Matteo Renzi

No, il calcio non è la «terza industria» d’Italia

«Il calcio è la terza industria del Paese»

Pubblicato: 07 mag 2020
Data origine: 06 mag 2020
Macroarea economia

Il 6 maggio il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha criticato nella sua newsletter Enews il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora (M5s), che ha frenato su una possibile ripresa del campionato di calcio, a cui è invece favorevole l’ex presidente del Consiglio.

Secondo Renzi, infatti, «il calcio è la terza industria del Paese» e non può rimanere fermo.

Ma è davvero così? Alla luce dei numeri, Renzi dice una “Panzana pazzesca”.

Di quanti soldi stiamo parlando

Per quantificare quanto valga in termini economici il calcio nel nostro Paese, guardiamo che cosa dicono i dati ufficiali della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), di cui fanno parte, tra gli altri, le leghe che organizzano i campionati di calcio professionistici (Lega Serie A, Lega Serie B e Lega Pro) e quelli dilettantistici (Lega Nazionale Dilettanti).

I dati più aggiornati sul valore economico del calcio in Italia sono contenuti nel “Report Calcio 2019”, pubblicato a luglio dello scorso anno dalla Figc, con l’Agenzia di ricerche e legislazione (Arel) – che si occupa di ricerche in ambito economico e istituzionale – e con la società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC).

Qui si legge che nella stagione 2017-2018 il valore della produzione dei tre campionati professionistici di calcio ha superato i 3,5 miliardi di euro. Questo, spiega la Figc, è «il peso economico del Sistema Calcio» nel nostro Paese.

La voce più consistente di questi 3,5 miliardi riguarda i ricavi da diritti tv e radio (oltre 1,2 miliardi di euro), seguiti dalle plusvalenze per la cessione dei calciatori (777 milioni), da altri ricavi (606 milioni), da quelli per sponsor e attività commerciali (575 milioni) e da quelli per gli ingressi negli stadi (341 milioni).

Per avere un ordine di grandezza, stiamo parlando di una cifra che rapportata alla ricchezza prodotta dall’intero Paese vale circa lo 0,2 per cento del Pil.

L’ultimo Bilancio integrato della Figc spiega anche che, se sommiamo al calcio professionistico il valore della produzione delle altre leghe e dei campionati dilettantistici e giovanili, si arriva ai 4,7 miliardi di euro di fatturato totale del settore.

La Figc ha anche calcolato un “impatto socio-economico” del calcio di circa 3 miliardi di euro, con oltre 600 milioni di euro riconducibili, per esempio, ai consumi dell’oltre un milione di tesserati Figc (per viaggi o attrezzature sportive), e con oltre 1,2 miliardi di risparmi della spesa sanitaria che deriverebbero dalla pratica calcistica.

Nel 2016 – ultimo dato disponibile – il calcio professionistico ha poi portato nelle casse dello Stato oltre un miliardo di euro, tra varie imposte come l’Irpef e l’Iva. Ricordiamo che lo scorso anno il gettito fiscale di tutto lo Stato ha raggiunto quasi i 472 miliardi di euro.

«Possiamo dire che il calcio in Italia valga al massimo intorno ai 5 miliardi di euro, ma anche meno», ha spiegato a Pagella Politica Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore esperto di calcio ed economia. «Se consideriamo che con gli eventi sportivi si produce anche un indotto, per esempio, con i trasporti e la ristorazione, possiamo arrivare a un massimo di 15 miliardi di euro, meno comunque dell’1 per cento del Pil».

Infine, secondo la Figc i posti di lavoro legati al settore calcistico sarebbero circa 98 mila, lo 0,4 per cento sui circa 23 milioni e 360 mila occupati nel nostro Paese a fine 2019.

Ricapitolando: il calcio professionistico in Italia – quello a cui fa riferimento Renzi – produce circa 3,5 miliardi di euro, che salgono a quasi 5 miliardi se si considerano anche i dilettanti e a circa 16 miliardi se si comprende tutto l’indotto.

Questi numeri lo rendono davvero la «terza industria» d’Italia?

I numeri degli altri settori sono molto più alti

Non è mai semplice stimare quanto pesa nel dettaglio un settore specifico sull’economia di un Paese.

Per esempio, basta prendere il settore del turismo per scoprire che circolano diverse stime sul suo contributo diretto all’economia italiana, che vanno dal 5,5 al 6 per cento del Pil (salendo al 13 per cento, contando l’indotto, e al 14,7 per cento considerando l’occupazione).

Guardiamo dunque al valore della produzione di alcune attività economiche del nostro Paese, secondo i dati Istat [1], per fare un paragone con i soldi visti prima per il calcio.

Nel 2017 (dati più aggiornati), ad esempio, l’agricoltura in Italia valeva in termini di produzione circa 59,7 miliardi di euro; le industrie tessili 83,1 miliardi di euro; quelle legate alla carta 23,5 miliardi di euro; le industrie per la fabbricazione di plastica 44,6 miliardi di euro; le attività metallurgiche circa 59,4 miliardi di euro; le attività di servizi finanziari oltre 83,5 miliardi di euro; le telecomunicazioni oltre 39,1 miliardi di euro; le costruzioni 184,6 miliardi di euro; la fabbricazione di mobili 43,2 miliardi di euro.

