Fabio Rampelli

No, i 209 miliardi del Recovery fund non sono diventati 14

«I 209 miliardi del Recovery Fund sono diventati (forse) 14, al netto di condizionalità e riforme che vanno a togliere sovranità all’Italia»

Pubblicato: 25 nov 2020
Data origine: 24 nov 2020
Macroarea economia

Il deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, il 24 novembre ha scritto su Facebook che i 209 miliardi del Recovery fund sono diventati 14, oltretutto con «condizionalità e riforme che vanno a togliere sovranità all’Italia». Al suo post è poi associata un’immagine in cui si legge: «Recovery Fund: a luglio annunciati 209 miliardi per l’Italia. Si scopre che nel 2021 saranno 14 miliardi (forse) e con condizioni».

Le cifre, come vedremo, sono incomplete. Ma soprattutto è fuorviante sostenere che i 209 miliardi di cui si era parlato a luglio siano «diventati» 14. Andiamo a vedere i dettagli.

I 209 miliardi del Recovery fund

Il Next Generation Eu – chiamato più spesso in Italia Recovery Fund – è il piano dell’Unione europea da 750 miliardi di euro per sostenere gli Stati membri più colpiti dalla crisi causata dall’epidemia di Covid-19. È stato definito dall’accordo raggiunto dal Consiglio europeo del 21 luglio, anche se le trattative sui dettagli sono ancora in corso e – come abbiamo scritto – ancora manca l’approvazione definitiva.

Come abbiamo scritto di recente, la quota che secondo le stime – sempre di luglio – dovrebbe spettare all’Italia è la più alta in valore assoluto: 209 miliardi di euro, di cui oltre 81 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 127 miliardi abbondanti di prestiti.

La parte più consistente dei 750 miliardi totali del Next Generation Eu è rappresentata dal Recovery and resilience facility, un fondo che tra prestiti (360 miliardi) e sovvenzioni (312,5 miliardi) arriva a un totale di 672,5 miliardi di euro. Altri 47,5 miliardi di euro sono poi dedicati al fondo React Eu e i restanti 30 miliardi si suddividono in altri fondi già in parte finanziati dal bilancio pluriennale dell’Ue 2021-2027 (ad esempio, Rural development o Just transiton fund).

Quali condizioni impone il Next Generation Eu agli Stati membri

Per accedere alle risorse del Next Generation Eu gli Stati membri devono rispettare una serie di condizioni (come abbiamo scritto, anche più stringenti di quelle previste per accedere alle risorse del nuovo strumento del Mes, il Pandemic crisis support).

In particolare, per ottenere le risorse del Recovery and resilience facility, che come abbiamo visto assorbe il 90 per cento delle risorse del Next Generation Eu, gli Stati devono preparare (punto A18 delle Conclusioni del Consiglio europeo del 21 luglio) «piani nazionali per la ripresa e la resilienza» in cui definiscono il programma di riforme e investimenti che hanno intenzione di fare nel il periodo 2021- 2023. Nel 2022 questi piani saranno poi adattati, «per tenere conto della ripartizione definitiva dei fondi per il 2023».

La valutazione di questi piani spetta alla Commissione europea, che giudica in primo luogo se i piani degli Stati siano coerenti con le raccomandazioni specifiche che la stessa Commissione invia ogni anno ai vari Paesi nell’ambito del semestre europeo.

All’Italia, ad esempio, viene spesso raccomandato di ridurre i tempi della giustizia e di aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La Commissione valuta poi il «rafforzamento del potenziale di crescita», la «creazione di posti di lavoro» e la «resilienza sociale ed economica dello Stato membro». Inoltre «anche l'effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva».

Quali sono le tempistiche

Per quanto riguarda le tempistiche per ricevere e utilizzare i soldi dell’Ue, è previsto dalle conclusioni del Consiglio europeo del 21 luglio 2020 che «gli impegni giuridici di un programma integrato da Next Generation Eu devono essere contratti entro il 31 dicembre 2023. I relativi pagamenti saranno effettuati entro il 31 dicembre 2026».

Gli Stati dunque, al netto delle incertezze legate alle trattative ancora in corso e alla disposizione e approvazione dei “piani nazionali per la ripresa e la resilienza”, possono mettere a bilancio le risorse del Next Generation Eu dal 2021 fino al 2026 incluso, cosa che in effetti ha fatto l’Italia.

