Che cos’è il “woke” e perché la sinistra italiana si è divisa anche su questo

Se ne parla per via di una presa di posizione di Conte, che ha suscitato critiche ma pure insoliti apprezzamenti 
ANSA/FABIO CIMAGLIA
ANSA/FABIO CIMAGLIA
Negli ultimi giorni il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha innescato un dibattito tra i partiti di opposizione rispetto alla cosiddetta “cultura woke”. Con questa espressione, diffusa soprattutto nei Paesi anglosassoni, si indica una particolare sensibilità verso temi di discriminazione e disuguaglianza sociale, come razzismo, sessismo, diritti LGBT+, che secondo diversi osservatori e, in particolare la destra conservatrice, ha suscitato nella sinistra atteggiamenti dogmatici e censori. Sulla definizione di “woke” torneremo più avanti.

In una lettera pubblicata il 21 agosto dal quotidiano la Repubblica, Conte ha sostenuto che alcuni aspetti della cultura woke abbiano avuto effetti positivi, come una maggiore attenzione verso discriminazioni, linguaggio rispettoso e il riconoscimento delle minoranze. Ma ha criticato duramente quelli che considera i suoi eccessi, come la cosiddetta “cancel culture”. Per “cancel culture” (in italiano, “cultura della cancellazione”) si intende quel fenomeno, anch’esso diffuso soprattutto nei Paesi anglosassoni, per cui una persona, un’azienda o un’opera viene sottoposta a una forte condanna pubblica, spesso sui social, in caso di comportamenti o dichiarazioni considerati offensivi, discriminatori o moralmente inaccettabili. Nella sua lettera a la Repubblica, Conte ha definito la cultura woke come «una religione morale autoreferenziale» e che non si possono affrontare le sfide attuali «muniti solo di un’agenda morale sui diritti civili, né possiamo continuare a ragionare solo di diritti identitari e di spazi simbolici».

La presa di posizione di Conte arriva dopo alcune recenti parole della deputata del Partito Democratico statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, secondo cui «il Woke 1.0 era folle» (anche su quest’ultima dichiarazione ci torneremo più avanti). La lettera di Conte ha suscitato un acceso dibattito tra i partiti di opposizione, che hanno espresso pareri diversi su un fenomeno sviluppatosi soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e di cui non si hanno di fatto casi di rilievo in Italia.

Di che cosa stiamo parlando

Con il termine inglese “wokesi fa riferimento a quella che i conservatori, in particolare nei Paesi anglosassoni, ritengono sia una tendenza negativa dei progressisti ad avere un atteggiamento eccessivamente rigido e a tratti inquisitorio in merito a parole e idee che vanno contro alcune sensibilità, ad esempio sulle questioni delle minoranze e dei diritti civili.

Il termine “woke” nasce negli Stati uniti e significa letteralmente “sveglio”, nel senso di essere consapevole delle ingiustizie sociali, soprattutto del razzismo. Negli Stati Uniti si è diffuso negli anni Dieci, in particolare in relazione a movimenti come Black Lives Matter, il fenomeno nato in reazione agli omicidi di persone afroamericane da parte delle forze di polizia, successivamente diffusosi a livello internazionale nella lotta contro il razzismo. In origine con questa espressione si indicavano le persone dotate di una particolare sensibilità verso temi di discriminazione e disuguaglianza sociale, per esempio razzismo, sessismo, diritti LGBT+, discriminazioni verso minoranze e linguaggio inclusivo. Negli anni però il termine ha assunto una connotazione negativa ed è stato associato alla cancel culture, quindi alla pressione sull’uso o meno di determinate parole, alla rappresentazione delle minoranze nei media in determinati modi o alla rilettura critica di opere e personaggi del passato. 

Casi di questo genere sono avvenuti più che altro all’estero, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e hanno riguardato la letteratura, il cinema e la politica. Per esempio, nel 2023 c’è stata una polemica nel Regno Unito contro la casa editrice dei libri per bambini dello scrittore Roald Dahl per rimosso alcune espressioni considerate offensive in alcune vecchie opere dell’autore, come “Charlie e la fabbrica di cioccolato”, pubblicato per la prima volta nel 1964. La polemica era stata così forte da spingere la casa editrice, Puffin Books, a ristampare i libri di Dahl pure nella versione originale. Sempre nell’ambito culturale, negli Stati Uniti gli ambienti conservatori hanno poi spesso fatto ricorso al pericolo della “cultura woke” contro la sinistra, accusando alcune case di produzione come la Disney per la presenza di alcune scene e personaggi della comunità LGBTQ+ nei propri film. Su questa scia, negli anni si sono quindi diffuse notizie false secondo cui vari attori e star del cinema statunitense avessero rinunciato a contratti con la Disney perché promuoverebbe una fantomatica “agenda woke”.

