Paola De Micheli

Trasporti e contagi: l’«autorevole» studio della ministra De Micheli non esiste

«Il più autorevole di questi studi dice che tutti i sistemi di trasporto del mondo, quindi aerei, navi, bus, treni a lunga percorrenza, treni a corta percorrenza, tutti i mezzi di trasporto hanno dato ad oggi un contributo pari all’1,2 per cento del contagio» (min. -35:04)

Pubblicato: 21 ott 2020
Data origine: 18 ott 2020
Macroarea questioni sociali

In breve

• Secondo Paola De Micheli (Pd), ad oggi solo l'1,2 per cento dei contagi da nuovo coronavirus è legato ai mezzi di trasporto. Questo dato, ha detto la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, sarebbe contenuto nello studio «più autorevole» in materia, ma nella letteratura scientifica non sembra esserci traccia di alcuna ricerca con queste conclusioni.

• La ministra ha fatto molto probabilmente confusione, citando i dati aggiornati al 28 settembre sui focolai registrati in Francia e legati a tre mezzi di trasporto: treni, navi e aerei. In ogni caso, la percentuale dell'1,2 per cento – oltre a essere limitata a un solo Paese – è sicuramente una sottostima e fa riferimento a una piccola parte del totale dei casi diagnosticati in Francia.

• Diversi studi mostrano che se si rispettano regole e precauzioni, i rischi di contagiarsi su un mezzo di trasporto pubblico, come un autobus, sono bassi, ma non inesistenti. Resta però molto difficile riuscire a tracciare un eventuale contagio in questi contesti.


Il 18 ottobre, ospite a Mezz’ora in più su Rai 3, la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli (Pd) ha difeso (min. -35:04) il governo per la criticata gestione del trasporto pubblico delle ultime settimane, che hanno visto un forte aumento dei contagi da nuovo coronavirus nel nostro Paese.

De Micheli ha smentito con forza l’ipotesi che i mezzi di trasporto abbiano avuto un ruolo rilevante in questa crescita. Secondo la ministra, infatti, lo studio «più autorevole» in materia dice che «tutti i mezzi di trasporto» – dai treni ai bus, passando per navi e aerei – «hanno dato ad oggi un contributo pari all’1,2 per cento del contagio».

Abbiamo verificato e non sembra esserci traccia di uno studio scientifico con un risultato di questo tipo. Molto probabilmente, con quell’«1,2 per cento», De Micheli fa riferimento ai dati relativi solo ai focolai di Covid-19 in Francia (e aggiornati a fine settembre scorso), scambiandoli per delle statistiche generalizzabili a livello internazionale.

Ma procediamo con ordine, analizzando prima la possibile origine dell’errore, e riassumendo poi alcune delle evidenze scientifiche sui rischi concreti di contagiarsi sui mezzi di trasporto.

– Leggi anche: Scuole aperte o chiuse: che cosa dice la scienza

Da dove viene il dato citato da De Micheli

Come abbiamo già anticipato, nella letteratura scientifica sul tema non sembrano esserci studi – neppure nelle fasi preliminari, ossia non ancora soggetti al controllo della comunità scientifica – in cui si dice che fino ad oggi tutti i mezzi di trasporto hanno contribuito “solo” all’1,2 per cento nella diffusione del contagio del nuovo coronavirus.

Gli articoli di Sky News Uk e Corriere della Sera

Questa percentuale, però, compare in un articolo pubblicato lo scorso 7 ottobre da Sky News Uk e intitolato: “Coronavirus: perché il trasporto pubblico potrebbe essere più sicuro di quanto pensassimo”.

Qui si legge che «gli ultimi dati provenienti dalla Francia mostrano che solo l’1,2 per cento dei 2.830 focolai di coronavirus nel Paese», registrati tra inizio maggio e il 28 settembre, «erano collegati a un mezzo di trasporto qualsiasi (aerei, navi e treni)».

Lo stesso dato è stato ripreso anche in un articolo del Corriere della Sera (edizione Milano), pubblicato il 15 ottobre: «In base ai dati registrati in Francia tra il primo maggio e il 28 settembre solo l’1,2 per cento dei 2.830 focolai si è verificato su un mezzo di trasporto», si legge nel pezzo.

Qui sono subito necessarie almeno due osservazioni: la prima è che questa percentuale dell’1,2 per cento fa riferimento a un Paese specifico, la Francia, e non a più stati; la seconda è che stiamo parlando di una statistica particolare e delimitata, ossia quella relativa ai focolai. Qui le cose si complicano.

Che cosa dice la Santé publique francese

Il rapporto epidemiologico più aggiornato della Santé publique francese – l’agenzia governativa che, tra le altre cose, si occupa del monitoraggio dell’epidemia di coronavirus in Francia – spiega (pag. 15) che il termine «focolaio» fa riferimento all’individuazione di almeno tre nuovi contagi, nell’arco di sette giorni, appartenenti alla stessa comunità o che hanno partecipato allo stesso evento. Queste statistiche partono dal 9 maggio e sono raccolte al di fuori degli ambienti familiari ristretti.

