Meloni sul potere d’acquisto racconta solo una parte della storia

Abbiamo verificato le statistiche citate dalla presidente del Consiglio e spiegato che cosa mostrano davvero
ANSA
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Il 10 febbraio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato sui social network «una serie di dati positivi sul potere d’acquisto degli italiani» pubblicati da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea. Meloni ha citato tre statistiche per dimostrare che negli ultimi trimestri il potere d’acquisto degli italiani è aumentato più che in tutti gli altri grandi Paesi europei, e che da quando c’è il suo governo la crescita avrebbe compensato la crescita dell’inflazione.

«Sono dati che ci rendono orgogliosi, che smentiscono molte narrazioni e che ci spingono a proseguire su questa strada, con la consapevolezza che c’è ancora molto da fare», ha concluso Meloni. Ma i numeri citati sono corretti? E, soprattutto, bastano per dire che negli ultimi anni il potere d’acquisto degli italiani sia davvero migliorato? Facciamo un po’ di chiarezza.

Da dove arrivano i numeri

Il post di Meloni è accompagnato da un articolo pubblicato il 10 febbraio dal quotidiano Il Messaggero, intitolato “Italia prima per crescita del potere d’acquisto in Europa”. L’autore è Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison – un centro studi che si occupa di analisi economiche – ed ex consigliere economico di Matteo Renzi, quando era presidente del Consiglio. Da anni Fortis pubblica articoli su vari quotidiani in cui sostiene che l’economia italiana sia messa meglio di quanto spesso si racconti, arrivando talvolta a letture controverse, per esempio sui record dell’export, poi rilanciate da esponenti del governo. Questo non significa che l’articolo sia per forza sbagliato, ma aiuta a capire in quale tipo di lettura dei dati si inserisce.

Per verificare le affermazioni di Meloni bisogna partire dalla fonte dei numeri, cioè Eurostat, che lo scorso 28 gennaio ha aggiornato i dati su un indicatore specifico: il cosiddetto “reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie in termini reali”. In parole semplici, questo indicatore misura, al netto dell’aumento dei prezzi, quanti soldi restano in media a ogni famiglia dopo aver pagato imposte e contributi e dopo aver ricevuto eventuali trasferimenti, come pensioni e sussidi. Serve quindi a stimare se la capacità di spesa delle famiglie stia aumentando o diminuendo. Proprio perché include diverse componenti, come redditi da lavoro e da capitale, trasferimenti e tasse, questo indicatore può muoversi anche per ragioni diverse dall’andamento degli stipendi (su questo punto torneremo più avanti).

Nel database di Eurostat, questo reddito disponibile è pubblicato sotto forma di indice, con base 100 fissata nel 2010. In concreto, significa che il valore 100 corrisponde al livello del 2010, mentre i valori successivi indicano di quanto l’indicatore sia aumentato o diminuito rispetto a quell’anno. Per esempio, un indice pari a 105 vuol dire che è cresciuto del 5 per cento rispetto al 2010, mentre un indice pari a 95 indica una diminuzione del 5 per cento.

Va inoltre precisato che Eurostat non ha dati trimestrali per tutti i Paesi dell’Ue: nella serie aggiornata al 28 gennaio, i valori sono disponibili per 18 Paesi su 27, oltre che per l’area euro e per l’Ue nel suo complesso. I dati, infine, sono trimestrali e destagionalizzati, cioè corretti per eliminare le oscillazioni ricorrenti legate al periodo dell’anno e rendere più affidabile il confronto tra un trimestre e quello precedente.
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Le percentuali di Meloni, verificate

Chiarito questo contesto, possiamo analizzare se i numeri citati da Meloni sono corretti. Partiamo dalla prima statistica. Secondo la presidente del Consiglio, nel terzo trimestre del 2025 in Italia «il potere d’acquisto pro capite è cresciuto dell’1,7 per cento, circa il triplo del risultato di Spagna e Germania, mentre in Francia è addirittura diminuito».

Tra luglio e settembre dell’anno scorso, l’indice del reddito disponibile reale pro capite delle famiglie valeva 103,8, il +1,7 per cento rispetto al valore del trimestre precedente, pari a 102,1. In concreto, significa che in quel trimestre, in media, le famiglie hanno avuto un po’ più margine di spesa “reale”, cioè al netto dell’aumento dei prezzi. La crescita spagnola è stata dello 0,6 per cento e quella tedesca dello 0,5 per cento, mentre in Francia il reddito è calato dello 0,3 per cento. Dunque, la prima statistica citata da Meloni è corretta.

La presidente del Consiglio ha poi scritto che la crescita del potere d’acquisto italiana tra il quarto trimestre del 2024 e il terzo trimestre del 2025 «è stata del 3,5 per cento, a fronte dello 0,9 per cento della Spagna, dello 0,3 per cento della Germania e del -0,4 per cento della Francia». Anche queste percentuali sono corrette.

Infine, Meloni ha sottolineato che durante il suo governo, insediatosi il 22 ottobre 2022, il potere d’acquisto degli italiani «ha fatto registrare un +7,5 per cento». La crescita rispetto al periodo pre-pandemia di COVID-19 è stata invece «del 7,7 per cento». Entrambe le percentuali sono corrette e si riferiscono alle variazioni dell’indice del reddito registrate, rispettivamente, tra il quarto trimestre del 2022 e il terzo trimestre del 2025, e il quarto trimestre del 2019 e il terzo trimestre del 2025.

Va comunque ricordato che si tratta di dati trimestrali: anche se sono destagionalizzati, possono oscillare più rapidamente nel breve periodo rispetto alle medie annuali, e per questo vanno letti con cautela quando si traggono conclusioni generali.

