No, il gas russo non è più economico di quello statunitense

Lo ha detto Conte e lo hanno ripetuto anche esponenti di Lega e Futuro Nazionale, ma le cose non stanno proprio così
Ansa
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Il 18 aprile, a margine di un evento del Movimento 5 Stelle a Roma, il presidente Giuseppe Conte ha parlato della crisi energetica che sta investendo l’Europa e l’Italia dopo lo scoppio del nuovo conflitto nel Golfo Persico. Su questo tema, il presidente del Movimento 5 Stelle ha affermato che sarebbe «una follia» continuare a comprare il gas dagli Stati Uniti quando «c’è del gas disponibile, che costa molto meno, quello russo».

Secondo Conte, infatti, il gas proveniente dalla Russia sarebbe «più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini». Si tratta di una posizione che l’ex presidente del Consiglio ha già ripetuto in passato, ed è condivisa anche dalla Lega e da Futuro Nazionale.

Ma davvero acquistare gas russo sarebbe conveniente dal punto di vista economico? In breve: no. Vediamo perché.

Da dove prendiamo il gas

Secondo i dati più aggiornati, per quanto riguarda il gas naturale l’Italia importa il 95 per cento del fabbisogno. La produzione nazionale copre appena il 4,7 per cento, estratta soprattutto da giacimenti in Basilicata e nel mare Adriatico. Il gas arriva attraverso due canali: i gasdotti, che rappresentano circa il 72 per cento delle importazioni, e le navi metaniere che trasportano gas naturale liquefatto, il cosiddetto GNL, che coprono il restante 23 per cento.

La mappa dei fornitori è cambiata di molto in pochi anni. Nel 2021 la Russia era il primo fornitore con il 40 per cento del gas importato. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo italiano ha diversificato rapidamente le fonti e nel 2024 l’Algeria è diventata il primo fornitore con il 37 per cento del totale, seguita dall’Azerbaijan con il 17 per cento, dal Qatar con l’11 per cento attraverso il GNL, dai paesi del Nord Europa con il 10 per cento e dagli Stati Uniti con l’8 per cento. La Russia era risalita al 9 per cento nel 2024, ma dal primo gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, i flussi dal gasdotto di Tarvisio si sono quasi azzerati.

I costi del gas

Veniamo ora alla questione dei costi, su cui va fatta subito una precisazione: i contratti di fornitura del gas naturale sono accordi privati, firmati tra venditore e acquirente, e i dettagli dei costi non sono disponibili.

L’idea che il gas russo sia meno costoso di quello statunitense, ripresa da Conte e da altri partiti in questi giorni, viene spesso spiegata con i costi necessari a portare in Italia il metano statunitense. Per arrivare in Europa, infatti, il gas viene prima trasformato in forma liquida a 162 gradi sotto zero, poi trasportato via nave e infine rigassificato una volta giunto a destinazione. Si tratta di passaggi industriali che, secondo chi sostiene la tesi del sovrapprezzo del metano dagli Stati Uniti, incidono sui costi di importazione e, di conseguenza, sulle bollette. Il gas russo, invece, arrivava per lo più via gasdotto, con spese di trasporto più contenute, e in passato poteva contare anche su costi di estrazione più bassi rispetto allo shale gas (in italiano “gas da argille”) statunitense.

In realtà questi costi non ricadono sui consumatori finali, ma sui bilanci delle società importatrici. Prendiamo gli attuali prezzi di mercato. Il gas statunitense che sarà consegnato a maggio costa circa otto euro a megawattora sul mercato USA dell’Henry Hub, che è il principale punto di riferimento primario per i prezzi del gas naturale negli Stati Uniti. A questo bisogna aggiungere i costi di liquefazione, trasporto e rigassificazione. Secondo esperti sentiti da Pagella Politica, che preferiscono rimanere anonimi, questi costi aggiuntivi valgono complessivamente circa 12 euro per megawattora: otto euro per la liquefazione, due euro per il trasporto e altri due euro per la rigassificazione. Anche analisi pubblicate lo scorso anno confermano queste cifre. In totale, dunque, il GNL statunitense acquistato per essere rivenduto in Europa arriva a circa 20 euro per megawattora, un valore che resta ben al di sotto del prezzo di riferimento del mercato europeo, il TTF, che si aggira attorno ai 40 euro per megawattora. 