Dunque anche solo citando alcune delle attività economiche del nostro Paese, si evidenzia subito come il valore della produzione del calcio professionistico in Italia – stimato intorno ai 3,5 miliardi di euro – sia di gran lunga inferiore a moltissime altre “industrie”.

Discorso analogo vale anche se consideriamo l’indotto, ma qui le cifre si fanno molto più sfumate, dal momento che cambiano a seconda delle assunzioni che si fanno nei vari modelli economici.

Facciamo ora degli altri esempi per quanto riguarda i posti lavoro: nel 2017 le imprese attive nell’industria alimentare avevano quasi 300 mila occupati dipendenti; quelle nella fabbricazione di macchinari quasi 442 mila; nella fornitura di acqua e reti fognarie quasi 190 mila; nelle costruzioni oltre 780 mila. Anche qui, solo per citarne alcuni.

Renzi dunque fa una graduatoria completamente fuori scala. Ma ha una qualche origine il suo riferimento al calcio come «terza industria del Paese», oppure no?

Come è nata questa non-notizia

Basta fare una breve ricerca online, prima della data della dichiarazione fatta dall’ex presidente del Consiglio, per scoprire che già in molti nelle scorse settimane avevano ripetuto che il calcio è la «terza industria» d’Italia.

Tra questi ci sono, ad esempio, il direttore sportivo della Lazio Igli Tare, l’opinionista sportivo Antonio Di Gennaro e l’ex dirigente dell’Inter Ernesto Paolillo.

Insomma, la dichiarazione fatta da Renzi sembra riprendere alcune parole riportate da diversi addetti ai lavori nel mondo del calcio.

Una traccia dell’origine di questa non-notizia la troviamo nel Bilancio integrato della Figc relativo al 2017, dove si legge: «Calciomercato: nell’estate 2017, il calcio italiano ha rappresentato il terzo settore economico italiano per investimenti nel mercato M&A, dietro solo al comparto pubblico e alle istituzioni finanziarie, davanti al settore industriale e a quello energetico e sanitario».

La sigla “M&A” sta per “mergers and acquisitions” e fa riferimento alle operazioni di acquisizione e di fusione.

Per la Figc, dunque, quasi tre anni fa il calcio italiano è stato il settore economico del nostro Paese in una classifica ben precisa: quella per gli investimenti, ma legati solo al mercato delle fusioni e delle acquisizioni.

Come fonte, la Figc cita la Thomson Reuters, una società attiva nel mondo dell’informazione che gestisce l’omonima agenzia stampa.

I dati di Reuters sono contenuti in un articolo del 4 settembre 2017 del sito di settore Calcio e Finanza, dove si spiega che la sola Serie A (quindi non tutto il calcio italiano) ha movimentato nel mercato M&A circa 949,6 milioni di dollari (pari a circa 876 milioni di euro), in un periodo specifico: tra il 1° luglio 2017 e il 31 agosto 2017.

In tutto il 2017, il mercato delle acquisizioni e delle fusioni in Italia aveva mobilitato circa 46 miliardi di euro (50 volte circa il dato del calciomercato estivo della Serie A).

Il verdetto

Secondo Matteo Renzi, «il calcio è la terza industria del Paese». I numeri però dicono tutt’altra cosa.

Secondo la Figc, il calcio professionistico in Italia produce un valore di circa 3,5 miliardi di euro, che sale a quasi 5 miliardi considerando i dilettanti e a 16 miliardi con l’indotto. Stiamo parlando di cifre tra lo 0,2 e meno dell’1 per cento del Pil nazionale.

Il calcio professionistico porta poi nelle casse dello Stato circa un miliardo di euro in termini di imposte e di contributi, lo 0,2 per cento su un gettito fiscale nazionale di circa 472 miliardi di euro.

Secondo i dati Istat, dall’agricoltura a singoli settori industriali, sono molte le attività economiche che nel nostro Paese producono in termini di valore assai più del calcio.

Renzi molto probabilmente fa riferimento a una notizia del 2017, ripresa nelle ultime settimane da diversi addetti ai lavori nel mondo del pallone.

Secondo questa notizia, che contiene alcune stime riportate anche dalla Figc, tra luglio e agosto 2017 la Serie A – non tutto il calcio professionistico – è stato il terzo settore economico italiano per investimenti nel mercato delle acquisizioni e delle fusioni. Una classifica molto specifica – non stiamo parlando di tutti gli investimenti fatti in Italia – e in un breve periodo di un anno.

In conclusione, Renzi si merita una “Panzana Pazzesca.”


[1] Percorso: Conti nazionali > Conti e aggregati economici nazionali annuali > Produzione e valore aggiunto per branca di attività > Tipo aggregato: Produzione

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