Perché ai politici piace ancora inviare lettere ai giornali

Iniziano con la formula “Caro direttore…”, ma si rivolgono agli alleati o agli avversari, suscitando accesi dibattiti
ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/FILIPPO ATTILI
ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/FILIPPO ATTILI
Negli ultimi giorni tra i partiti di opposizione al governo Meloni è nato un dibattito attorno alla cosiddetta “cultura woke”. Con questo termine,  diffusosi soprattutto nei Paesi anglosassoni si indica una particolare sensibilità verso temi di discriminazione e disuguaglianza sociale, come razzismo, sessismo, diritti LGBT+, che secondo diversi osservatori e, in particolare la destra conservatrice, ha suscitato nella sinistra atteggiamenti dogmatici e censori.

Il dibattito ha origine da una recente intervista della deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, che ha preso le distanze dalle posizioni iniziali del fenomeno woke negli Stati Uniti. In Italia, però, il dibattito è sorto nello specifico da una lettera inviata dal presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte al direttore del quotidiano la Repubblica, Stefano Cappellini, e pubblicata sullo stesso giornale il 21 agosto. Nella lettera, intitolata “Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di diseguali”, Conte ha espresso apprezzamento per le posizioni di Ocasio-Cortez, aprendo così un dibattito nel nostro Paese – in particolare a sinistra – che fino a quel momento era rimasto piuttosto in secondo piano. Alla lettera di Conte hanno risposto diversi esponenti del centrosinistra, alcuni, come il leader di Italia Viva Matteo Renzi con altre lettere sullo stesso tema. Due giorni dopo quella di Conte, Renzi ha infatti inviato una lettera al direttore de la Repubblica esprimendo condivisione dell’opinione di Conte, e alimentando ancora di più il dibattito su questo tema.
Al di là del dibattito in sé, l’aspetto significativo di questa vicenda è che tutta la discussione italiana sul woke non è nata da un’intervista, da un post sui social-network, da una dichiarazione alle agenzie stampa, ma da una lettera di un leader politico a un giornale, a cui poi ne sono seguite altre. Tra l’altro, il 26 agosto la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha inviato pure lei una lettera al Corriere della Sera, pubblicata poi sul giornale, su un altro tema, e cioè per chiedere l’introduzione di una tassa sui cosiddetti “extraprofitti” delle società energetiche e far fronte alla crisi dei prezzi dei carburanti.

Il punto in comune di queste lettere, che sono parte di un lunga tradizione della politica italiana, è che i leader non vogliono quasi mai rivolgersi davvero ai direttori dei giornali a cui inviano le lettere stesse. A volte è così, ma nella maggior parte dei casi la formula “Caro direttore…”, – con cui spesso iniziano questi testi – nasconde la volontà di parlare ad altri, magari al proprio elettorato, oppure agli alleati o agli avversari, sfruttando le pagine di un autorevole giornale ma evitando l’obbligo di dover rispondere alle domande del giornalista. Allo stesso tempo, per un giornale ospitare la lettera di un leader è fonte di prestigio nel confronto con i giornali “rivali” e centralità nel dibattito politico.

Una tradizione lontana

Come spiega l’enciclopedia Treccani, la lettera come strumento di comunicazione dei politici con i propri elettori, e non solo, ha origine già nel Cinquecento, quando uomini politici e cortigiani ricercavano e facevano circolare le proprie corrispondenze, che all’epoca costituivano la principale forma di comunicazione politica. Naturalmente quelle lettere non erano ancora le lettere ai giornali come le intendiamo oggi, visto che i primi quotidiani nacquero solo successivamente, nei primi anni del Seicento. Allo stesso tempo, questa antica usanza dei politici del Cinquecento dimostra un tradizione epistolare molto antica: già prima della nascita del giornalismo moderno, la lettera non era soltanto una forma di comunicazione privata. 

Le prime forme di lettera ai giornali per come la intendiamo oggi iniziarono però a diffondersi durante l’Italia monarchica, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Deputati, ministri, intellettuali e leader di partito intervenivano continuamente attraverso lettere aperte, rettifiche, repliche e comunicazioni indirizzate al direttore. Secondo le ricerche di Pagella Politica, una delle prime testimonianze in questo senso risale all’aprile del 1900, quando il deputato calabrese Biagio Camagna, che fu sindaco di Reggio Calabria, scrisse una lettera al direttore del quotidiano locale Calabria in cui sosteneva che i problemi dell’Italia all’epoca derivano a suo parere dalla mancanza di una vera democrazia e dall’incapacità di rispondere ai bisogni della popolazione. Quella lettera non era dunque una vera e propria lettera al direttore del giornale a cui era indirizzata, ma una sorta di manifesto politico. 

