardano però solo il confronto tra favorevoli e contrari, ma attraversano anche gli stessi schieramenti politici. È il caso del cosiddetto “campo largo”, la coalizione formata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. 

«Il PD non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare», ha detto la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein in un’intervista pubblicata il 23 luglio su Il Foglio. Quando le è stato fatto notare che il cosiddetto “modello spagnolo”, da lei più volte indicato per ridurre il costo delle bollette, si basa anche sul ricorso all’energia nucleare, Schlein ha risposto che la Spagna disponeva già delle centrali, mentre costruirne di nuove in Italia richiederebbe diversi anni. Per la segretaria del PD, dunque, il problema non sarebbe la tecnologia in sé, ma i tempi e i costi, ritenuti incompatibili con le esigenze delle imprese italiane.

Le parole di Schlein arrivano in un momento preciso. Il 22 luglio la commissione Ambiente del Senato ha concluso l’esame del disegno di legge delega del governo sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, a cui le opposizioni avevano presentato oltre 180 emendamenti, tutti respinti. Lo stesso giorno, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato di aspettarsi l’approvazione definitiva prima della pausa estiva del Parlamento. A inizio giugno la Camera aveva approvato il testo, ma Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra avevano votato compatti contro. Dietro il voto comune, però, convivono tre posizioni diverse, e i distinguo non riguardano soltanto i dettagli.

Vediamo allora che cosa dicono oggi, e che cosa hanno sostenuto negli anni, i tre principali partiti di opposizione riguardo all’energia nucleare.

Una questione di tempi e costi

La posizione espressa da Schlein nell’intervista a Il Foglio rappresenta un cambiamento rispetto alle dichiarazioni degli anni precedenti. Nell’agosto 2022, prima ancora di diventare segretaria del Partito Democratico, Schlein aveva detto che «il nucleare non è la strada» da seguire e indicava nelle rinnovabili la risposta alla crisi energetica. Negli anni successivi ha ribadito la sua contrarietà, motivandola con i tempi di costruzione delle centrali, i costi e il problema delle scorie, senza però chiudere alla ricerca scientifica, in particolare sulla fusione.

L’opinione di Schlein è cambiata di recente. Il 5 giugno, il giorno dopo il voto della Camera, la segretaria del Partito Democratico ha dichiarato che sul nucleare «non abbiamo una preclusione pregiudiziale». Schlein ha rivendicato il sostegno del PD alla ricerca, concentrando le critiche sui costi di produzione, sui tempi e sul deposito delle scorie, su cui il governo non sarebbe stato abbastanza chiaro. Nell’intervista con Il Foglio ha poi definito la delega del governo una «normetta di bandiera», senza risorse e senza definire la destinazione dei rifiuti radioattivi.

Il voto contrario del PD alla legge delega, dunque, non sarebbe un rifiuto di principio al nucleare, ma al progetto del governo. Secondo il gruppo del partito alla Camera, la delega non porterebbe benefici per il clima e le bollette, rischierebbe di rallentare la transizione energetica indebolendo le rinnovabili e non chiarirebbe chi dovrebbe sostenere i costi del programma nucleare.

Le parole di Schlein cercano inoltre di tenere insieme un partito non del tutto compatto sul tema, visto che molti esponenti dell’area più centrista e moderata del partito si sono schierati a favore del nucleare. Nel febbraio 2025, per esempio, il parlamentare europeo del Partito Democratico Giorgio Gori ha detto: «Non avrei problemi anche sul ritorno del nucleare nel nostro Paese», aggiungendo però che nel PD «non tutti la pensano così».

Una posizione “laica”, ma contraria

Anche il Movimento 5 Stelle ha ammorbidito la propria posizione sul nucleare, pur senza sostenere il ritorno alle centrali. Nel programma per le elezioni politiche del 2022, il partito giudicava questa fonte «non adatta per effettuare la transizione energetica» e la definiva un modello «pericoloso, costoso e con controindicazioni importanti dal punto di vista ambientale». Le critiche quindi riguardavano soprattutto i costi, la sicurezza e la gestione dei rifiuti radioattivi, mentre il movimento chiedeva di proseguire la ricerca sulla fusione. Nel luglio 2024, nonostante questa posizione, il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte si era definito «laico» sul tema.

Il passaggio più importante è arrivato con l’assemblea costituente del novembre 2024. Gli iscritti hanno approvato un quesito che impegna il partito a puntare, per la decarbonizzazione, sulle tecnologie già disponibili, continuando a sostenere la ricerca sulla fusione e «monitorando eventuali progressi nel campo dell’energia da fissione nucleare». La posizione, dunque, potrebbe essere rivista solo in presenza di novità tecnologiche significative. Secondo i risultati ufficiali, il quesito ha ottenuto il sostegno di circa il 90 per cento dei votanti.

