Il governo si è impantanato sul nuovo decreto “Sicurezza”

Il presidente della Repubblica ha chiesto di correggere la norma sugli avvocati e i rimpatri, ma non è chiaro come l’esecutivo voglia intervenire
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Un emendamento per correggere la norma sui premi agli avvocati che si occupano di rimpatri. Anzi no: un nuovo decreto-legge per correggere il decreto “Sicurezza”. O forse nemmeno, nessuna correzione. La maggioranza di centrodestra non sa bene che strategia mettere in atto per risolvere i problemi del decreto che contiene misure per rendere più severo il controllo sulla sicurezza pubblica. 

Nel tardo pomeriggio di lunedì 20 aprile il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha infatti chiesto al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano di correggere il decreto “Sicurezza”, in particolare la norma che prevede un premio per gli avvocati che assistono le persone migranti che fanno domanda di rimpatrio volontario, e che ha suscitato molte polemiche in questi giorni.

Il decreto “Sicurezza” è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio e poi pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 febbraio, entrando in vigore il giorno successivo. Secondo quanto stabilito dalla Costituzione, però, il Parlamento ha 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore di un decreto per convertirlo definitivamente in legge, altrimenti decade. Dunque, il decreto deve essere convertito entro il 25 aprile e i tempi sono molto stretti: il testo è stato approvato al Senato senza modifiche solo il 17 aprile e ora è all’esame della Camera, che deve dare il via libera in meno di una settimana.

Il fatto che la seconda camera che esamina un provvedimento abbia poco tempo per esaminare il testo è ormai una prassi. E, nel caso del decreto “Sicurezza”, la maggioranza di centrodestra puntava ad approvare il testo molto velocemente senza modifiche. Il problema però è che Mattarella ha chiesto a Mantovano di correggere il decreto, dopo le proteste proprio per la norma riguardante gli avvocati. 

La norma sugli avvocati è stata introdotta con un emendamento dei partiti di centrodestra durante l’esame al Senato, e prevede un compenso per gli avvocati che assistono le persone migranti che fanno domanda di rimpatrio volontario. In caso di approvazione della domanda, infatti, al rappresentante legale del migrante verranno riconosciuti 615 euro di “bonus”, una somma pari al “contributo economico per le prime esigenze” che viene elargito a ogni persona migrante che sceglie di aderire ai programmi di rimpatrio volontario assistito. Questo emendamento ha suscitato le proteste delle opposizioni, ma anche anche da diverse istituzioni giuridiche, tra cui lo stesso Consiglio Nazionale Forense (CNF), l’organo di rappresentanza degli avvocati italiani, che in una nota ha dichiarato di non essere mai stato coinvolto nella vicenda, «né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione». Oltre al CNF, diverse associazioni di avvocati hanno preso le distanze dal provvedimento, che secondo l’Unione Camere Penali risulterebbe anche incostituzionale. In poche parole, la norma in questione potrebbe mettere in discussione la funzione dell’avvocato, che deve essere libera da interessi e focalizzata alla difesa del loro assistito.

Alla luce di questi problemi, Mattarella ha chiesto al governo di modificare la norma sugli avvocati, perché altrimenti non avrebbe firmato la conversione in legge del provvedimento. Dopo la conversione in legge da parte del Parlamento, la legge di conversione di un decreto-legge deve essere infatti firmata dal capo dello Stato e poi pubblicata in Gazzetta ufficiale. 

Dunque nella nottata di ieri, in commissione alla Camera, la maggioranza di centrodestra aveva pensato in un primo momento di far approvare un emendamento per correggere la norma sugli avvocati. Tuttavia, come ha confermato a Pagella Politica uno dei relatori del provvedimento, il deputato Pietro Pittalis (Forza Italia), il governo ha constatato che approvando un emendamento al decreto “Sicurezza” sarebbe stato costretto a far esaminare il decreto un’altra volta al Senato. Ogni proposta di legge, compresi i testi dei decreti, deve infatti essere approvata nella stessa versione approvata dall’una e dall’altra camera. Se la seconda camera che esamina un provvedimento lo modifica, il provvedimento deve tornare alla prima camera che lo ha esaminato. 
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Nel caso del decreto “Sicurezza” questo meccanismo avrebbe comportato un allungamento dei tempi di approvazione del testo, con il rischio di arrivare alla scadenza del 25 aprile senza averlo convertito definitivamente in legge. Così, il governo ha optato per un’altra linea: convertire in legge il decreto “Sicurezza” senza modifiche, per evitare il rischio che il provvedimento decada, e in seguito approvare eventualmente un altro decreto-legge per correggere lo stesso decreto “Sicurezza”. Il fatto che il governo possa intervenire per correggere il decreto infatti non sembra del tutto scontato. «Sulla conversione senza modifiche si è dettato l’indirizzo chiaro questa notte e quindi certamente si proseguirà in questa direzione. Sull’eventuale decreto correttivo attendiamo le determinazioni del governo», ha detto a Pagella Politica un altro relatore del provvedimento, il deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì.

Se il governo non dovesse intervenire, si verrebbe a creare un problema politico significativo con il presidente della Repubblica. Non è escluso che il governo possa in questi giorni intrattenere altre interlocuzioni con Mattarella. Il presidente della Repubblica potrebbe anche decidere di rinviare alle camere il testo della legge di conversione del decreto, se non fosse soddisfatto della scelta del governo di non modificare il provvedimento. In quel caso, il Parlamento sarebbe costretto a riapprovare da capo la conversione in legge, ma a quel punto il tempo potrebbe essere già scaduto. Tutto dipende da quanto a ridosso della scadenza del 25 aprile il decreto-legge otterrà il via libera della Camera. 

Oltre ai tempi ristretti, la maggioranza di centrodestra dovrà fare i conti anche con l’ostruzionismo dei partiti di opposizione, che alla Camera stanno adottando delle strategie per ritardare i tempi di approvazione del decreto, come per esempio quella di allungare il più possibile i loro interventi in aula.

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