Più crescita, ma non più in alto

Verificare che le percentuali siano corrette, però, non basta a capire che cosa dicano davvero questi dati. Con tutti questi numeri, infatti, è facile fare confusione: cerchiamo quindi di fissare alcuni punti fermi.

Il primo punto è che, anche se nei trimestri recenti il reddito disponibile reale pro capite delle famiglie italiane è cresciuto più di quello delle famiglie negli altri grandi Paesi Ue, il livello del reddito delle famiglie italiane resta comunque più basso, se si considera il 2010 come punto di partenza.

Come detto, nel terzo trimestre del 2025 l’indice italiano era pari a 103,8. Quello della Spagna era pari a 108,2, quello della Francia a 110,8 e quello della Germania a 115,7. In altre parole, secondo i dati più recenti, rispetto al 2010 il reddito disponibile reale pro capite delle famiglie italiane risulta solo poco più alto, mentre negli altri tre Paesi è cresciuto di più nel corso degli anni. Insomma, l’Italia può aver registrato aumenti più rapidi in un certo periodo, ma partendo da un valore più basso. Per questo le percentuali citate da Meloni descrivono un recupero recente, non un sorpasso dell’Italia sugli altri grandi Paesi europei nel confronto dei livelli dell’indicatore.

Come mostra il grafico, nel confronto di lungo periodo l’Italia è il Paese che ha recuperato meno terreno tra quelli considerati. La parte evidenziata in azzurro mostra l’aumento del trimestre a cui fa riferimento la prima statistica citata da Meloni, cioè il passaggio tra il secondo e il terzo trimestre del 2025.
Negli ultimi trimestri l’indice è risalito, ma resta su valori più bassi rispetto a Germania, Francia e Spagna, che nel tempo hanno avuto una crescita più marcata rispetto al 2010. Proprio perché l’Italia veniva da una fase di andamento più debole rispetto agli altri Paesi, è normale che in alcuni periodi recenti le percentuali di crescita risultino più alte: partendo da livelli più bassi, basta un recupero relativamente contenuto per ottenere variazioni più marcate. 

Va ricordato poi che, nel corso degli ultimi quindici anni, l’indicatore è salito e sceso più volte in Italia, con fasi di aumento registrate anche durante governi precedenti: per questo non è corretto leggere ogni variazione come il risultato diretto dell’azione del governo in carica.

Non basta un grafico

Il secondo aspetto da tenere presente riguarda invece il rapporto tra questi numeri e le politiche del governo. Anche se le percentuali citate da Meloni sono corrette, infatti, questi dati non permettono di stabilire automaticamente che l’aumento del reddito disponibile reale pro capite sia merito dell’esecutivo.

L’indicatore è influenzato da molti fattori diversi, come l’andamento dell’occupazione e dei salari, l’evoluzione dei prezzi, le misure fiscali e i trasferimenti pubblici, ma anche dinamiche internazionali su cui un singolo governo ha un controllo limitato. Per dimostrare un rapporto di causa-effetto tra l’azione del governo e la crescita dell’indice, quindi, non basta osservare che il dato è aumentato in un certo periodo: servirebbero analisi specifiche e studi economici in grado di isolare il peso delle singole politiche rispetto agli altri fattori che incidono sul reddito delle famiglie.

Il puzzle del potere d’acquisto

C’è poi un terzo e ultimo punto. Il reddito disponibile reale pro capite è solo uno dei dati che si possono usare per parlare di “potere d’acquisto”. È un indicatore utile, perché prova a misurare quante risorse restano alle famiglie, in media, al netto dell’inflazione. Ma non fotografa da solo l’intero quadro e non sempre coincide con quello che emerge da altre statistiche legate alla condizione economica delle famiglie.

Un altro indicatore utile è il cosiddetto “reddito aggiustato lordo disponibile pro capite delle famiglie in termini reali”. Anche questo è un indice con base 100 nel 2010, ma rispetto all’indicatore visto prima tiene conto dei servizi pubblici ricevuti dalle famiglie, come sanità e istruzione. Ebbene, secondo Eurostat, tra il 2022 e il 2024 (sono disponibili solo i dati annuali) il reddito aggiustato in Italia è cresciuto dell’1,9 per cento, meno che in Francia (+2,9 per cento) e in Spagna (+6,7 per cento). Nello stesso periodo 18 Paesi Ue sono cresciuti più del nostro. 

Per questo motivo, per completare il quadro fornito da Meloni, è utile guardare anche ad altri dati più vicini all’esperienza quotidiana delle famiglie, a partire dalle retribuzioni. Per esempio, nello stesso periodo in cui l’indice del reddito disponibile reale pro capite è cresciuto, i dati Eurostat sugli stipendi mostrano un aumento più contenuto. Nel terzo trimestre del 2025, le retribuzioni orarie in Italia sono cresciute del 2,4 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2024: è uno degli incrementi più bassi tra i Paesi Ue. Si tratta di un dato espresso in termini nominali, cioè non corretto per l’inflazione, ma che suggerisce comunque come la crescita delle retribuzioni sia stata relativamente moderata nel confronto europeo.

Ricapitolando: i numeri citati da Meloni confermano che negli ultimi trimestri c’è stato un recupero del reddito disponibile reale pro capite delle famiglie. Non dimostrano però, da soli, che il potere d’acquisto degli italiani sia oggi “tra i più alti in Europa” o che la situazione economica delle famiglie sia migliorata in modo netto e generalizzato.

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