Da dove viene l’energia che usiamo in Italia

Il nostro Paese importa oltre il 90 per cento dei combustibili fossili che consuma e nonostante le crisi recenti la dipendenza energetica dell’Europa non è cambiata
ANSA
ANSA
Lorenzo Ruffino si occupa di analisi di dati e ha una newsletter su Substack, in cui spiega fenomeni dell’attualità, partendo sempre dai dati e limitando le opinioni: ci si iscrive qui.

Nelle ultime settimane gli attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno di fatto bloccato il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20 per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. I prezzi di petrolio e gas sono saliti fino al 70 per cento e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha parlato della più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero globale. Per l’Italia, che importa oltre il 90 per cento dei combustibili fossili che consuma, l’effetto è stato immediato.

Era già successo con l’invasione russa dell’Ucraina, e da allora la dipendenza energetica dell’Europa è rimasta praticamente la stessa: a cambiare è stato solo da chi prendiamo l’energia.

Quanto consuma l’Italia e con cosa

L’Italia nel 2024 ha consumato circa 1.696 terawattora di energia primaria, cioè tutta l’energia usata dal Paese prima di qualsiasi trasformazione: benzina e gasolio per muovere le auto, gas per riscaldare le case, combustibili per far funzionare le fabbriche e per produrre elettricità. L’elettricità è solo una parte di questo totale.
Il consumo è diminuito rispetto al picco di circa 2.225 terawattora raggiunto nel 2005: una riduzione di quasi un quarto in vent’anni, dovuta sia alla crisi economica del 2008-2013 sia a una maggiore efficienza energetica. Ma la composizione di quel consumo è rimasta sostanzialmente la stessa. Il petrolio rappresenta ancora il 42 per cento del mix energetico, usato soprattutto per i trasporti sotto forma di benzina, gasolio e cherosene. Il gas naturale pesa per il 35 per cento ed è la fonte dominante sia per il riscaldamento che per la produzione di elettricità. Insieme, petrolio e gas coprono oltre tre quarti del fabbisogno energetico italiano. Le fonti rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico, biomasse e geotermico) contribuiscono per circa il 21 per cento, mentre il carbone è sceso all’1,7 per cento.

L’Italia ha chiuso le sue poche centrali nucleari dopo il referendum del 1987 ed è l’unico grande paese industrializzato europeo a non avere alcuna produzione nucleare. Questo significa che tutto il carico energetico che non viene coperto dalle rinnovabili deve essere soddisfatto dai combustibili fossili. E poiché l’Italia non ne ha quasi, deve importarli.

La mappa delle importazioni

La dipendenza energetica italiana dall’estero è circa al 72 per cento, il valore più basso di sempre ma ancora molto superiore alla media europea del 58 per cento. Quasi tre quarti dell’energia consumata in Italia arriva da altri Paesi, sotto forma di gas, petrolio e, in misura minore, elettricità importata tramite gli elettrodotti.

Per il gas naturale, l’Italia importa il 95 per cento del fabbisogno. La produzione nazionale copre appena il 4,7 per cento, estratta soprattutto da giacimenti in Basilicata e nel mare Adriatico. Il gas arriva attraverso due canali: i gasdotti, che rappresentano circa il 72 per cento delle importazioni, e le navi metaniere che trasportano gas naturale liquefatto, il cosiddetto GNL, che coprono il restante 23 per cento.

La mappa dei fornitori è cambiata di molto in pochi anni. Nel 2021 la Russia era il primo fornitore con il 40 per cento del gas importato. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo italiano ha diversificato rapidamente le fonti e nel 2024 l’Algeria è diventata il primo fornitore con il 37 per cento del totale, seguita dall’Azerbaijan con il 17 per cento, dal Qatar con l’11 per cento attraverso il GNL, dai paesi del Nord Europa con il 10 per cento e dagli Stati Uniti con l’8 per cento. La Russia era risalita al 9 per cento nel 2024, ma dal primo gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, i flussi dal gasdotto di Tarvisio si sono quasi azzerati.

La diversificazione è stata necessaria ma non ha eliminato il problema. L’Algeria attraversa periodiche instabilità politiche, l’Azerbaijan è un regime autoritario con poca capacità di espansione, e il gas dal Qatar che arriva via nave attraverso lo Stretto di Hormuz è esattamente quello messo a rischio dalla crisi attuale.

Per il petrolio la situazione è leggermente diversa. L’Italia importa il 93 per cento del fabbisogno da 28 Paesi. Il primo fornitore è la Libia con il 21 per cento, seguita da Azerbaijan con il 15 per cento, Kazakhstan con il 14 per cento, Iraq con il 9 per cento, Stati Uniti con l’8 per cento, Arabia Saudita con il 7 per cento e Nigeria con il 6 per cento. La Russia è completamente assente dalle importazioni di petrolio dal 2022, quando le sanzioni europee sono entrate in vigore. Il petrolio è paradossalmente più sicuro dal punto di vista geopolitico rispetto al gas: viaggia via nave e l’Italia può cambiare fornitore con relativa facilità. Il gas, legato ai gasdotti fisici, è molto più rigido.