In altre parole, gli extra-costi industriali non annullano il vantaggio di partenza del gas statunitense su quello europeo. A guadagnare sulla differenza sono le società che importano in Europa il GNL degli Stati Uniti, tra cui figurano operatori come Total Energies, Enel ed Edison. Questi valori si intendono per i contratti spot, cioè a consegna immediata, e non quelli a lungo termine che possono prevedere cifre inferiori.

I problemi del gas russo

A confermare questa ricostruzione è stato lo stesso Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, che negli anni precedenti alla guerra in Ucraina aveva firmato alcuni dei contratti tra ENI e Gazprom, la società di Stato russa. Lo scorso ottobre infatti ha detto: «Dire che il gas russo costava meno è uno statement sbagliato. Il gas russo costava meno ai russi. Siccome il gas assume il valore del TTF (il mercato europeo di riferimento, ndr), se estrarre quello russo costa uno e il prezzo di vendita è dieci, nove li prende chi lo estrae. Ma quando noi prendevamo gas russo abbiamo perso un sacco di soldi perché arrivava a un prezzo contrattuale che era superiore a quello che noi potevamo vendere». In poche parole, Descalzi ha fatto capire che se anche il gas russo venisse venduto alle società europee a prezzi inferiori, grazie ai costi di estrazione e trasporto più bassi, questo non si tradurrebbe automaticamente in un risparmio per i consumatori. Una volta immesso nel mercato europeo, infatti, il gas viene scambiato al prezzo di riferimento, ossia quello del TTF, che è un prezzo che riflette l’equilibrio tra domanda e offerta – oggi influenzato soprattutto dalle forniture di gas liquefatto – e che a sua volta incide sulle bollette a prezzo variabile di famiglie e imprese.

I problemi citati dall’amministratore delegato di ENI hanno portano a un arbitrato internazionale, ossia a una controversia privata gestita senza il ricorso ai giudici, aperto nel 2020 tra le due società per “divergenze di interpretazione” sui contratti. Quegli accordi, oggi scaduti, prevedevano forniture pluriennali e un obbligo per l’acquirente di pagare una quantità minima di prodotto stabilita anche se non la ritira, secondo la formula Take-or-Pay. In passato il prezzo del metano russo era legato soprattutto alle quotazioni del petrolio, in particolare del Brent, più costoso dell’attuale TTF. Negli ultimi anni, invece, i listini di vendita hanno seguito l’indice europeo, ma con qualche mese di ritardo. Proprio a causa di questo ritardo, quando l’Italia comprava ancora metano russo, in alcuni mesi quel gas risultava più conveniente e in altri meno, come dimostrato dal rapporto dell’Agenzia delle Dogane dell’ottobre 2022.

Un’ipotesi lontana

Se è errato affermare che il gas russo sia sempre meno costoso di quello statunitense per i consumatori finali, è vero tuttavia che il prezzo di tutto il metano in Europa (il TTF) potrebbe scendere se le forniture dalla Russia ripartissero. Come in ogni mercato, quando l’offerta aumenta e la domanda resta stabile, i prezzi tendono a scendere.

Ma per ora questa resta un’ipotesi lontana. Le infrastrutture che portavano il gas russo in Europa sono oggi in gran parte danneggiate o chiuse. I gasdotti Nord Stream 1 e 2 sono per lo più inutilizzabili dopo il sabotaggio del settembre 2022. Il gasdotto Yamal, che attraversa la Polonia, è stato chiuso nel 2022 e difficilmente il governo polacco sarebbe disponibile a riaprirlo. Lo stesso vale per i gasdotti Soyuz e Brotherhood, che attraversano l’Ucraina per raggiungere anche l’Italia. L’unico gasdotto ancora attivo è il TurkStream, che passa per il Mar Nero, arriva in Turchia e poi raggiunge l’Ungheria. Dalla Russia continua ad arrivare anche il gas naturale liquefatto, il GNL, importato soprattutto da Francia, Belgio e Spagna, ma che dal 2027 sarà soggetto al bando Ue.

Insomma, non è vero che il gas russo è più economico di quello statunitense per i consumatori italiani, nonostante i suoi costi di trasporto siano effettivamente inferiori. In ogni caso, anche se il prezzo dovesse diventare più conveniente, al momento sarebbe fisicamente impossibile tornare ad acquistarlo per via della chiusura di quasi tutti i gasdotti e del prossimo bando europeo sul GNL.
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