La stessa Santé publique sottolinea che, vista l’alta circolazione del virus in Francia, i numeri sui focolai individuati dal sistema di monitoraggio sono sicuramente una sottostima dei casi reali, e dunque hanno forti limiti per essere utilizzati a sostegno di conclusioni di carattere più generale.

Al 15 ottobre, secondo i dati della Santé publique, 55.500 casi di contagio – circa un decimo del totale dei casi diagnosticati nel Paese – erano riconducibili (pag. 15) a 4.365 focolai. Più nel dettaglio, 36 focolai accertati (lo 0,8 per cento sul totale) e 3.333 casi (il 6 per cento sul totale) erano riconducibili a tre mezzi di trasporto: aereo, nave e treno. Gli autobus, per esempio, non sembrano essere considerati nel calcolo.

Per quanto riguarda i focolai, questi dati sono in crescita in valori assoluti, ma in calo in valori percentuali, rispetto a quelli contenuti (pag. 15) in un rapporto del 1° ottobre della Santé publique, aggiornato alla situazione del 28 settembre, ossia la data indicata da Sky News Uk e Corriere della Sera (Figura 1).

Figura 1. La probabile fonte della percentuale citata da De Micheli – Fonte: Santé Publique

Ricapitolando: secondo la ministra De Micheli, uno studio «autorevole» avrebbe mostrato che «tutti i mezzi di trasporto hanno dato ad oggi un contributo pari all’1,2 per cento del contagio». Il problema è che molto probabilmente questa percentuale non viene da uno studio, ma da un bollettino epidemiologico della Santé publique francese, relativo al peso dei mezzi di trasporto sui focolai individuati nel Paese.

Abbiamo contattato più volte il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per avere la fonte precisa del dato citato da De Micheli, ma siamo ancora in attesa di risposta.

Come abbiamo visto, i dati francesi, oltre a essere relativi a un singolo Stato, vanno presi con molta cautela, visto che sono sicuramente una sottostima dei casi reali.

E qui si apre una questione centrale all’interno del dibattito sulla sicurezza dei mezzi di trasporto in tempi di coronavirus: la difficoltà di tracciare i contagi, per esempio, a bordo di un autobus o di un treno.

Le difficoltà del tracciamento sui mezzi di trasporto

Un tempo, il bollettino settimanale dell’Istituto superiore di sanità (Iss) conteneva alcuni dati sul luogo in cui si ipotizzava i nuovi contagi avessero contratto il virus. Tra i vari dati, c’erano per esempio quelli relativi agli aerei o alle navi (ma non a mezzi più comuni del trasporto pubblico, tipo gli autobus). Nei bollettini delle ultime settimane, queste informazioni non ci sono più: sono presenti solo le percentuali relative ai contagi importati dall’estero.

In ogni caso, al di là delle rassicurazioni della ministra De Micheli, segnali di preoccupazione in Italia sono arrivati anche dal Comitato tecnico scientifico (Cts), che in un comunicato stampa del 17 ottobre ha scritto: «Un’importante criticità è rappresentata dal trasporto pubblico locale che non sembra essersi adeguato alle rinnovate esigenze, nonostante il Cts abbia evidenziato fin dallo scorso mese di aprile la necessità di riorganizzazione, incentivando una diversa mobilità con il coinvolgimento attivo delle istituzioni locali e dei mobility manager».

Come abbiamo già anticipato, uno dei problemi più grandi riguarda la difficoltà nel tracciare i contatti avvenuti sui mezzi di trasporto: si pensi per esempio agli autobus utilizzati da lavoratori e studenti nelle ore di punta, anche per tragitti brevi.

Questo spiegherebbe le statistiche riportate anche da altri Paesi, come la Germania.

Secondo i dati più aggiornati del Robert Koch Institute tedesco – che si occupa dei numeri dell’epidemia in Germania – una piccolissima parte dei focolai sembra essere collegata ai mezzi di trasporto. Ma come sottolinea lo stesso Istituto, queste statistiche vanno interpretate con «cautela».

«Assegnare un’infezione a un ambiente non è sempre chiaro», scrive in un recente dossier il Robert Koch Institute. «Fattori che contribuiscono all’incertezza sono i focolai con luoghi di esposizione misti, in brevi intervalli di tempo, che non possono essere facilmente tracciati (come i trasporti pubblici); i problemi legati alla forza lavoro delle autorità sanitarie locali; o la mancanza di segnalazioni sulle circostanze in cui avvengono i contagi».

Insomma, se è vero che i bollettini epidemiologici italiani, francesi e tedeschi non assegnano una responsabilità significativa ai mezzi di trasporto per la diffusione del contagio, è anche vero che stiamo parlando di un ambito molto difficile da monitorare. Caratteristica evidenziata anche da alcuni studi usciti negli ultimi mesi.

