Le vostre domande sulla legge elettorale

Abbiamo chiesto ai nostri sostenitori che cosa volessero sapere sulla legge ora in discussione in Parlamento. Ecco le risposte
Ansa
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Dalla fine di aprile la proposta di riforma della legge elettorale presentata dai partiti di centrodestra è all’esame della Commissione Affari costituzionali della Camera. In questa prima fase, i deputati della commissione stanno ascoltando le audizioni di diversi esperti, che stanno dando le loro opinioni sul testo depositato da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. 

Dopo la conclusione delle audizioni, prevista per la fine di maggio, i deputati presenteranno gli emendamenti e a quel punto si capirà come la politica vuole davvero modificare le regole del gioco in vista delle prossime elezioni politiche, di cui non sappiamo ancora la data. La scadenza regolare della legislatura è a ottobre 2027, ma da tempo si parla di un possibile voto anticipato già nella primavera del prossimo anno. Dunque, le prossime elezioni politiche non sembrano così lontane.

Qualche giorno fa abbiamo chiesto alle nostre sostenitrici e ai nostri sostenitori che cosa volessero sapere proprio sul tema della nuova legge elettorale e abbiamo raccolto in questo articolo le risposte. Le domande sono state leggermente adattate per uniformità e chiarezza. 

Il tema sarà poi approfondito nella Guida di Pagella Politica alla legge elettorale, l’ebook che manderemo ai nostri sostenitori nelle prossime settimane. Per leggere la Guida e ricevere Question Time, una newsletter che informa sul dietro le quinte del nostro lavoro e ha reso possibile un contenuto come questo, clicca qui.

Che cos’è una legge elettorale e a cosa serve?

La legge elettorale è l’insieme di norme che regolano l’elezione dei membri del Parlamento. Definisce alcuni aspetti specifici di come i cittadini possono votare e, soprattutto, il modo in cui i voti vengono poi convertiti in seggi. Di solito, i sistemi elettorali prevedono una suddivisione del territorio nazionale in collegi e circoscrizioni, ossia porzioni di territorio in cui i partiti presentano candidati diversi a livello locale. La legge elettorale stabilisce quanti eletti sono assegnati ai collegi e alle circoscrizioni, e il modo in cui gli eletti vengono divisi tra i vari partiti o coalizioni che si presentano al voto.

Quali sono i tipi principali di sistemi elettorali?

Esistono molti tipi di sistemi elettorali, che rientrano però di solito in tre categorie: proporzionale, maggioritario o misto (ciascuno ha poi molte altre sottocategorie). Nei sistemi maggioritari, i partiti presentano di solito un solo candidato per ciascun collegio, che quindi sarà di dimensioni piuttosto piccole, e chi prende più voti vince, anche se non ha ottenuto la maggioranza. Questo è per esempio il sistema in vigore nel Regno Unito per l’elezione della Camera dei comuni. Altri tipi di maggioritario provano invece a far sì che il vincitore ottenga comunque più del 50 per cento dei voti, ad esempio ricorrendo a un secondo turno di ballottaggio. 

Nei sistemi proporzionali, il principio-chiave è che si cercherà di assegnare ai partiti (o alle coalizioni) un numero di eletti proporzionale ai voti ottenuti. Ciò di solito avviene presentando liste di candidati per ogni collegio, entro cui verranno scelti gli eletti in proporzione ai voti ottenuti.

Se una legge elettorale ha elementi del sistema maggioritario e di quello proporzionale (come collegi in cui viene eletto il candidato più votato, ma anche una quota di seggi assegnata in base alla percentuale dei voti espressi) produce un sistema elettorale cosiddetto misto. Le leggi elettorali stabiliscono poi di solito alcuni altri elementi essenziali, come la soglia di sbarramento, ossia una percentuale variabile sotto la quale un partito (o una coalizione) non elegge nessun candidato.

Quali sono state le leggi elettorali nella storia della Repubblica?

Nella cosiddetta “Prima repubblica”, ossia dal 1946 al 1994, il sistema elettorale italiano è stato di tipo proporzionale. In occasione delle elezioni politiche del 1953, su iniziativa della Democrazia Cristiana (DC), fu introdotta solo per l’elezione della Camera una legge con caratteristiche maggioritarie, che attribuiva un premio di maggioranza pari a circa il 64 per cento dei seggi alla coalizione alla lista o al gruppo di liste collegate che avessero superato il 50 per cento dei voti validi. La legge, molto contestata dalle opposizioni, fu soprannominata “legge truffa”. Questo sistema di voto fu però abbandonato subito dopo le elezioni del 1953, in cui la DC e i suoi alleati, unitisi per l’occasione, mancarono per un soffio (fermandosi al 49,8 per cento dei voti) la maggioranza prevista. Si tornò quindi alla precedente legge del 1946. Ad agosto 1993, in seguito ad alcuni referendum abrogativi della legge elettorale, il sistema proporzionale è stato abbandonato ed è stato sostituito dal cosiddetto Mattarellum, un sistema misto. In seguito, le legge elettorale è stata modificata altre tre volte, fino ad arrivare al Rosatellum, la legge attualmente in vigore. 

Come funziona la legge elettorale attualmente in vigore e come vuole cambiarla il governo Meloni?