Questa linea è emersa anche il giorno dell’approvazione della delega alla Camera. «Non ho un approccio ideologico» ha detto Conte. «Io sono favorevole alla fusione, ma il governo parla di fissione», ha aggiunto, osservando che il voto contrario espresso dagli italiani con il referendum resta un fatto, ma che da allora «è cambiato il mondo». Il leader del Movimento 5 Stelle non ha specificato a quale consultazione si riferisse: il riferimento potrebbe essere al referendum del 1987, che aprì la strada all’abbandono del programma nucleare italiano, oppure a quello del 2011, quando gli elettori abrogarono le norme che avrebbero consentito la costruzione di nuove centrali. Durante l’esame in commissione alla Camera, il Movimento 5 Stelle aveva presentato circa cento emendamenti, concentrati soprattutto sul deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, ma sono stati respinti in blocco dalla maggioranza.

In ogni caso, il confronto prosegue anche all’interno del partito. A fine giugno, durante “Nova”, il percorso partecipativo avviato dal Movimento 5 Stelle per raccogliere proposte in vista del programma per le elezioni politiche, è tornato il dibattito sul nucleare. «Dai risultati prevale il rifiuto del nucleare, ma sono presenti aperture minoritarie sui piccoli reattori, quarta generazione, fusione e referendum», si legge nel quesito sottoposto ai partecipanti.

Un deciso “no”

Il no più netto è arrivato da Alleanza Verdi-Sinistra, la lista che riunisce Sinistra Italiana ed Europa Verde. Il programma delle elezioni politiche del 2022 sosteneva che la transizione energetica si potesse realizzare senza nuove centrali, in coerenza con l’esito dei due referendum. Inoltre, non vietava la ricerca su fusione e reattori di quarta generazione, ma giudicava ingannevole prometterne applicazioni concrete in tempi brevi.

Alleanza Verdi-Sinistra non si è mossa da quella linea. A maggio, quando in Parlamento circolavano appelli all’unità delle forze politiche sull’emergenza energetica, il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha messo in chiaro il perimetro: «Significa approdare al nucleare? Se così fosse noi siamo contrari».

Durante l’esame in commissione il partito ha provato a inserire un limite preciso, senza riuscirci. Il 14 maggio la maggioranza ha respinto un emendamento del co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli che limitava ai soli scopi civili l’uso del nucleare, nella ricerca come nella produzione di energia. «Bastava votare il nostro emendamento», ha commentato Bonelli, per escludere possibili impieghi militari. Il giorno del voto alla Camera, Bonelli ha parlato di una «pagina nera della storia della democrazia nel nostro Paese», accusando il governo di ignorare l’esito dei referendum e criticando tempi, costi e gestione delle scorie.

Come abbiamo raccontato in un altro approfondimento, il dibattito è arrivato anche su “Decidiamo”, il percorso partecipativo avviato da Alleanza Verdi-Sinistra per costruire il programma in vista delle prossime elezioni politiche. La carta dei principi della piattaforma contiene un «netto no all’energia nucleare», ma tra le proposte degli utenti ne sono comparse diverse favorevoli a questa tecnologia. La dirigenza ha comunque chiarito a Pagella Politica che la discussione online non cambia la posizione ufficiale perché il rifiuto del nucleare resta uno dei punti non negoziabili della lista. 

I favorevoli

Tra i partiti che al momento possono essere considerati nel “campo largo” ce ne sono poi due nettamente favorevoli al nucleare: Italia Viva e Più Europa. 

In diverse occasioni, il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha detto che è necessario tornare alla produzione di energia nucleare, sebbene si sia detto dubbioso sui provvedimenti presi dal governo. «Il nucleare è una tecnologia che serve. Chi dice no, prende in giro», ha detto Renzi a maggio in un’intervista a SkyTG24, criticando le misure prese dall’esecutivo guidato da Meloni. Il 4 giugno, poi, alla Camera i deputati di Italia Viva si sono astenuti sul disegno di legge delega che affida al governo il compito di lavorare alla ripresa della produzione di energia nucleare in Italia, il cui testo è ora all’esame del Senato. «Noi avremmo detto “sì” al nucleare, perché lo diciamo da sempre», ha detto il deputato Mauro Del Barba prima del voto alla Camera, precisando però che secondo Italia Viva la delega al governo è un provvedimento «vuoto».

Per quanto riguarda Più Europa, i due deputati del partito, ossia il segretario Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova, non hanno partecipato alla votazione alla Camera sulla delega per il nucleare. Il partito di Magi però si è espresso in più occasioni a favore del nucleare, criticando sempre l’approccio adottato dal governo Meloni.
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