Perché il documentario su Giulio Regeni ha alzato un polverone nella politica

Il film non ha ricevuto i fondi pubblici per cui aveva fatto domanda e ha aperto un dibattito piuttosto acceso sulla legittimità della scelta 
Ansa
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Da giorni nella politica italiana è nato un dibattito sul documentario diretto da Simone Manetti Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, già uscito nelle sale italiane lo scorso 2 febbraio. Il film è divenuto oggetto di polemica dopo che il 3 aprile il Ministero della Cultura ha pubblicato le graduatorie complete dei progetti che hanno presentato richiesta di contributo selettivo per la produzione di opere cinematografiche e audiovisive, dalla quale il documentario su Regeni è risultato escluso. 

La negazione del finanziamento ha portato a tre dimissioni all’interno della Commissione responsabile dell’erogazione dei fondi e il ministro della Cultura Alessandro Giuli è stato chiamato a rispondere della questione. 

Una vicenda che dura da dieci anni

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il primo documentario che ricostruisce la verità giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il 3 febbraio del 2016. Nel film, oltre alle voci dei genitori vengono raccolte anche quelle di figure istituzionali come Matteo Renzi, presidente del Consiglio all’epoca dei fatti, degli allora ministri Roberto Gentiloni e Federica Guidi, di Maurizio Massari, ex ambasciatore italiano al Cairo, e di testimoni egiziani. 

Le indagini sulla morte di Regeni, che sono iniziate quando il 1° novembre 2016 una delegazione della procura di Roma si è recata al Cairo, hanno fin da subito avuto rallentamenti a causa della scarsa cooperazione da parte delle autorità egiziane. Nella cornice di un rapporto diplomatico altalenante tra Italia ed Egitto, nel corso del processo la controparte egiziana non ha mai fornito le informazioni necessarie per rintracciare i quattro agenti dei servizi segreti egiziani imputati dalla procura di Roma per i reati di sequestro, tortura e omicidio. In questo modo, il processo è stato a lungo bloccato perché i giudici non potevano procedere in assenza degli imputati accusati del crimine di tortura. Il 26 ottobre 2023 però la Corte costituzionale ha definito parzialmente illegittimo l’articolo del codice di procedura penale che stabiliva questa regola e il processo è quindi ripreso.

A supporto del processo che oggi è ancora in corso dopo essersi fermato di nuovo ad ottobre 2025 la famiglia di Regeni ha continuato la sua opera di attivismo, affiancata da Amnesty international, per portare sotto l’attenzione dell’opinione pubblica domande e responsabilità di un dramma che non ha ancora risposte. In questo solco si colloca il messaggio politico del documentario che è oggi al centro di polemiche. 

Una scelta politica?

I produttori del documentario su Regeni avevano presentato domanda al bando pubblicato il 9 giugno 2025 della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura (DGCA – MiC), amministrazione che sostiene la creazione e la diffusione delle opere cinematografiche in Italia. Tra i compiti della DGCA c’è anche l’assegnazione di incentivi, che avviene secondo la legge cinema e audiovisivo, approvata sotto il governo Renzi, che ha istituito il “Fondo cinema e audiovisivo” al quale attingono vari schemi di sostegno economico. 

Il sistema di sostegno economico che la legge prevede si basa su tre meccanismi di intervento: il credito d’imposta (o tax credit), che è una compensazione dei debiti fiscali e previdenziali delle imprese calcolata automaticamente sulla base dei costi sostenuti; i contributi automatici, assegnati con un sistema a punti; e i contributi selettivi, l’unico sistema che prevede l’intervento di commissioni di esperti che selezionano i progetti. Il documentario su Regeni è risultato alla pubblicazione delle graduatorie come il primo tra i documentari non selezionati dalla Commissione responsabile per l’assegnazione dei fondi, cioè il film con il punteggio più alto tra gli esclusi: al trentaseiesimo posto su 118 film valutati. Aveva chiesto 131 mila euro al ministero, a fronte di un budget totale di 328 mila euro. 

Secondo alcune fonti stampa, la commissione avrebbe intenzionalmente escluso il documentario a vantaggio di altri film più in linea con le posizioni politiche della maggioranza di centrodestra. L’accusa non è la prima contro l’operato del ministro della Cultura sugli incentivi al cinema, perché Giuli è da tempo accusato di non fare abbastanza per risollevare il settore dalla crisi produttiva.

Le critiche e le dimissioni

Negli scorsi giorni sono arrivate le prime dimissioni tra gli esperti che hanno fatto parte della commissione che ha pubblicato le graduatorie per i contributi. Il 7 aprile si sono dimessi il docente di cinema Massimo Galimberti, che faceva parte della prima sezione della commissione incaricata di esaminare, e il critico cinematografico Paolo Mereghetti, componente della seconda sezione, mentre il 9 aprile sono seguite le dimissioni della direttrice del MedFilm festival Ginella Vocca, che ha affermato di essersi «fermamente opposta alla bocciatura del documentario». 

Il funzionamento della Commissione di Esperti è regolato dalla legge sul cinema. La Commissione è composta da 15 esperti altamente qualificati e di comprovata esperienza nel settore della produzione cinematografica ed audiovisiva, e si occupa di valutare e selezionare i progetti di opera e le opere relative ai bandi per contributi selettivi per la scrittura, lo sviluppo e la produzione. La Commissione attualmente in carica è stata nominata dallo stesso ministro Giuli con un decreto ministeriale a fine settembre 2024. La commissione è suddivisa in tre sezioni. La terza sezione è quella che si occupa di visionare documentari cinematografici, televisivi o web di particolare qualità artistica ed è proprio quest’ultima della cui scelta si è tanto discusso. 

Il punteggio finale assegnato all’opera che ne determina la vittoria o meno del bando è il risultato di una somma di punteggi dati a singoli criteri definiti dalla Commissione. I criteri principali sono sei: tra questi ci sono l’attenzione alla qualità e l’innovatività della sceneggiatura, pari opportunità di genere e certificazione per la sostenibilità ambientale. 

I chiarimenti del ministro Giuli

Dopo giorni di polemiche, il ministro della Cultura è stato chiamato a rispondere alla Camera a un’interrogazione del Partito Democratico. Giuli ha detto di non condividere «né sul piano ideale né su quello morale la scelta della Commissione di negare i fondi ma non è frutto di scelta politica: il ministero non può intervenire senza violare il principio di terzietà», e ha specificato, «i contributi selettivi previsti dalla legge del 2026 non sono attribuiti sulla base di valutazioni politiche, ma all’esito di una procedura tecnica, pubblica e predeterminata».

Giuli ha quindi mostrato la sua contrarietà alla decisione della Commissione di non erogare il fondo al documentario su Regeni, ma ha spiegato che i criteri di scelta sono di tipo tecnico e riguardano le modalità specifiche del bando.

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