Come funziona il congresso del Pd e perché se ne parla molto

Dopo la sconfitta alle elezioni, Enrico Letta ha annunciato che non si ricandiderà alla guida del partito. Facciamo un po’ di chiarezza su come funziona l’elezione del nuovo segretario
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Il 26 settembre, all’indomani della sconfitta della coalizione di centrosinistra alle elezioni politiche, il segretario del Partito democratico Enrico Letta ha annunciato che non si ricandiderà alla carica di segretario in occasione del nuovo congresso nazionale del partito, già previsto per il 2023. Due giorni dopo, Letta ha fissato una riunione della direzione nazionale del partito, che si terrà il 6 ottobre, per definire le tappe principali che porteranno al congresso. Al momento, non è chiaro quando si dovrebbe tenere: Letta ha promesso un’accelerazione nei tempi, i «più rapidi possibili» e, secondo alcune indiscrezioni, i papabili alla successione sono il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e la sua vice Elly Schlein, eletta alla Camera in questa tornata elettorale. 

Al netto di chi si candiderà alla successione di Letta, che cos’è il congresso nazionale del Partito democratico e come funziona?

Che cosa dice lo statuto

Il congresso nazionale del Partito democratico non è un evento che si conclude in uno o pochi giorni, ma è un percorso a più fasi, dalla durata variabile, che si conclude con le primarie aperte agli elettori del partito (non solo agli iscritti), e all’elezione di un nuovo segretario e di una nuova Assemblea nazionale. Quest’ultima è una specie di parlamento, tra i cui poteri c’è anche quello di sfiduciare il segretario stesso. Il numero dei componenti dell’Assemblea nazionale è variabile e, in generale, sono parecchi: ne fanno parte 600 iscritti eletti attraverso le liste collegate direttamente alle candidature a segretario nazionale, più tutti i principali dirigenti locali e nazionali del partito, i sindaci, gli ex segretari nazionali e gli ex presidenti del Consiglio ancora iscritti al Partito democratico.

Secondo lo statuto del Partito democratico, l’elezione del segretario attraverso il congresso nazionale avviene (art. 12) ogni quattro anni. A conclusione del congresso, il segretario eletto dovrebbe dunque rimanere in carica per i quattro anni successivi. In generale, un segretario nazionale in carica non può essere rieletto (art. 5) se ha già svolto due mandati pieni, a meno che, allo scadere del secondo mandato, non eserciti la funzione di Presidente del Consiglio dei Ministri per la sua prima legislatura.

Dal novembre 2019, una modifica dello statuto ha introdotto (art. 12, comma 4) la possibilità di un congresso straordinario, il congresso «per tesi», una conferenza programmatica in cui il partito discute e mette ai voti la linea politica per i mesi a venire, senza però l’elezione di un nuovo segretario. Finora, questa opzione non è mai stata messa in pratica. 

Al netto di quanto previsto dallo statuto, in 15 anni di storia (il Partito democratico è nato nel 2007), nessun segretario è rimasto in carica per quattro anni, ossia per un intero mandato. Per fare degli esempi, quello che è rimasto in carica per meno tempo è stato Matteo Orfini, che dal 19 febbraio al 7 maggio 2017 (circa due mesi e mezzo), in qualità di presidente del partito, è stato nominato segretario ad interim dopo le dimissioni di Matteo Renzi, mentre quello che è durato più a lungo è stato Pierluigi Bersani, segretario dal 25 ottobre 2009 al 19 aprile 2013, meno di tre anni e mezzo.

La scelta di Letta

L’ultimo congresso celebrato dal Partito democratico è iniziato il 17 novembre del 2018, dopo le dimissioni dell’allora segretario Maurizio Martina, ed è terminato ufficialmente quattro mesi dopo, il 17 marzo 2019, con l’elezione a segretario di Nicola Zingaretti. 

