Che cosa ha fatto il governo Meloni per contrastare la violenza contro le donne

Ha inasprito alcune pene e creato nuovi reati, ma viene criticato dagli esperti per le lacune nella prevenzione
ANSA
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Sabato 15 agosto una donna di 39 anni, Tania Terrin, è stata uccisa dall’ex compagno nel Veneziano. La vittima si era rivolta alle forze dell’ordine, e così anche la madre e il padre avevano querelato l’uomo violento. Terrin è una delle donne uccise da compagni, ex fidanzati, mariti, ma non è l’unica. Secondo i dati di Differenza Donna, un’associazione attiva nel contrasto alla violenza di genere, da ferragosto a oggi sono almeno sei le donne uccise in contesti familiari o affettivi.

«Cos’altro doveva fare Tania per essere protetta? (…) Tania aveva chiesto aiuto. Secondo quanto raccontato dalla madre, lei e la sua famiglia si erano rivolte alle forze dell’ordine sette o otto volte», ha scritto su Instagram Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, informando di aver presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia e a quello dell’Interno per disporre accertamenti sulla gestione delle segnalazioni. Secondo il Partito Democratico, «la politica e le istituzioni devono fare molto di più, per rendere più efficaci le misure di protezione per chi denuncia e sostenendo in modo molto più robusto la rete dei centri antiviolenza», agendo anche sulla «prevenzione». Mentre la senatrice della Lega Giulia Bongiorno ha detto che non servono nuove norme, ma «serve applicare bene quelle esistenti. Piuttosto, insistere sulla formazione delle forze dell’ordine e della magistratura». Sul tema si è esposto anche Luca Zaia, ex presidente della Regione Veneto e attuale presidente del Consiglio regionale. «Dobbiamo continuare a lavorare sul piano culturale, soprattutto tra i giovani, educando al rispetto», ha scritto su Facebook, sostenendo che però «la cultura da sola non basta. Deve funzionare anche la repressione, e deve essere ancora più severa».

Ma in questi quasi quattro anni che cosa ha fatto il governo Meloni per contrastare e prevenire la violenza contro le donne?

Reati e pene inasprite

Tra i principali interventi del governo nel contrasto alla violenza contro le donne ci sono stati l’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento di reati esistenti.

A poco più di un anno dall’insediamento, il Parlamento ha approvato in via definitiva il cosiddetto “Codice Rosso rafforzato”, cioè una serie di provvedimenti volti a contrastare la violenza contro le donne, rafforzando la legge di luglio 2019 nota appunto come “Codice Rosso”. Il provvedimento di novembre 2023 era nato come disegno di legge del governo, proposto dalla ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella. In particolare, la legge ha potenziato le misure di prevenzione della violenza, prevedendo anche iniziative formative in materia di contrasto alla violenza e rafforzando le misure cautelari e l’uso del braccialetto elettronico.

Il provvedimento probabilmente più noto del governo Meloni in quest’ambito è stato l’introduzione, a dicembre 2025, del reato di femminicidio, per cui si intende l’uccisione di una donna «quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali». La legge, che prevede l’ergastolo per il femminicidio, ha stabilito anche un ulteriore rafforzamento degli obblighi formativi in materia di contrasto alla violenza e ha riconosciuto alle vittime minorenni che abbiano compiuto 14 anni la possibilità di rivolgersi autonomamente ai centri antiviolenza, senza la preventiva autorizzazione dei genitori o di chi esercita la responsabilità genitoriale.

In generale, secondo gli esperti le leggi italiane sono all’avanguardia. «Abbiamo il sistema normativo più avanzato del mondo, eppure restiamo indietro sul piano culturale», ha detto in un’intervista pubblicata sull’edizione cartacea de La Stampa il 19 agosto Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte suprema di Cassazione ed esperta di violenza contro le donne. «Non è una difficoltà giuridica, è la difficoltà di ritenere le donne esseri liberi, di considerare la loro autonomia un attentato alla virilità».

Secondo le associazioni, quello che manca è il piano della prevenzione. Ad esempio, per Donne in rete contro la violenza (D.i.Re), una delle principali reti italiane di centri antiviolenza, «se da un lato la creazione di un reato specifico segna una importante tappa per le donne e riconosce l’esistenza del fenomeno, dall’altro D.i.Re osserva che il femminicidio non potrà essere debellato unicamente con la creazione di un reato ad hoc o di aggravanti specifiche, senza che la cultura patriarcale del possesso e del controllo in cui si origina venga radicalmente modificata».