Il fenomeno della “cultura woke” ha riguardato negli Stati Uniti e nel Regno Unito anche la storia. A giugno 2020, a Bristol nel Regno Unito, durante una manifestazione antirazzista in seguito all’uccisione negli Stati Uniti dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia, i manifestanti abbatterono la statua del mercante di schiavi inglese Edward Colston e la gettarono nel porto. La statua fu poi recuperata dalle autorità e posta nel museo della città di Bristol insieme ai graffiti che le erano stati disegnati sopra. Negli Stati Uniti altre polemiche hanno riguardato soprattutto i nomi di alcune scuole, dati in onore di generali confederati e favorevoli alla schiavitù durante la guerra di Secessione, oppure sull’uso di simboli relativi ai nativi americani.

In Italia il fenomeno della cultura “woke” vero e proprio non si è mai davvero manifestato, e anzi viene spesso confuso con il cosiddetto “politicamente corretto”. Questa è l’espressione con cui, in particolare dai partiti di destra, viene definito il movimento di opinione che si batte per un evitare il linguaggio sessista, evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche e di categorie con svantaggio fisico. 

Le parole di Ocasio-Cortez

In ogni caso, il presidente del Movimento 5 Stelle ha criticato la “cultura woke” in riferimento alle recenti parole della deputata Ocasio-Cortez, in un’intervista alla tv statunitense ABC del 9 agosto 2026. In quell’intervista Ocasio-Cortez, che è una delle figure principali della sinistra statunitense, aveva ripreso, ridendo, alcune parole di un consigliere comunale con cui lei lavora, ossia: «Woke one was crazy», ossia «il woke 1.0 era folle». La deputata aveva risposto così al giornalista che le aveva chiesto se, suo parere, i movimenti di sinistra statunitense avessero esagerato nelle loro prese di posizione negli ultimi anni, in particolare sul tema del Defund the police, in italiano “tagliare i fondi alla polizia”. Questo è lo slogan con cui a partire del 2020, dopo l’omicidio di George Floyd, diversi movimenti della sinistra statunitense avevano chiesto di destinare meno fondi alle forze dell’ordine, destinandoli ad altri servizi per la collettività. Ocasio-Cortez ha quindi definito quelle prese di posizioni e in generale la cultura woke delle origini come “folli” sostenendo allo stesso tempo che, pur non convidendone più la retorica, quelle battaglie avevano portato comunque a risultati utili.

La sinistra italiana divisa

Nella sua lettera a la Repubblica, Conte ha sostanzialmente condiviso l’opinione di Ocasio-Cortez, sostenendo che in Italia la sinistra non debba appiattirsi sulla cultura woke. «Per buona parte della sinistra questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i “buoni” dai “cattivi”», ha scritto Conte, secondo cui la cultura woke non può più rappresentare «l’ossatura ideologica di una forza progressista», che invece dovrebbe occuparsi di più di temi come le disuguaglianze e la corsa al riarmo.

La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein per ora non ha risposto alla presa di posizione dell’alleato, ma altri esponenti del suo partito hanno ribattuto alle parole del presidente del Movimento 5 Stelle. Alessandro Alfieri, senatore e responsabile Riforme del PD, ha detto che sugli eccessi della cultura woke Conte ha ragione e che questi eccessi possono essere dannosi, ma che non bisogna allo stesso tempo fare il percorso inverso dimenticando l’importanza di difendere i diritti civili e LGBTQ+. La deputata del PD Lia Quartapelle ha reagito in modo più polemico, sostenendo che Conte anziché concentrarsi sul suo ripensamento sul woke, dovrebbe ripensare ad altre misure volute qui in Italia dai suoi governi, come il Superbonus, che secondo la deputata avrebbero portato a uno spreco di risorse pubbliche.

Ancora più critica nei confronti di Conte è stata la deputata di Alleanza Verdi-Sinistra (AVS) Elisabetta Piccolotti. «Quale partito progressista italiano vi sembra essere a tutto tondo un soggetto promotore della cultura politica woke? Chi ha proposto l’abolizione di una sola delle nostre feste nazionali? Chi in Italia ha chiesto l’abbattimento di statue o targhe? Quale volto italiano si è fatto alfiere della cancel culture?», si è chiesta il 22 agosto Piccolotti in un post sui social, accusando in maniera indiretta Conte di distrarre i partiti di opposizione dal dibattito sui problemi reali dell’Italia e sulla costruzione del programma del centrosinistra in vista delle prossime elezioni. La stessa posizione è stata assunta il 24 agosto dal co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, pure lui deputato di AVS, in un’intervista al Corriere della Sera.

Al contrario, parole di sostegno a Conte sono arrivate dal leader di Italia Viva Matteo Renzi, di solito molto critico nei confronti del Movimento 5 Stelle. Il 23 agosto, in un’altra lettera a la Repubblica, Renzi ha detto di trovare «stimolante il dibattito aperto al suo giornale sulla necessità per la sinistra di superare l’ideologia woke, partendo dalle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez». L’ex presidente del Consiglio ha chiarito: «Si vince mettendo al centro la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana, non la cultura woke: su questo la penso come Giuseppe Conte». Al momento, il leader di Azione Carlo Calenda – che con il suo partito è fuori dal campo largo – non ha invece preso una posizione, sebbene in passato sia stato in diverse occasioni critico verso la cultura woke.

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