Il sistema elettorale attualmente in vigore è il Rosatellum. Questa legge prende il nome da Ettore Rosato, oggi vicesegretario di Azione, ma all’epoca esponente del Partito Democratico e relatore del provvedimento. Il Rosatellum è un sistema misto: due terzi dei seggi vengono assegnati con il sistema proporzionale, mentre un terzo con il maggioritario. Gli elettori non hanno la possibilità di esprimere preferenze. Negli anni il Rosatellum ha dimostrato vari problemi, e così a febbraio 2026 i partiti di centrodestra hanno presentato una proposta di riforma della legge elettorale, ribattezzata con il nome di Stabilicum. La proposta è ora all’esame della Camera, potrebbe essere modificata e per diventare legge dovrà comunque ottenere anche il via libera del Senato. In ogni caso, in base al testo del centrodestra, verrebbe introdotto un sistema proporzionale, con un premio di maggioranza e un possibile ballottaggio. Per più dettagli sui contenuti della proposta del centrodestra potete leggere il nostro approfondimento.

Quali sono i sistemi elettorali delle altre grandi democrazie al mondo?

Considerando i Paesi occidentali, i sistemi elettorali di Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti sono rimasti negli anni tutto sommato stabili, a differenza dell’Italia che lo ha cambiato in diverse occasioni. In generale, Germania e Spagna adottano un sistema proporzionale, mentre Francia, Regno Unito e Stati Uniti un sistema maggioritario. Per approfondire i diversi sistemi elettorali vi rimandiamo all’articolo che abbiamo dedicato al tema e che potete leggere cliccando su questo link.

In quanti e quali altri Paesi nel mondo alle elezioni politiche non è prevista la possibilità di esprimere le preferenze?

Calcolare con precisione quanti siano i Paesi al mondo che nella loro legge elettorale non prevedono la possibilità di esprimere le preferenze è ovviamente complesso. Il politologo Marco Valbruzzi, professore di Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, ha spiegato a Pagella Politica che è molto difficile fare confronti tra un sistema e l’altro perché le variabili sono molte. In ogni caso, secondo un’analisi condotta dallo stesso Valbruzzi, in Europa ci sono almeno altri tre Paesi dove la legge elettorale non prevede le preferenze. Si tratta dell’Austria, del Portogallo e della Spagna. Tra le altre grandi democrazie occidentali, ossia Francia, Regno Unito e Stati Uniti, il discorso è diverso. In questi Paesi è in vigore un sistema maggioritario in cui l’elettore non può esprimere una preferenza tra una serie di candidati dentro una stessa lista, ma vota per il singolo candidato presentato in ogni collegio dai partiti.

Perché dal 1993 in Italia ogni legge elettorale è durata poco nel tempo?

Secondo gli esperti la debolezza della legge elettorale italiana è dettata dalla debolezza dell’attuale sistema politico. «Non esiste più il sistema dei partiti stabili che abbiamo conosciuto durante la prima Repubblica. Quando i partiti sono instabili ogni partito ha il proprio orizzonte temporale limitato. È l’instabilità del sistema politico che incentiva l’instabilità del sistema elettorale: proprio perché instabili, i partiti riformano la legge elettorale secondo le convenienze del momento», ha spiegato a Pagella Politica il politologo Marco Valbruzzi, professore di Scienza politica all’Università Federico II di Napoli. Della stessa opinione il costituzionalista Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre. «In Assemblea costituente si decise di optare su una legge elettorale proporzionale perché si veniva da anni di dittatura, in cui la rappresentanza politica era stata azzerata. Così i costituenti si misero d’accordo per dare al Paese quello che era mancato durante il fascismo, e cioè una legge elettorale che garantisse al massimo la rappresentanza. Con la fine della prima Repubblica e di quel sistema dei partiti è venuto meno un sistema politico, e con esso anche quella sorta di accordo». Secondo il costituzionalista Mauro Volpi, professore di diritto pubblico all’Università di Perugia, negli anni «c’è stata l’illusione che la legge elettorale potesse essere decisiva per cambiare il sistema politico, ma la legge elettorale non può fare tutto, si adatta al sistema politico».

Sarebbe possibile dal punto di vista costituzionale consentire a un politico di candidarsi in un solo collegio?

Sì, gli esperti consultati da Pagella Politica sono d’accorso sul fatto che è possibile. Non ci sono norme costituzionali che vietano né le candidature plurime né l’imposizione del limite a una sola candidatura. Secondo Celotto, imporre la possibilità a un candidato di presentarsi in un solo collegio «potrebbe essere una soluzione per garantire anche maggiore chiarezza agli occhi degli elettori». «Si potrebbe imporre che i candidati si debbano candidare nel collegio o nella circoscrizione in cui sono residenti, e questo incentiverebbe il rapporto tra cittadino ed elettore», ha aggiunto Valbruzzi.

Sarebbe possibile elaborare una legge elettorale per cui ogni partito presenta un’unica lunga lista di candidati a livello nazionale per coprire tutti i seggi di Camera e Senato, cosicché tutti gli elettori votano per le stesse persone?

In linea teorica è possibile, ma solo per l’elezione della Camera dei deputati. L’articolo 57 della Costituzione prevede infatti che il Senato debba essere eletto su base regionale. In altre parole, i senatori devono essere espressione delle realtà locali e per questo la legge elettorale del Senato deve prevedere la presentazione di liste di candidati diverse per le varie circoscrizioni, che corrispondono alle regioni. Gli esperti dubitano che un’unica lista nazionale di candidati per ciascun partito sia una buona soluzione per favorire di più la rappresentanza. «A mio parere, un sistema elettorale con liste diverse per ogni circoscrizione è migliore perché può garantire una maggiore conoscenza del candidato da parte degli elettori», ha detto Volpi. Secondo Valbruzzi, bisogna valutare bene le possibili ricadute di un sistema del genere, perché potrebbe avere l’effetto opposto di eliminare del tutto il rapporto tra cittadino ed elettore, visto che tutti gli elettori potrebbero votare qualsiasi candidato da Nord a Sud. 
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