L’Italia ha uno dei sistemi elettorali più instabili al mondo

Tra le grandi democrazie, il nostro Paese è quello che ha cambiato più volte le regole per l’elezione dei parlamentari
Ansa
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Nei prossimi mesi la legge elettorale italiana potrebbe essere cambiata per la quinta volta in circa trent’anni. In queste settimane la Commissione Affari costituzionali della Camera sta esaminando la proposta di riforma della legge elettorale presentata dal centrodestra, e ribattezzata come Stabilicum. La riforma dovrebbe sostituire il Rosatellum, ossia il sistema in vigore dal 2017 e che prende il nome dal deputato di Azione Ettore Rosato, all’epoca relatore della proposta e deputato del Partito Democratico.

Al netto di quello che succederà con lo Stabilicum, l’Italia ha una lunga tradizione di modifiche alla legge elettorale. Dall’inizio degli anni Novanta il nostro Paese ha cambiato più volte le regole per eleggere il Parlamento, producendo comunque problemi su problemi: dal Mattarellum del 1993 al Porcellum del 2005, dall’Italicum del 2015 al Rosatellum del 2017. Secondo le verifiche di Pagella Politica, la frequenza con cui l’Italia ha cambiato le regole per l’elezione dei parlamentari è un caso eccezionale tra le grandi democrazie occidentali. Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti non hanno mai riformato la loro legge elettorale così tanto come il nostro Paese. 

Di che cosa stiamo parlando

Innanzitutto, per confrontare i diversi sistemi elettorali di Francia, Germania, Spagna, Regno Unito abbiamo preso in considerazione soprattutto il ramo del Parlamento che svolge le funzioni principali. In tutti questi Paesi è in vigore un sistema bicamerale, formato da due camere, ma i due rami del Parlamento hanno di solito funzioni diverse, e hanno sistemi di elezione diversi. Di solito, in questi Paesi il secondo ramo del Parlamento – quello che per noi è il Senato – svolge più che altro una funzione di rappresentanza degli enti locali oppure di particolari categorie di cittadini. Questo è un primo punto che distingue nettamente Francia, Germania, Spagna e Regno Unito dall’Italia, dove la Camera e il Senato hanno invece le stesse funzioni e i loro membri sono scelti con lo stesso sistema elettorale. 

Per la Francia abbiamo preso in considerazione soprattutto l’Assemblée nationale (in italiano “Assemblea nazionale”), che a differenza del Senato è l’unico dei due rami del Parlamento che può far cadere il governo con una mozione di sfiducia. Per la Germania abbiamo considerato il Bundestag, che a differenza del Bundesrat è il ramo del Parlamento tedesco che dopo le elezioni politiche deve eleggere il Cancelliere, ossia il capo del governo tedesco. Per la Spagna abbiamo considerato il Congresso de los Diputados (in italiano “Congresso dei deputati”), che ha l’ultima parola su tutti i progetti di legge, a differenza del Senato. Per il Regno Unito, invece, abbiamo considerato la House of Commons (in italiano “Camera dei Comuni”), perché la House of Lords è formata da membri non eletti, ma nominati dal Re del Regno Unito. 

Nel caso degli Stati Uniti invece abbiamo considerato sia la Camera dei rappresentanti che il Senato, visto che i sistemi di elezione delle due camere sono simili e i due rami del Parlamento svolgono diverse funzioni in comune. Per esempio, negli Stati Uniti una legge per essere approvata deve sempre passare dall’approvazione della Camera e del Senato, come avviene in Italia.

Il sistema maggioritario francese

In Francia i 577 deputati dell’Assemblée nationale sono eletti ogni cinque anni con un sistema maggioritario uninominale a doppio turno. Ogni deputato è eletto in una circoscrizione. Per vincere già al primo turno un candidato deve ottenere la maggioranza assoluta dei voti espressi e un numero di voti pari ad almeno il 25 per cento degli elettori aventi diritto. Se nessuno ci riesce, si va al ballottaggio, dove possono partecipare i candidati che al primo turno hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli elettori iscritti nella circoscrizione, e vince chi prende più voti. 

Finora, il sistema elettorale francese è stato sempre lo stesso durante la cosiddetta “Quinta Repubblica”, che è iniziata a ottobre del 1958 con l’approvazione della settima costituzione repubblicana della Francia. L’unica eccezione a questo sistema maggioritario è stata fatta in occasione delle elezioni politiche del 1986, quando la Francia votò con un sistema proporzionale. Nei sistemi proporzionali i seggi in Parlamento vengono distribuiti ai vari partiti in proporzione ai voti presi. Secondo un dossier dell’Assemblea nazionale francese, la scelta di optare per il sistema proporzionale alle elezioni del 1986 fu dettata dalla volontà di cercare di aumentare la partecipazione elettorale, e prevenire l’astensionismo. In seguito, però, questo sistema è stato abbandonato e dalle elezioni del 1988 è stata riadottata la legge maggioritaria.

Il discorso è diverso invece per il Senato. In Francia i senatori non sono eletti direttamente dai cittadini e il loro mandato dura sei anni. Dal 2011, metà del Senato viene rinnovata ogni tre anni. Ogni dipartimento elegge un numero preciso di senatori, che sono scelti tramite un voto dei cosiddetti “grandi elettori”, tra cui i membri dell’Assemblea nazionale di ogni dipartimento e altri rappresentanti politici locali. 