Le risorse nel Documento programmatico di bilancio

Nel Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2021, inviato alla Commissione europea il 19 ottobre 2020, viene previsto, in via provvisoria, che all’Italia arrivino 205 miliardi di euro dal Next Generation Eu (poco meno delle stime citate in precedenza).

Tabella 1: la ripartizione delle risorse del Next Generation Eu nei prossimi anni secondo le previsioni contenute nel Dpb 2021

Queste risorse, come si vede nella tabella 1, sono spalmate sui sei anni che vanno dal 2021 al 2026, inclusi. Nel 2021, in particolare, l’Italia dovrebbe poter fare affidamento su 25 miliardi di euro, di cui 14 miliardi di sovvenzioni (10 miliardi dal Recovery and resilience facility e 4 miliardi dal React Eu) e 11 miliardi di prestiti (tutti nel contesto del Recovery and resilience facility). Come già detto, c’è un margine di incertezza legato alle fasi finali delle trattative in corso a livello europeo.

Tiriamo le fila

Alla luce delle informazioni appena viste possiamo valutare le parole del deputato Rampelli.

È falso che, come scrive il deputato di FdI, i 209 miliardi di euro del Recovery fund (o più correttamente Next Generation Eu) siano «diventati» 14 miliardi. Come abbiamo visto, i 209 miliardi (circa) sono il totale delle risorse che secondo le previsioni dovrebbero arrivare all’Italia da questo strumento. I 14 miliardi di cui parla Rampelli sono invece probabilmente la parte di sovvenzioni del Next Generation Eu previste dal Dpb per il solo 2021 (non vengono quindi conteggiati gli 11 miliardi di prestiti).

Che le risorse del Next Generation Eu sarebbero state spalmate sull’arco temporale 2021-2026 era già noto da luglio, in particolare dalle conclusioni del Consiglio europeo del 21 del mese. Dunque parlare di “scoperta” come fa Rampelli, nell’immagine associata al suo post, è fuorviante. Corretto invece, al momento, l’elemento di dubbio sull’arrivo delle risorse – il «(forse)» di Rampelli –, considerate le incognite che ancora ci sono sull’esito delle trattative a livello europeo.

È poi vero che per accedere a queste risorse gli Stati membri dell’Ue debbano rispettare determinate condizioni e dunque rinunciano in parte alla propria sovranità. Ma anche questa non è una sorpresa.

In primo luogo, la stessa partecipazione all’Ue comporta necessariamente una cessione di sovranità: si pensi al fatto che le leggi comunitarie prevalgono sulle leggi nazionali. In secondo luogo, come abbiamo visto era chiaro già dalle conclusioni del Consiglio europeo di luglio che l’Ue fosse disposta a indebitarsi sui mercati per dare soldi agli Stati membri che ne hanno bisogno a causa della pandemia di Covid-19, ma a patto che queste risorse vengano spese in modo coerente con gli obiettivi generali e i principi fondamentali dell’Unione stessa. Si pensi, a tal proposito, al recente scontro tra Ungheria e Polonia da un lato e il resto dell’Ue dall’altro a proposito della clausola sul rispetto dello “stato di diritto”, a cui Bruxelles vuole vincolare l’erogazione delle risorse.

Il verdetto

Il 24 novembre il deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, ha scritto su Facebook che i 209 miliardi di euro destinati all’Italia dal Recovery fund sono diventati 14 miliardi e che comunque ci sono condizioni da rispettare che limitano la sovranità del Paese.

La prima parte dell’affermazione è falsa: 209 miliardi (circa) resta il totale delle risorse che si prevede arrivino all’Italia tra il 2021 e il 2026, 14 miliardi è la quota di sole sovvenzioni (senza i prestiti dunque, che sono pari a 11 miliardi) prevista dal Dpb per il 2021.

Nell’immagine associata al suo post Rampelli riconosce che i 14 miliardi sono le risorse previste per il 2021 ma non si capisce il perché del suo stupore e perché parli di “scoperta”: che le risorse sarebbero state spalmate su sei anni era noto già da luglio. Corretto invece il margine di dubbio – il «(forse)» di Rampelli –, considerate le trattative ancora in corso tra Stati e istituzioni europee per finalizzare l’accordo sul Next Generation Eu.

È infine corretto dire che per accedere a queste risorse gli Stati membri debbano rispettare determinate condizioni e accettare dunque una riduzione della propria sovranità.

Nel complesso per Rampelli dunque un “Nì”.

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