«Sin dall’Ottocento, il giornalismo italiano ha svolto una funzione di dibattito molto interno alla politica, di presa di posizione, di modalità di raccontare la realtà, differente da quello che era il modello “normativo”, ossia il giornalismo anglosassone, dove l’idea di fondo è che i fatti debbano essere separati dalle opinioni», ha spiegato a Pagella Politica Massimiliano Panarari, professore di Sociologia della Comunicazione all’Università di Modena e Reggio-Emilia. «Nel giornalismo italiano fatti e opinioni spesso si mischiano e per questo le opinioni dei politici, come la lettera a un giornale, diventano una notizia, un modo di stare all’interno del dibattito, che i giornali stessi ricercano», ha aggiunto Panarari.

Nell’Italia monarchica, prima della dittatura fascista, uno dei politici che utilizzo di più le lettere ai giornali come strumento di comunicazione politica fu Luigi Einaudi, storico esponente del Partito Liberale e in seguito secondo presidente della Repubblica. Tra il 1917 e il 1919 scrisse all’allora direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini – con cui aveva peraltro un rapporto di amicizia molto stretto – una serie di lettere politiche, poi raccolte nel volume Lettere politiche di Junius e pubblicate dalla Fondazione Einaudi. All’epoca, Einaudi spiegava esplicitamente che le lettere servivano a intervenire sugli avvenimenti quotidiani e a indurre i lettori a riflettere sulle idee correnti.

I giornali d’opinione e il ruolo di Repubblica

Nel secondo dopoguerra l’usanza dei politici di inviare lettere riprese con il riaprirsi del dibattito pubblico dopo la caduta del fascismo. I grandi quotidiani italiani diventarono non soltanto fonti di notizie, ma anche i principali canali su cui avveniva la discussione politica. Ogni giornale aveva un suo pubblico, i suoi lettori, che spesso facevano riferimento a un determinato partito dell’arco parlamentare. 

Gli stessi direttori dei quotidiani più importanti erano protagonisti della politica. Il rapporto fra leader politico e direttore poteva assomigliare più a un dialogo fra due autorità pubbliche che al rapporto odierno fra politico e redazione. Un caso esemplare è quello del fondatore e storico direttore de la Repubblica Eugenio Scalfari. Scalfari fondò la Repubblica nel 1976 come un progetto con un obiettivo politico e morale, non come semplice fornitura neutrale di notizie. «Mi si chiederà quale fosse e qual è questo progetto del quale tanto si è parlato e tanto ancora si parla al punto di far dire a molti nostri sostenitori e anche a molti nostri critici che Repubblica è un “partito”. O meglio un “giornale-partito”. O se volete, un partito sotto forma di giornale», scriveva Scalfari nel Il libro dei trent’anni. Repubblica 1976-2006, pubblicato in occasione dei 30 anni del quotidiano. «Ebbene, in un certo senso è vero proprio perché siamo nati all’insegna di quel famoso progetto condiviso. Che però, nel caso d’un giornale, non è e non può essere, come accade per un partito, la conquista del potere. Un grande giornale può avere influenza sull’opinione pubblica. Può contribuire alla formazione d’un modo di sentire, di comportarsi; può educare civilmente e culturalmente i suoi lettori, orientarne le scelte. Subirne a sua volta lo stimolo ed esprimerne la volontà», spiegava il fondatore di Repubblica rispetto allo scopo del suo giornale, ma in generale di tutti i grandi quotidiani dell’epoca.  

In questo senso, i giornali in Italia non avevano solo il ruolo di diffondere pure e semplici notizie, ma di creare dibattito. E la lettera del politico al direttore si prestava bene dunque a questo scopo. Per esempio, negli anni Ottanta e poi ancora nei primi anni Novanta, durante lo scandalo di Tangentopoli, l’allora leader del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi ebbe un rapporto molto polemico proprio con la Repubblica e con Scalfari, per le critiche che lui e il suo giornale riservavano da sinistra al leader socialista. Così il leader del PSI era solito inviare lettere a Scalfari che poi venivano pubblicate sul giornale. Più avanti nel tempo, quando non era più leader del PSI e si trovava ad Hammamet, in Tunisia, Craxi scrisse pure al successivo direttore di Repubblica, Ezio Mauro, reagendo a un articolo di Scalfari sulla giustizia e sulla responsabilità della classe dirigente della Prima Repubblica. 