Piano strategico antiviolenza

Un altro degli strumenti con cui lo Stato organizza le politiche contro la violenza di genere è il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne e la violenza domestica”. Il governo Meloni ha adottato il nuovo Piano per il triennio 2025-2027 nel settembre 2025. Il documento è articolato lungo quattro assi, in linea con la Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale volto a prevenire e contrastare la violenza di genere: prevenzione, protezione, punizione e politiche integrate. Tra gli interventi previsti ci sono il rafforzamento della formazione degli operatori, il sostegno all’autonomia economica e abitativa delle vittime e il miglioramento del coordinamento tra amministrazioni centrali, enti locali e servizi sul territorio.

L’approvazione del Piano è però arrivata in ritardo. Quello precedente riguardava infatti il periodo 2021-2023 e, una volta scaduto, era stato di fatto prorogato fino all’adozione del nuovo documento, avvenuta quasi due anni dopo.

Sul nuovo Piano sono state sollevate diverse critiche. Ad esempio, D.i.Re ha contestato lo scarso coinvolgimento delle associazioni nella sua stesura. Per l’associazione inoltre il numero molto elevato di azioni previste rischia di essere incompatibile con i tempi di attuazione, dal momento che il Piano scadrà nel 2027. Un’altra criticità riguarda il fatto che molti interventi dipendono dalle regioni e dagli enti locali, con il rischio di produrre risultati diversi a seconda del territorio.

Anche la Conferenza unificata delle regioni e delle province autonome aveva evidenziato alcuni punti deboli, nonostante abbia poi dato il via libera al piano. Secondo la Conferenza, manca «un approccio sistemico alla tutela dei minori». Sebbene, infatti, «il piano menzioni la presa in carico delle minori» che assistono a forme di violenza, «le misure risultano ancora frammentarie, non supportate da una visione unitaria». Inoltre, la formazione degli operatori non è strutturata e non è obbligatoria.
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Reddito di libertà

Sul fronte dell’autonomia economica delle donne che cercano di uscire da situazioni di violenza, il governo Meloni è intervenuto sul cosiddetto “Reddito di libertà”. La misura non è stata introdotta dall’attuale governo: esiste dal 2020 ed è un contributo destinato alle donne vittime di violenza in condizioni di difficoltà economica che sono seguite dai centri antiviolenza e dai servizi sociali. Con la legge di Bilancio per il 2024 (art. 1 comma 187) il governo Meloni l’ha resa strutturale, trasformandola quindi da misura temporanea a permanente.

Rendere la misura strutturale è stato valutato positivamente anche dalle associazioni che lavorano con le vittime di violenza, ma il Reddito di libertà continua ad avere alcuni limiti. Le risorse sono assegnate fino a esaurimento dei fondi disponibili nelle singole regioni e quindi non è garantito che tutte le donne che ne hanno diritto riescano effettivamente a riceverlo. Inoltre, non è raro che si verifichino ritardi nell’erogazione dei fondi.

Case rifugio e centri antiviolenza

Negli ultimi anni sono aumentate anche le risorse destinate ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Sempre con la legge di Bilancio per il 2024 (art. 1 comma 189), il governo Meloni ha incrementato di 5 milioni di euro all’anno per il 2024, il 2025 e il 2026 le risorse destinate per la realizzazione di centri antiviolenza; prevedendo anche (comma 194) l’istituzione del Fondo per la creazione di case rifugio per donne vittime di violenza.

A queste somme si aggiungono quelle destinate al finanziamento delle strutture già operative. Una relazione della Corte dei conti pubblicata nel giugno 2026 ha calcolato che tra il 2017 e il 2025 gli stanziamenti sono stati pari a 401,6 milioni di euro. Nonostante l’aumento delle risorse nel tempo, restano alcuni problemi. La Corte parla infatti di «criticità nella distribuzione territoriale dei servizi» e di livelli quantitativi «inferiori agli standard europei». 

Anche secondo la ONG ActionAid l’aumento degli stanziamenti non ha risolto alcuni problemi strutturali. Commentando la relazione della Corte dei conti, l’organizzazione ha sostenuto che le risorse rimangono insufficienti e ha denunciato ritardi nell’erogazione dei fondi ai centri antiviolenza e alle case rifugio, disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi e investimenti ancora insufficienti nella prevenzione primaria.