Il misto in Germania

Il sistema elettorale tedesco è un “sistema proporzionale personalizzato”, che combina una scelta locale del candidato con una ripartizione proporzionale dei seggi tra i partiti. Ogni elettore ha due voti: con il primo voto l’elettore sceglie un candidato nel proprio collegio uninominale, mentre con il secondo vota per la lista del partito. È questo secondo voto a determinare quanti seggi spettano complessivamente a ciascun partito nel Bundestag. In pratica, prima si calcola quanti seggi spettano a ciascun partito in generale su scala nazionale, determinati dai voti alle liste, e poi i seggi spettanti a ogni partito vengono assegnati tra i candidati più votati nei collegi con il primo voto. 

In passato bastava arrivare primi nel collegio per entrare al Bundestag, a prescindere dal voto al partito su scala nazionale. Con la riforma del sistema elettorale del 2023, invece – applicata per la prima volta alle elezioni politiche del 2025 – un candidato arriva in Parlamento solo se il suo partito ha abbastanza seggi spettanti sulla base del secondo voto. La riforma del sistema elettorale è servita a limitare l’aumento eccessivo dei parlamentari nel Bundestag. Prima del 2023, infatti, la Costituzione e il sistema elettorale tedesco stabilivano solo il numero minimo di parlamentari eletti nel Bundestag, che era pari a 598, ma non il numero massimo, e questo consentiva l’elezione anche di parlamentari in sovrannumero. 

L’altro ramo del Parlamento tedesco, il Bundesrat, non viene eletto dai cittadini ed è difficile paragonarlo al Senato italiano. I membri del Bundesrat sono 69 e sono i presidenti e i ministri dei diversi länder, ossia gli Stati che compongono la repubblica federale tedesca. Ogni Stato ha nel Bundesrat un numero di rappresentanti proporzionale alla sua grandezza, e i membri decadono dall’incarico quando terminano il loro mandato nei rispettivi Stati. 

Il proporzionale spagnolo

La Spagna elegge il Congresso de los Diputados con un sistema proporzionale con liste di candidati bloccate in circoscrizioni provinciali. Il Congresso ha 350 deputati e si rinnova ogni quattro anni. Ogni provincia è una circoscrizione elettorale, così come Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole in Marocco. I seggi sono distribuiti tra le liste in modo proporzionale, escludendo le candidature che non raggiungono almeno il 3 per cento dei voti validi nella circoscrizione.

Anche il sistema elettorale spagnolo è piuttosto stabile ed è in vigore dal 1985, quando è stata approvata la Ley Orgánica del Régimen Electoral General. Da allora ci sono state diverse modifiche, ma hanno riguardato soprattutto aspetti procedurali, come la composizione delle liste, la conformazione delle circoscrizioni, ma non i principi di base di funzionamento del sistema. 

Il Senato spagnolo ha un’organizzazione a sé stante ed è composto attualmente da 266 membri, che si rinnovano anch’essi ogni quattro anni. Il sistema di elezione è però diverso da quello del Congresso dei deputati, visto che una parte dei senatori sono eletti direttamente dai cittadini e un’altra parte in modo indiretto dai membri delle assemblee delle comunità autonome della Spagna.

Il maggioritario nel Regno Unito

Nel Regno Unito i membri della House of Commons sono eletti ogni cinque anni con il sistema del cosiddetto first past the post, ossia un maggioritario uninominale secco. Il Paese è diviso in 650 collegi, pari ai seggi che compongono la House of Commons: in ciascuno vince il candidato che ottiene più voti, senza bisogno di superare il 50 per cento. Il sistema per l’elezione della House of Commons è sempre rimasto lo stesso. Nel 2011 si è tenuto un referendum per sostituirlo con l’Alternative Vote, un sistema in cui gli elettori ordinano i candidati per preferenza, ma la proposta è stata bocciata dal 67,9 per cento dei votanti. Le grandi riforme britanniche hanno riguardato soprattutto il suffragio, ossia gli elettori aventi diritto, e i confini dei collegi elettorali. 

Il discorso è completamente diverso per la House of Lords (in italiano “Camera dei Lord”). Quest’ultima è composta da politici non eletti dai cittadini ma nominati dal Re del Regno Unito su consiglio del primo ministro. In origine, l’appartenenza alla Camera dei Lord era ereditaria, nel senso che il diritto ad appartenere a questa camera si trasmetteva come un titolo nobiliare. Negli anni il principio dell’ereditarietà è stato via via limitato attraverso una serie di atti ed è stato definitivamente abolito lo scorso 10 marzo, con un disegno di legge governativo approvato dalla stessa Camera dei Lord.

Il sistema elettorale statunitense

Negli Stati Uniti la Camera dei rappresentanti e il Senato sono eletti con un sistema maggioritario, che però varia da Stato a Stato.

La Camera dei rappresentanti ha 435 membri che vengono rinnovati ogni due anni. Ogni rappresentante è eletto in un distretto congressuale specifico, dove vince il candidato che prende più voti. Il Senato ha invece 100 membri: due per ciascuno Stato. I senatori durano in carica sei anni, ma il rinnovo è scaglionato, visto che ogni due anni si elegge circa un terzo del Senato. 

Il sistema maggioritario per collegi uninominali per l’elezione della Camera dei rappresentanti è lo stesso dal 1967, mentre l’ultima grande riforma del sistema di elezione del Senato risale al 1913, quando con l’approvazione del diciassettesimo emendamento della Costituzione statunitense è stata introdotta l’elezione diretta dei senatori. In precedenza, i senatori erano scelti dai parlamenti dei singoli Stati.

Ricapitolando: l’Italia rappresenta un’eccezione tra le grandi democrazie occidentali. Mentre Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti hanno mantenuto nel tempo sistemi elettorali sostanzialmente stabili, l’Italia ha accumulato in poco più di trent’anni una sequenza di riforme radicali, ognuna pensata per correggere i difetti della precedente. Il possibile arrivo dello Stabilicum non farebbe che confermare questa tendenza.
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