Dopo l’ingresso irregolare di decine di migliaia di migranti a Ceuta, l’exclave spagnola nel Nord Africa, il 4 agosto si è tenuto il Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea. In quell’occasione il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invitato l’Europa a superare i «vecchi tabù ideologici del passato» e a percorrere la strada delle «soluzioni innovative», chiedendo di mettere in pratica «nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure di asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri». Piantedosi ha indicato come precedente il Protocollo Italia-Albania, sostenendo che l’Italia ha fatto «da apripista».
Già il 17 giugno, commentando l’approvazione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri da parte del Parlamento europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva sottolineato la possibilità di aprire centri di rimpatrio in Paesi terzi, seguendo «la strada aperta dal governo italiano con il protocollo con l’Albania», diventata grazie al suo governo «uno strumento a disposizione dell’Europa intera».
Ma davvero la gestione europea dell’immigrazione si basa sul modello italiano? Prima di rispondere a questa domanda bisogna distinguere tra due strumenti che nel dibattito politico vengono spesso sovrapposti: la possibilità di trasferire alcuni richiedenti asilo in Paesi terzi, che ne esaminano le domande di protezione, e quella di istituire in altri Paesi centri per persone da rimpatriare.
Già il 17 giugno, commentando l’approvazione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri da parte del Parlamento europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva sottolineato la possibilità di aprire centri di rimpatrio in Paesi terzi, seguendo «la strada aperta dal governo italiano con il protocollo con l’Albania», diventata grazie al suo governo «uno strumento a disposizione dell’Europa intera».
Ma davvero la gestione europea dell’immigrazione si basa sul modello italiano? Prima di rispondere a questa domanda bisogna distinguere tra due strumenti che nel dibattito politico vengono spesso sovrapposti: la possibilità di trasferire alcuni richiedenti asilo in Paesi terzi, che ne esaminano le domande di protezione, e quella di istituire in altri Paesi centri per persone da rimpatriare.