Lettere al direttore, ma non proprio

Nonostante l’intestazione, le lettere al direttore non sono quasi mai rivolte soltanto al direttore. Con la lettera, il politico può misurare ogni parola, introdurre distinzioni, rivolgersi a qualcuno e, soprattutto, produrre un testo che gli altri finiranno per commentare. La lettera è quindi più controllabile di un’intervista, ma comunque più autorevole di un semplice comunicato stampa. Per questo, la formula “Caro direttore, …” con cui spesso iniziavano, e iniziano ancora, le lettere ai giornali, è più che altro una formula retorica. «Si tratta di un format in virtù del quale un esterno – in questo caso il politico – accede al giornale per pubblicare una sua riflessione. Il punto è che il quotidiano continua a rappresentare un luogo “autorevole”, pur nella crisi terribile del giornalismo cosiddetto mainstream. I leader continuano a inviare lettere nella convinzione che i giornali siano una fonte autorevole che può validare le loro opinioni da rilanciare poi nel dibattito attraverso altri mezzi», ha aggiunto Panarari. Un caso esemplare è la già citata lettera inviata da Schlein al Corriere della Sera lo scorso 26 agosto, i cui contenuti sono stati riassunti e pubblicati sulle pagine social della segretaria del PD.

Andando indietro nel tempo, si può citare la lettera che Walter Veltroni, a settembre 2007, inviò a la Repubblica per chiarire il rapporto tra il Partito Democratico – che sarebbe nato di lì a poco – i valori della Costituzione e le riforme istituzionali. La lettera, che ovviamente iniziava con il classico “Caro direttore”, era in realtà un manifesto politico che definiva l’identità del nuovo partito davanti al pubblico progressista. Non è casuale che pure in quel frangente la lettera di Veltroni fosse indirizzata a la Repubblica, visto che come detto in precedenza il quotidiano fondato da Scalfari si è da sempre imposto come il principale luogo di confronto di idee della sinistra e del centrosinistra. In seguito altri segretari del PD, come Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani, hanno inviato lettere a la Repubblica per puntualizzare la loro linea politica, lanciare proposte e orientare il dibattito.
L'allora editore di Repubblica Carlo De Benedetti con la giornalista Lucia Annunziata e Walter Veltroni al teatro Argentina a Roma per la presentazione dell'autobiografia di Eugenio Scalfari, aprile 2014 – Fonte: ANSA
L'allora editore di Repubblica Carlo De Benedetti con la giornalista Lucia Annunziata e Walter Veltroni al teatro Argentina a Roma per la presentazione dell'autobiografia di Eugenio Scalfari, aprile 2014 – Fonte: ANSA

Le lettere di Berlusconi e Meloni

L’uso della lettera al quotidiano non è comunque una consuetudine solo di sinistra. «La lettera al direttore è una pratica trasversale, che non riguarda solo la sinistra, nonostante la Repubblica sia stato negli anni il principale giornale ad accogliere le lettere dei leader del centrosinistra. Silvio Berlusconi inviava molte lettere ai giornali, anche a giornali che non facevano riferimento al proprio schieramento politico, magari in funzione di rettifica e replica a quanto veniva scritto», ha spiegato Panarari. L’ex presidente del Consiglio, storico leader e fondatore di Forza Italia, era solito inviare lettere a Il Giornale, quotidiano di centrodestra di cui fino al 2023 la famiglia Berlusconi era proprietaria, e soprattutto al Corriere della Sera, a cui si contano decine di lettere. 

Tra l’altro, Berlusconi è rimasto celebre proprio per una lettera, recitata in quel caso dallo stesso leader di Forza Italia durante una puntata di Servizio Pubblico del giornalista Michele Santoro, a gennaio 2013 in risposta al vicedirettore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Pure in quell’occasione, la lettera serviva da un lato a rispondere a Travaglio ma, essendo letta in una trasmissione televisiva, serviva a rivolgersi direttamente agli ascoltatori, a poco più di un mese dalle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013.
Venendo ad oggi, anche l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha spesso fatto uso delle lettere ai giornali per diffondere il suo pensiero politico e orientare il dibattito pubblico. Secondo le verifiche di Pagella Politica da quanto è presidente del Consiglio, ossia dal 22 ottobre 2022, Meloni ha inviato e fatto pubblicare almeno quattro lettere, tutte al Corriere della Sera e tutte nella prima metà del 2023. In una lettera del 4 febbraio 2023, Meloni è intervenuta sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, mentre due mesi dopo, il 25 aprile ne ha inviata una sul fascismo e la Liberazione. Quella lettera è stata particolarmente significativa perché Meloni ha affermato che i partiti della destra parlamentare sono «incompatibili» con qualsiasi nostalgia fascista. Tre mesi più tardi, a luglio 2023, la presidente del Consiglio ha inviato un’altra lettera al Corriere per spiegare la sua assenza dalla fiaccolata in ricordo del giudice Paolo Borsellino a Palermo, mentre ad agosto ne ha scritta una sul salario minimo, per precisare di essere favorevole all’idea di difendere i salari, pur non aderendo alla proposta delle opposizioni di introdurre una retribuzione minima per legge.

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