Energia ed elettricità non sono la stessa cosa

È importante chiarire la differenza tra energia consumata ed elettricità consumata. L’elettricità è solo una parte dell’energia totale: in Italia, la produzione di elettricità rappresenta circa un terzo del consumo energetico complessivo. Il resto è energia usata direttamente come combustibile, come la benzina nelle auto, il gas nelle caldaie o il gasolio nei camion.

Questa distinzione è fondamentale perché i progressi delle rinnovabili si vedono soprattutto nella produzione elettrica, mentre nel settore dei trasporti e del riscaldamento i combustibili fossili restano dominanti. Quando si legge che le rinnovabili in Italia coprono il 50 per cento della produzione, si parla solo di elettricità. Se si guarda all’energia primaria complessiva, la quota di fonti a basse emissioni scende al 21 per cento.

Nel mix elettrico del 2024, il gas naturale ha generato il 44 per cento di tutta l’elettricità italiana, un dato che da solo spiega gran parte dei problemi di costo del sistema. L’idroelettrico ha contribuito per circa il 20 per cento, il solare per il 13 per cento, l’eolico per l’8 per cento, le bioenergie per il 6 per cento e il petrolio ancora per il 4 per cento. Il solare è passato da quasi zero nel 2010 a oltre 36 terawattora nel 2024 e l’idroelettrico ha avuto un’annata positiva grazie alle piogge abbondanti. Ma la metà dell’elettricità italiana viene ancora prodotta bruciando combustibili fossili, e questo ha conseguenze dirette sulle bollette.

Perché l’elettricità costa così tanto in Italia

Nel 2024 le imprese italiane hanno pagato l’elettricità l’87 per cento in più rispetto alla Francia, il 70 per cento in più della Spagna e quasi il 40 per cento in più della Germania. Secondo i dati Eurostat, nel primo semestre 2025 il prezzo dell’elettricità per le famiglie italiane era di 0,33 euro per kilowattora tasse incluse, il quarto più alto dell’Unione Europea. Per le imprese il dato è ancora peggiore: l’Italia è al secondo posto, preceduta solo dall’Irlanda.

Lo squilibrio dipende in larga parte dal meccanismo pay-as-clear del mercato europeo dell’elettricità. L’elettricità viene venduta partendo dalle fonti più economiche, prima le rinnovabili, poi l’idroelettrico e il nucleare, infine il gas, ma il prezzo finale per tutti è determinato dall’ultima fonte necessaria a coprire la domanda, che nella maggior parte delle ore è una centrale a gas. Anche l’elettricità prodotta dal sole o dal vento viene quindi venduta al prezzo fissato dal gas.

In Italia, il gas determina il prezzo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore, la percentuale più alta d’Europa. In Spagna, che ha investito nelle rinnovabili e usa anche il nucleare, questa quota è scesa al 15 per cento. Quando il prezzo del gas sale, come sta succedendo con la crisi di Hormuz, le bollette italiane salgono proporzionalmente, anche se una parte crescente dell’elettricità viene prodotta da fonti che in sé costano molto poco. Il prezzo medio all’ingrosso in Italia nel 2024 si è attestato attorno ai 108 euro per megawattora: il 38 per cento in più della Germania, circa il doppio della Francia, dove il nucleare copre il 65 per cento della produzione elettrica.

Il prezzo dell’elettricità ha diversi impatti. Per le famiglie, un costo dell’energia più basso significa più reddito disponibile, soprattutto per i nuclei a reddito medio-basso che spendono una quota proporzionalmente maggiore del proprio bilancio in energia. Per le imprese, la questione è ancora più diretta: se due aziende producono lo stesso bene ma una paga l’energia il doppio dell’altra, dovrà o accettare margini più bassi o alzare i prezzi, perdendo competitività. È esattamente la situazione dell’industria italiana rispetto a quella francese o spagnola.

C’è poi un punto che spesso sfugge: abbassare il costo dell’elettricità è la chiave per ridurre la dipendenza dal petrolio. L’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e di parte dei processi industriali è il modo più efficace per sostituire i combustibili fossili con fonti pulite e domestiche. Ma perché famiglie e imprese investano in auto elettriche, pompe di calore e processi elettrificati, l’elettricità deve costare meno delle alternative fossili. Un prezzo dell’elettricità strutturalmente alto rallenta questa transizione e tiene l’Italia ancorata al petrolio e al gas importati.

Il confronto europeo

Il confronto con gli altri grandi Paesi europei rende evidente quanto le scelte energetiche italiane, tra cui la rinuncia al nucleare e il lento sviluppo delle rinnovabili – al di là delle legittime valutazioni politiche su queste fonti – stiano pesando sulla sicurezza energetica e sui costi.

