Cosa sta succedendo con il nuovo decreto “Sicurezza”

Il testo deve essere approvato entro sabato altrimenti decade, ma su alcuni articoli ci sono ancora molti dubbi
ANSA
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Il decreto-legge “Sicurezza”, che contiene misure per rendere più severo il controllo sulla sicurezza pubblica, è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio e poi pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 febbraio, entrando in vigore il giorno successivo. Secondo quanto stabilito dalla Costituzione, però, il Parlamento ha 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore di un decreto per convertirlo definitivamente in legge, altrimenti decade. 

Entro la scadenza, fissata al 25 aprile, il testo deve quindi ricevere il via libera di entrambe le camere: al Senato il decreto è stato approvato il 17 aprile, e ora è passato alla Camera, dove il governo ha già preannunciato la questione di fiducia per chiudere l’esame nei pochi giorni rimasti. Con la questione di fiducia, i tempi dell’esame del testo da parte del Parlamento si riducono, perché cade la possibilità per le aule di votare modifiche al testo.

I problemi della maggioranza

Gli ultimi giorni però hanno mostrato i problemi della maggioranza nel portare a termine l’approvazione del decreto. Il centrodestra infatti è arrivato al voto del Senato dopo che il provvedimento era stato molto tempo in Commissione Affari costituzionali, dove erano stati presentati oltre mille emendamenti di modifica al testo, quasi tutti presentati dai partiti di opposizione allo scopo di rallentare l’esame del decreto. Avvicinandosi il limite del 25 aprile, quindi, la maggioranza di centrodestra ha deciso di portare il decreto in aula per il primo passaggio al Senato, non prima di aver approvato un emendamento che sta facendo molto discutere, e cioè quello che prevede un compenso per gli avvocati che assistono le persone migranti che fanno domanda di rimpatrio volontario. In caso di approvazione della domanda, infatti, al rappresentante legale del migrante verranno riconosciuti 615 euro di “bonus”, una somma pari al “contributo economico per le prime esigenze” che viene elargito a ogni persona migrante che sceglie di aderire ai programmi di rimpatrio volontario assistito. 

L’emendamento, che stanzia risorse per circa un milione di euro nei prossimi tre anni, è stato criticato da più parti: dai partiti di opposizione, ma anche da diverse istituzioni giuridiche, tra cui lo stesso Consiglio Nazionale Forense (CNF), l’organo di rappresentanza degli avvocati italiani, che in una nota ha dichiarato di non essere mai stato coinvolto nella vicenda, «né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione». Oltre al CNF, diverse associazioni di avvocati hanno preso le distanze dal provvedimento, che secondo l’Unione Camere Penali risulterebbe anche incostituzionale: «È una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza», ha scritto l’associazione che raggruppa gli avvocati penalisti in una nota.

Sulla presunta incostituzionalità dell’emendamento si sono espressi di recente diversi giuristi, mentre il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un incontro con il capo dello Stato per «rappresentare le preoccupazioni istituzionali legate all’iter di approvazione del decreto sicurezza». In realtà, anche dalla maggioranza sono arrivate critiche all’emendamento sul “bonus” agli avvocati che aiutano i migranti a rimpatriare. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera Noi Moderati, il partito guidato da Maurizio Lupi e che sostiene il governo Meloni, avrebbe definito «necessario» correggere la norma che prevede incentivi agli avvocati sui rimpatri dei migranti, e il partito si impegnerà affinché questa norma «venga rivista ed eliminata» in un testo successivo al decreto. «È una forzatura normativa da cui è doveroso prendere le distanze», ha aggiunto Gaetano Scalise, responsabile giustizia di Noi Moderati. Va detto però che l’emendamento in questione è stato presentato, oltre che dai senatori Marco Lisei (Fratelli d’Italia), Mario Occhiuto (Forza Italia) e Daisy Pirovano (Lega), anche da Mariastella Gelmini, senatrice proprio di Noi Moderati.

Il resto del decreto

Al di là delle polemiche su avvocati e rimpatri, le misure principali del decreto-legge si concentrano su tre filoni: armi improprie e violenza giovanile, gestione dell’ordine pubblico, e rafforzamento di prevenzione e sanzioni in aree urbane considerate a rischio.

Un primo pacchetto riguarda coltelli e altri strumenti «atti a offendere». Viene ampliato l’elenco di quelli che non si possono portare senza giustificato motivo, con pene più severe, e viene esteso il divieto assoluto ad alcune tipologie di coltelli per cui non è ammessa licenza. È introdotto anche il divieto di vendita ai minori, compresa la vendita online, di strumenti da punta e taglio considerati «armi improprie», con un sistema di sanzioni amministrative e controlli. In alcuni casi è prevista poi una sanzione pecuniaria a carico dei genitori o di chi esercita la responsabilità genitoriale, quando il minore commette specifici reati legati ad armi o porto abusivo.

Il secondo filone riguarda le manifestazioni e l’ordine pubblico. Il decreto consente perquisizioni immediate «sul posto» in contesti specifici, come servizi di ordine pubblico in occasione di manifestazioni o in luoghi ad alto afflusso, per verificare il possesso di oggetti atti a offendere. Introduce inoltre una forma di accompagnamento e trattenimento negli uffici di polizia fino a 12 ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando ci sono elementi concreti di rischio per il loro pacifico svolgimento, con obbligo di informare subito il pubblico ministero.

Viene poi esteso l’arresto in flagranza differita, cioè entro 48 ore sulla base di documentazione videofotografica, a nuove fattispecie legate soprattutto a reati commessi durante manifestazioni e ad alcune aggressioni o resistenze contro categorie specifiche in servizio, tra cui personale scolastico e addetti alla rete ferroviaria. È prevista anche una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o altri mezzi che rendano difficile l’identificazione durante le pubbliche riunioni.

Il terzo filone riguarda la prevenzione nelle aree urbane. In base al decreto, il prefetto può individuare “zone a vigilanza rafforzata” in cui disporre l’allontanamento e il divieto di accesso per soggetti ritenuti pericolosi in base a comportamenti e precedenti. Queste misure possono riguardare anche aree di stazioni, aeroporti e altri nodi di trasporto, e in determinate condizioni possono applicarsi anche a minori sopra i 14 anni. Il decreto rifinanzia inoltre strumenti di sicurezza urbana, come videosorveglianza e fondi utilizzabili anche per rafforzare l’operatività delle polizie locali.

Accanto a questi tre filoni, il decreto prevede altre misure. Ripristina in alcuni casi la procedibilità d’ufficio per il furto con destrezza quando riguarda oggetti come mezzi di pagamento, documenti o dispositivi elettronici. Interviene anche sulle indagini per fatti commessi in presenza di cause di giustificazione, come la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi o l’adempimento di un dovere. In questi casi, se fin dall’inizio appare evidente che il fatto rientra in una di queste cause, il pubblico ministero non iscrive subito la persona nel registro degli indagati, ma apre una «annotazione preliminare» in un modello separato. 

In questo modo il governo ha evitato di introdurre un vero e proprio “scudo penale”, che avrebbe potuto sollevare critiche sul piano costituzionale. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’iscrizione nel registro scatti automaticamente in situazioni in cui la legittimità dell’azione sembra già chiara, pur consentendo comunque gli accertamenti. La parte sull’immigrazione interviene infine sull’identificazione, sulle procedure di rimpatrio e sulla gestione dei centri, prevedendo anche l’avvalimento della Croce Rossa Italiana fino al 2028, in deroga a determinate procedure.

 

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