No, la Campania non ha introdotto un vero salario minimo

Il provvedimento della Giunta regionale prevede un punteggio aggiuntivo nelle gare pubbliche, non una soglia legale obbligatoria
ANSA/CESARE ABBATE
ANSA/CESARE ABBATE
Il 27 gennaio il Movimento 5 Stelle si è complimentato sui social network con il presidente della Regione Campania Roberto Fico, ex deputato del partito ed ex presidente della Camera. In una grafica, il Movimento 5 Stelle ha scritto: «Primo atto del nostro Roberto Fico in Campania? Salario minimo negli appalti regionali».
Leggendo questo messaggio, si potrebbe pensare che la Regione Campania abbia fissato una soglia retributiva sotto la quale, per legge, le imprese sono obbligate a non scendere per ottenere o eseguire contratti pubblici regionali. In realtà le cose non stanno così.

Il 26 gennaio la nuova Giunta della Regione Campania si è riunita per la prima volta dopo le elezioni regionali vinte lo scorso novembre dalla coalizione di centrosinistra. La Giunta è, in pratica, il “governo” della regione: è guidata dal presidente Fico, è formata dagli assessori e si occupa di prendere le decisioni operative e preparare le proposte da sottoporre al Consiglio regionale.

Nella sua prima seduta, spiega il sito dell’istituzione, la Giunta della Regione Campania ha approvato «come primo atto di indirizzo legislativo il disegno di legge recante “Disposizioni per l’introduzione di una retribuzione oraria minima nei contratti pubblici di appalto e nelle concessioni di competenza regionale”».

Al momento, il testo ufficiale di questo disegno di legge non è ancora presente sul sito del Consiglio regionale, ma il suo contenuto è stato riassunto dalla stessa Giunta in un comunicato e da varie fonti stampa che hanno potuto leggerlo.

Il provvedimento non introduce un vero e proprio salario minimo obbligatorio. Prevede invece che, nelle gare bandite dalla Regione e dagli enti collegati, venga assegnato un punteggio aggiuntivo alle imprese che si impegnano a pagare ai lavoratori impiegati nell’appalto almeno 9 euro lordi l’ora, con la possibilità di ottenere un punteggio maggiore se si offrono retribuzioni più alte. Lo stesso impegno vale anche per eventuali subappaltatori e deve poi essere rispettato durante l’esecuzione del contratto, pena l’applicazione di penali.

In concreto, la Giunta ha quindi proposto di introdurre un meccanismo “premiale”, che incide sui criteri di valutazione delle offerte ma non vieta automaticamente alle imprese di partecipare alle gare se applicano salari inferiori.

Nel dibattito politico nazionale, quando si parla di salario minimo, ci si riferisce di solito all’introduzione per legge di una paga oraria minima valida per tutti i lavoratori, al di sotto della quale nessun datore di lavoro può scendere, indipendentemente dal settore o dal tipo di contratto. Nel caso della Campania, invece, non siamo di fronte a un obbligo generale valido per tutti, ma a un criterio usato nelle gare pubbliche regionali per attribuire più punti alle imprese che offrono salari più alti, senza escludere automaticamente quelle che applicano retribuzioni più basse rispetto ai 9 euro lordi l’ora.

Va inoltre ricordato che il disegno di legge dovrà ora essere esaminato e approvato dal Consiglio regionale, dove i partiti che sostengono la giunta Fico dispongono della maggioranza dei seggi, ma che può comunque modificare il testo prima del via libera definitivo.

Infine, un’ultima osservazione: nel comunicato in cui ha annunciato il disegno di legge, la Giunta ha scritto che i 9 euro lordi l’ora sono «la soglia che l’ISTAT indica come discrimine tra lavoro dignitoso e povertà lavorativa». In realtà questa cifra non deriva da una indicazione ufficiale dell’ISTAT. I 9 euro sono il valore su cui, negli ultimi anni, si sono concentrate alcune proposte dei partiti di centrosinistra a livello nazionale, in particolare del Movimento 5 Stelle, sulla base di valutazioni politiche ed economiche differenti. Quando è stata chiamata in causa, l’ISTAT ha usato questa soglia per svolgere simulazioni sugli effetti di un eventuale salario minimo, ma senza mai definirla come un confine oggettivo tra lavoro dignitoso e lavoro povero, anche perché da tempo esiste un dibattito aperto su quale dovrebbe essere l’importo adeguato di un salario minimo in Italia.

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