A prescindere dall’esito delle elezioni politiche del 25 settembre, dunque, tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023 il Partito democratico avrebbe comunque dovuto celebrare un nuovo congresso, essendo trascorsi ormai quattro anni dal precedente. Non a caso, ad agosto, un mese prima delle elezioni politiche, alcune fonti stampa avevano già iniziato a parlare del prossimo congresso del Partito democratico, avanzando già come possibile candidato alla segreteria il nome di Bonaccini. 

In sostanza, l’unica novità rispetto a questo percorso, generata dalla sconfitta alle elezioni politiche, è stata la scelta di Letta di non ricandidarsi alla segreteria del partito in occasione del prossimo congresso. 

È bene comunque tener conto che Letta non si è dimesso dalla carica di segretario. Secondo lo statuto (art. 5), una delle alternative per Letta sarebbe stata quella di dimettersi già dopo la sconfitta alle elezioni, aprendo da subito la fase congressuale e lasciando in mano il Partito democratico alla sua attuale presidente, Valentina Cuppi, che avrebbe svolto il ruolo di segretaria ad interim fino all’elezione di un nuovo segretario nazionale; oppure, Letta avrebbe potuto dimettersi senza far partire il congresso: in quel caso l’Assemblea nazionale avrebbe eletto temporaneamente un nuovo segretario fino allo svolgimento del congresso. Quest’ultimo è stato proprio il modo in cui è iniziata la segreteria Letta: il 14 marzo 2021, dopo le dimissioni anticipate dell’allora segretario Zingaretti, l’Assemblea nazionale ha eletto l’ex presidente del Consiglio come segretario, con il compito di traghettare il partito fino al nuovo congresso.

Un percorso tutt’altro che semplice

Al di là della decisione di Letta dopo le elezioni, il congresso sarà un percorso lungo. 

Più nel dettaglio, ogni congresso ha un proprio regolamento (qui quello del 2019) e un’apposita commissione congressuale per la gestione di tutti i passaggi, entrambi votati dall’Assemblea nazionale uscente. Secondo lo statuto (art. 12), il congresso prevede sempre due fasi. La prima è quella dedicata ai temi, dove vengono presentati documenti programmatici che devono essere supportati da un numero minimo di componenti dell’Assemblea nazionale o della direzione nazionale e, con loro, da un numero minimo di iscritti. Gli iscritti sono tutti coloro che hanno la tessera del partito e sono chiamati, successivamente, a votare questi documenti nei circoli. 

Semplificando un po’, alla fine della prima fase l’Assemblea nazionale assume i testi più votati come base del confronto per la seconda fase. Quest’ultima è la fase dedicata al voto, a sua volta divisa in più passaggi: il primo è quello in cui si raccolgono le candidature alla segreteria, che per essere valide devono essere sottoscritte da almeno il 20 per cento dei componenti dell’Assemblea nazionale uscente o da un numero di iscritti compreso tra 4 mila e 5 mila, di almeno 12 regioni diverse e con minimo 100 firme per regione.

Le candidature vengono prima votate dagli iscritti, ossia i tesserati nei circoli, e i due candidati più votati vanno alle primarie. Queste sono una vera e propria elezione, aperta non più ai soli iscritti ma a tutti gli elettori e le elettrici del Partito democratico. Secondo la statuto del partito (art. 4), gli elettori e le elettrici sono cittadine e cittadini italiani, cittadini Ue residenti in Italia, extracomunitari con permesso di soggiorno, iscritti e non iscritti al Partito Democratico, «che dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del partito, di sostenerlo alle elezioni, e accettino di essere registrate nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori». Al termine delle primarie, viene eletto segretario chi ha ottenuto la maggioranza dei voti.

Le più recenti elezioni primarie per la scelta del segretario del Partito democratico si sono tenute il 3 marzo 2019 e i candidati ammessi sono stati tre: il segretario uscente Maurizio Martina, il deputato Roberto Giachetti e l’attuale presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Quest’ultimo ha poi ottenuto la maggioranza dei voti, venendo dunque eletto. In seguito alle modifiche del regolamento avvenute a novembre 2019, come detto in precedenza, dal prossimo congresso i candidati ammessi alle primarie saranno due e non più tre.

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