La Francia produce circa il 65 per cento della propria elettricità dal nucleare. La quota di fonti a basse emissioni raggiunge il 95 per cento della produzione elettrica e il 54 per cento dell’energia primaria. Questo rende la Francia molto meno esposta alle oscillazioni dei prezzi del gas e del petrolio. La Spagna ha scelto una strada diversa, con un investimento consistente nelle rinnovabili. Oggi oltre il 60 per cento dell’elettricità spagnola proviene da fonti rinnovabili, a cui si aggiunge un 8 per cento di nucleare. Secondo le stime della Banca di Spagna, all’inizio del 2024 i prezzi all’ingrosso erano inferiori di circa il 40 per cento rispetto a quanto sarebbero stati senza l’espansione delle rinnovabili. La Germania, dopo aver chiuso tutte le centrali nucleari nel 2023, ha investito in eolico e solare, ma la chiusura del nucleare ha aumentato la dipendenza dal gas.
L’Italia, con zero nucleare e una quota di rinnovabili sull’elettricità del 50 per cento (un dato in sé non disprezzabile ma insufficiente), resta il grande Paese europeo più esposto ai combustibili fossili. Il 21 per cento di energia primaria da fonti a basse emissioni è il dato più basso tra i grandi Paesi dell’Unione, contro il 54 per cento della Francia, il 34 per cento della Spagna e il 32 per cento della media europea.

Confindustria ha stimato che l’aumento dei prezzi energetici tra fine 2024 e inizio 2025 ha avuto un impatto di oltre 10 miliardi di euro sulla spesa di famiglie e imprese italiane. Il problema è strutturale e crea un circolo vizioso in quanto le imprese pagano di più per l’energia, hanno costi di produzione più alti, sono meno competitive e hanno meno risorse da investire proprio nelle tecnologie che ridurrebbero la dipendenza dal gas.

Cosa si potrebbe fare

Le rinnovabili sono la risposta più immediata e concreta per ridurre la dipendenza dai fossili. Il solare e l’eolico hanno costi di produzione ormai inferiori a qualsiasi fonte tradizionale e sono tecnologie mature, disponibili da subito. L’Italia ha sole e vento in abbondanza e il fotovoltaico in particolare sta crescendo a ritmi importanti. Ma ci sono ostacoli. Il primo è l’intermittenza: il sole non c’è di notte e il vento non soffia sempre. Per gestire questa variabilità servono sistemi di accumulo su larga scala, oggi ancora costosi e in fase di sviluppo per le dimensioni necessarie a un sistema elettrico nazionale. Il secondo ostacolo è tipicamente italiano ed è la burocrazia: le procedure autorizzative per costruire un impianto rinnovabile in Italia richiedono in media dai cinque ai sette anni tra permessi, ricorsi e opposizioni locali.

In Italia si è anche tornati a parlare di nucleare. Ma tra il parlarne e il costruire reattori c’è una distanza enorme, e la storia recente lo dimostra. Il reattore di Vogtle nello Stato della Georgia, primo impianto nucleare statunitense in trent’anni, è stato completato nel 2024 con sette anni di ritardo e un costo finale di oltre 35 miliardi di dollari, più del doppio del preventivo. In Francia, il primo dei sei nuovi reattori annunciati dal presidente Emmanuel Macron è già slittato di tre anni al 2038. In Regno Unito, l’impianto Hinkley Point C in costruzione nella contea del Somerset accumula ritardi e revisioni di costo. I piccoli reattori modulari, noti come SMR (dall’inglese Small Modular Reactors) e su cui si concentrano molte speranze, non hanno dimostrato di poter essere costruiti nei tempi e ai costi promessi: l’unico progetto statunitense con licenza, quello della società NuScale, è stato cancellato nel 2023 dopo che i costi erano più che raddoppiati. L’unico Paese che riesce a costruire nucleare in tempi e costi contenuti è la Cina, che ha 33 reattori in costruzione e un costo per watt installato circa un quinto di quello occidentale. Per l’Italia, un Paese che parte da zero e che impiega anni per autorizzare un parco eolico, pensare di avere reattori nucleari operativi nel breve-medio periodo sembra essere del tutto irrealistico.

Oltre alla scelta tra rinnovabili e nucleare, il nostro Paese deve decidere se investire seriamente per ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero, oppure se limitarsi a cambiare fornitori ogni volta che una crisi rende impraticabile il rapporto con quelli precedenti. È esattamente quello che è successo negli ultimi anni: prima la Russia forniva il 40 per cento del gas, poi l’invasione dell’Ucraina ha costretto a diversificare in fretta verso Algeria, Azerbaijan e Qatar. Oggi, con lo Stretto di Hormuz sotto tensione, una parte di quei nuovi fornitori è di nuovo a rischio.

Siamo tutti dalla stessa parte

Se sei qui, è perché credi anche tu in un’informazione politica libera, indipendente da partiti, influenze e agende.
Da 14 anni verifichiamo quello che dicono i politici, e oltre 5.000 fact-checking dopo continuiamo a fare la nostra parte mettendo al centro i fatti e i numeri.
Se pensi che questo lavoro serva, puoi darci una mano.
SOSTIENI IL GIORNALISMO INDIPENDENTE
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.

Ultimi articoli