Che cosa dicono alcuni studi

Al momento in Italia, in base alle disposizioni del Cts recepite dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri dello scorso 7 settembre, sui mezzi di trasporto pubblico – come autobus, treni, metro e tram – valgono, di fatto, alcune deroghe rispetto alle regole da rispettare in altri contesti.

Per esempio, dal momento che è consentito il riempimento fino all’80 per cento della capienza dei mezzi, nelle ultime settimane è risultato evidente che sui mezzi non si possa mantenere il distanziamento interpersonale di almeno un metro. Secondo il governo, questo non comporterebbe rischi per la salute dei passeggeri, dal momento che, tra le altre cose, sono obbligatori l’uso della mascherina e le pratiche di sanificazione; che nella norma le tratte percorse dai cittadini hanno una breve durata (per esempio, la definizione di “contatto stretto” del Ministero della Salute prevede tra le altre cose una durata superiore ai 15 minuti); e che bisogna assicurare la massima circolazione dell’aria nei mezzi di trasporto.

In generale, secondo la letteratura scientifica relativa a Covid-19 e mezzi di trasporto, sembra valere un po’ il discorso che abbiamo già fatto per le scuole: se si rispettano tutte le precauzioni del caso, i rischi di contagio sembrano minimi, ma comunque non assenti.

Un’analisi pubblicata sul British Medical Journal a fine agosto scorso ha provato a quantificare qual è il rischio di contrarre il nuovo coronavirus da persone che non hanno sintomi evidenti di contagio (i cosiddetti “asintomatici”) in determinati luoghi e nel rispetto di determinate disposizioni.

Per esempio, sembra essere basso il rischio di infettarsi in un luogo chiuso, con molte persone e ben ventilato, stando in silenzio e con la mascherina – uno scenario simile a quello di un mezzo di trasporto pubblico come un treno, meno a quello di un autobus con molti studenti. Il rischio aumenta se l’aerazione è deficitaria o se si è stretto contatto per lungo tempo con qualcuno che parla ad alta voce (Figura 2).

Figura 2. Il rischio di contrarre il nuovo coronavirus da asintomatici a seconda di contesti diversi – Fonte: Bmj

Una ricerca uscita sul Journal of American Medical Association, partendo dall’analisi di 128 passeggeri che hanno preso due linee di autobus per un periodo prolungato di tempo, ha invece evidenziato come la presenza di un contagiato a bordo di un mezzo con il ricircolo dell’aria attivo aumenta le possibilità di essere infettati, anche se a una distanza considerevole dal soggetto positivo.

Da un punto di vista epidemiologico, non si sanno ancora molte cose sul nuovo coronavirus: come sottolinea per esempio il Ministero della Salute, è ancora da capire bene quanto la Covid-19 possa trasmettersi anche via aerosol, ossia attraverso minuscole goccioline che rimangono sospese nell’aria (da non confondersi con il contagio attraverso goccioline più grandi, i cosiddetti droplet, su cui la comunità scientifica è concorde). Diverse evidenze scientifiche, raccolte negli ultimi mesi, suggeriscono che questo tipo di contagio sia importante in contesti chiusi, poco ventilati e affollati: in sostanza, l’identikit di un mezzo di trasporto pubblico.

Ricerche passate, relative ad altri virus respiratori come quelli influenzali, hanno comunque mostrato che il trasporto pubblico è uno dei luoghi in cui il contagio trova terreno fertile in assenza di precauzioni, come l’uso di dispositivi di protezione individuali.

– Leggi anche: Che cosa dice la scienza sull’obbligo delle mascherine all’aperto

Il verdetto

Secondo la ministra Paola De Micheli (Pd), lo studio «più autorevole» in tema di Covid-19 e trasporti ha mostrato che «tutti i mezzi di trasporto», dai bus ai treni, passando per gli aerei, «hanno dato ad oggi un contributo pari all’1,2 per cento del contagio».

Abbiamo verificato e nella letteratura scientifica, seppur molto provvisoria, non sembra esserci traccia di ricerche con la percentuale indicata da De Micheli. Abbiamo contattato più volte il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per conoscere la fonte precisa del dato, ma siamo ancora in attesa di risposta.

È molto probabile, però, che la percentuale dell’«1,2 per cento» faccia riferimento al numero di focolai che al 28 settembre in Francia erano riconducibili a tre mezzi di trasporto: treni, navi e aerei. Questi dati, oggi non più aggiornati e comunque parziali, tra l’altro vanno presi con molta cautela perché sono sicuramente una sottostima dei casi.

A livello scientifico ci sono poi poche certezze sui rischi precisi di contagio sui mezzi di trasporto pubblico, come per esempio gli autobus. La tendenza generale è che se si rispettano le regole basilari (come l’utilizzo della mascherina), unite ad altri fattori (come la durata della percorrenza), i rischi di contagio sembrano essere bassi, ma non assenti.

In ogni caso, vista la confusione, De Micheli si merita un “Pinocchio andante”.

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