Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia ha causato uno scontro con l’Europa

La partecipazione del Paese, che mancava all’esposizione d’arte di Venezia dal 2019, sta avendo notevoli ripercussioni politiche 
Il padiglione russo alla Biennale di Venezia – Fonte: ANSA
Il padiglione russo alla Biennale di Venezia – Fonte: ANSA
Il 21 aprile l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Kaja Kallas ha detto che l’Ue intende tagliare i fondi alla Biennale di Venezia, una delle più prestigiose esposizioni d’arte al mondo. Il motivo è il ritorno della Russia nell’edizione di quest’anno, dopo sette anni di assenza in seguito all’invasione dell’Ucraina. «Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere: il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i suoi finanziamenti», ha annunciato Kallas.

La Russia non partecipa alla Biennale d’Arte di Venezia con un proprio progetto dal 2019 perché nell’edizione successiva, che si è tenuta nel 2022 a causa del Covid, gli artisti russi hanno deciso di ritirarsi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. «Non c’è posto per l’arte quando dei civili muoiono sotto il fuoco dei missili», avevano dichiarato in un post su Facebook. Anche nell’edizione del 2024 la Russia non ha partecipato ufficialmente alla Biennale, ma ha affittato il padiglione alla Bolivia e nel 2025 ha ospitato al suo interno un progetto dell’architetto britannico Thomas Heatherwick. Quest’anno, però, la Russia ha deciso di tornare a utilizzare il proprio padiglione.

La Biennale di Venezia, che quest’anno si terrà dal 9 maggio al 22 novembre, è una delle più prestigiose esposizioni d’arte sin dalla sua fondazione nel 1895. Ogni edizione ha un tema scelto dal direttore artistico – quest’anno il progetto espositivo “In Minor Keys”  è a cura della direttrice camerunese Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente lo scorso maggio – e Paesi da tutto il mondo possono presentare una propria mostra, chi con un padiglione permanente chi con spazi temporanei sparsi per la città. L’intenzione della Russia di tornare a essere presente in una manifestazione prestigiosa come quella di Venezia ha fatto inevitabilmente discutere, e la vicenda è diventata in poco tempo una questione politica.

Il ritorno della Russia

Il giornale online ucraino Ukraïns’ka pravda il 3 marzo ha fatto sapere che la Russia avrebbe partecipato alla Biennale 2026. La notizia è stata poi ufficializzata il giorno successivo dalla Biennale di Venezia che ha pubblicato la lista delle partecipazioni nazionali.

Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, ha sostenuto la legittimità della decisione presa, ribadendo l’importanza dell’indipendenza dell’istituzione. Ha detto inoltre che il governo era stato informato della situazione, in un canale di dialogo sempre aperto con il ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Il ministro della Cultura – che è già da giorni al centro di polemiche riguardo la decisione della Commissione cinema di non finanziare il documentario su Giulio Regeni – il 12 marzo ha invece mostrato contrarietà rispetto alla decisione di ammettere la Russia e, con un comunicato stampa, ha chiesto alla rappresentante del Ministero della Cultura nel Consiglio di amministrazione di dimettersi perché «non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale né, successivamente, di essersi espressa a favore della sua partecipazione pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione». La rappresentate Tamara Gregoretti ha replicato alla richiesta dicendo di essere «serena» e di non avere intenzione di dimettersi, in quanto «certa di muovermi in osservanza dello statuto della Biennale di Venezia e dell’autonomia dell’istituzione».

La polemica però non si è appianata, tanto che anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il 14 aprile ha detto che sul padiglione della Russia «il governo non è d’accordo, anche se la Biennale resta una fondazione autonoma». 

Il ruolo della Fondazione

La Biennale di Venezia, considerata tra le istituzioni culturali più note e prestigiose al mondo, è nata come ente pubblico ma è stata poi trasformata nel 1998 in fondazione di diritto privato. In sostanza, la società da organizzazione creata dallo Stato e sottoposta a controlli pubblici è divenuta un ente disciplinato dal diritto privato, anche se può ancora perseguire finalità di interesse generale.

La Società di cultura la Biennale di Venezia ha uno statuto il cui regolamento delinea tra le altre cose le caratteristiche del suo organigramma: il presidente è nominato con decreto del Ministero della Cultura, mentre il consiglio di amministrazione è composto oltre che dal presidente stesso, dal sindaco di Venezia o un suo delegato, un membro del Consiglio regionale del Veneto, del Consiglio provinciale di Venezia e soggetti privati. Insomma, al netto dell’indipendenza e dell’autonomia giuridica della Fondazione, i legami con il mondo politico e le amministrazioni pubbliche, locali e nazionali, non sono pochi.

I fondi europei a rischio

Le polemiche hanno ben presto raggiunto l’attenzione dell’Unione europea, dopo che 22 Paesi hanno scritto una lettera al presidente della Biennale per esprimere la loro contrarietà alla partecipazione russa. Nel testo viene sottolineato che le istituzioni culturali hanno «non solo un significato artistico, ma anche una responsabilità morale». Ad aprile la Commissione Ue ha quindi avviato un procedimento per la revoca del finanziamento alla Biennale. A confermarlo è stato il portavoce della Commissione Thomas Regnier, che nella quotidiana conferenza stampa a Bruxelles ha condannato la decisione di lasciar partecipare la Russia e ha ribadito che «l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura ha inviato una lettera per informare la Fondazione La Biennale di Venezia della nostra intenzione di sospendere o revocare una sovvenzione in corso pari a due milioni di euro». Secondo fonti stampa, sono poi stati concessi 30 giorni per adottare correttivi, ma l’inaugurazione del 9 maggio è ormai dietro l’angolo e ieri Kallas ha confermato l’intenzione dell’Ue di tagliare i fondi.

In Italia in molti si sono espressi duramente sull’intromissione della Commissione. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini negli scorsi giorni ha parlato di «volgare ricatto da parte della burocrazia europea», e il capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato Luca Pirondini ha affermato che l’intervento dell’Ue è «un’ingerenza politica sull’autonomia e sulla libertà culturale degli italiani». Infine, il ruolo dell’Ue è stato richiamato anche da Angelo Bonelli (Alleanza Verdi-Sinistra), che ha evidenziato quello che a suo parere è un «doppio standard in atto» tra le critiche alla Russia e il «silenzio politico assordante» circa la partecipazione di Israele.
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