Educazione sessuo-affettiva

Come sottolineano le associazioni, la prevenzione della violenza passa anche e soprattutto dalla cultura e dall’educazione. Su questo fronte, però, l’Italia continua a non avere una materia obbligatoria dedicata all’educazione sessuo-affettiva. La situazione varia molto nel resto d’Europa: secondo una ricerca della Commissione europea, a novembre 2019 in 19 Stati membri le scuole erano obbligate a offrire qualche forma di educazione sessuale, mentre in otto – tra cui l’Italia – questa non era obbligatoria. I contenuti variano comunque molto da Paese a Paese e possono comprendere, oltre agli aspetti biologici, il consenso, le relazioni affettive, gli stereotipi di genere e la prevenzione della violenza sessuale e di genere.

Come ha ricordato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara in un’intervista su La Stampa, «nelle nuove linee guida sull’educazione civica è prevista l’educazione al contrasto della violenza, di qualsiasi genere». Secondo diversi esperti però dedicare alcune ore al tema durante le ore di educazione civica non sarebbe sufficiente per affrontare in modo completo la materia.

Il governo Meloni non ha quindi introdotto un insegnamento obbligatorio dedicato all’educazione sessuo-affettiva, ha invece promosso una norma, presentata dal ministro Valditara ed entrata in vigore nel luglio 2026, che regola le eventuali attività scolastiche riguardanti la sfera della sessualità. La legge stabilisce che per la partecipazione degli studenti minorenni a queste attività sia necessario il consenso informato preventivo dei genitori, che devono poter prendere visione anche del materiale didattico utilizzato. Se il consenso non viene dato, la scuola deve organizzare attività alternative.

Secondo il ministro Valditara, queste regole aumentano la trasparenza e tutelano il ruolo educativo delle famiglie. Diverse associazioni ed esponenti dell’opposizione le hanno invece criticate sostenendo che possano rendere più difficile organizzare percorsi strutturati sull’affettività, sulle relazioni e sulla prevenzione della violenza di genere. Tra coloro che si sono opposti alla legge c’è anche il “Comitato Sì educazione Affettiva nelle Scuole”, che ad agosto ha proposto un referendum per abrogare la legge Valditara. Per ora, la proposta ha raggiunto quasi 200 mila firme sulle 500 mila necessarie. Anche dopo l’eventuale conclusione della raccolta firme comunque la legge non sarà abrogata in automatico, ma sono previsti numerosi passaggi che eventualmente porteranno a un referendum in cui i cittadini saranno chiamati a scegliere se abrogare o meno la legge.

Stop improvvisi

Tra i provvedimenti contro la violenza di genere ce n’è poi uno che, nonostante un iniziale accordo tra maggioranza e opposizioni, non è ancora diventato legge, e riguarda il modo in cui il codice penale definisce la violenza sessuale.

Oggi l’articolo 609-bis del codice penale punisce chi costringe una persona a compiere o subire atti sessuali attraverso violenza, minaccia o abuso di autorità. Una proposta di legge presentata dalla deputata del Partito Democratico Laura Boldrini ha cercato di modificare questa impostazione mettendo al centro la mancanza del consenso. Dopo alcune modifiche, il testo è stato approvato dalla Camera il 19 novembre 2025 e prevedeva che fosse punito chi compisse o facesse compiere atti sessuali a un’altra persona «senza il consenso libero e attuale» di quest’ultima. Alla Camera il provvedimento era stato approvato all’unanimità, dopo un accordo politico che aveva coinvolto anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del PD Elly Schlein.

Sembrava che il testo dovesse essere approvato rapidamente anche al Senato, ma non è andata così. Dopo diverse discussioni, il testo è ancora in discussione al Senato e non è detto che sarà approvato prima della fine della legislatura. Se infatti il provvedimento dovesse essere approvato con modifiche al Senato, dovrà poi tornare nuovamente alla Camera per l’approvazione definitiva, allungando i tempi.

A quasi quattro anni dall’insediamento del governo Meloni, dunque, il quadro degli interventi contro la violenza sulle donne è composto da misure diverse. Da una parte sono state inasprite le norme penali, è stato introdotto il reato di femminicidio, sono aumentati alcuni finanziamenti e il Reddito di libertà è diventato strutturale. Dall’altra, continuano a emergere problemi nell’attuazione concreta delle politiche: i ritardi nell’erogazione dei fondi, le differenze territoriali nell’accesso ai servizi, le critiche alla prevenzione e alla formazione e l’assenza di un insegnamento strutturato sull’educazione sessuo-affettiva. Ed è proprio sull’effettiva capacità di prevenire la violenza, prima ancora che di punirla quando è già avvenuta, che si concentrano molte delle richieste delle associazioni che lavorano ogni giorno con le donne che la subiscono.

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