Giuliano Pisapia

Pisapia cita dati corretti sulla prescrizione e sulle assoluzioni

«I dati dicono che la prescrizione interviene per il 53 per cento dei procedimenti penali in fase di indagine e per il 22 per cento dopo il rinvio a giudizio, ma prima della sentenza di primo grado e che il 75 per cento degli indagati risulta innocente»

Pubblicato: 07 gen 2020
Data origine: 05 gen 2020
Macroarea giustizia

L’ex sindaco di Milano ed europarlamentare del Pd Giuliano Pisapia, intervistato da Repubblica il 5 gennaio, ha duramente criticato la riforma della prescrizione voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, entrata in vigore dal 1° gennaio 2020.

La riforma – contenuta nella legge n. 3 del 9 gennaio 2019 (art. 1 co. 1 lett. e) e approvata durante il precedente governo Lega-M5s – prevede che la prescrizione si sospenda dopo la sentenza di primo grado, al contrario di quanto accadeva in precedenza, quando continuava a decorrere anche durante i giudizi di Appello e Cassazione.

Pisapia ha citato una serie di dati in proposito: andiamo a verificare se sono corretti o meno.

Tre quarti delle prescrizioni non saranno interessate dalla riforma?

L’ex sindaco di Milano ha affermato che «la prescrizione interviene per il 53 per cento dei procedimenti penali in fase di indagine e per il 22 per cento dopo il rinvio a giudizio, ma prima della sentenza di primo grado». Dunque i tre quarti delle prescrizioni, secondo Pisapia, non sarebbero coinvolti dalla riforma entrata in vigore a inizio 2020.

In base ai dati forniti dalla Direzione generale di Statistica e analisi organizzativa del Ministero della Giustizia, nel 2017 – ultimo anno per cui sono disponibili i dati – fino al secondo grado di giudizio incluso sono stati definiti per prescrizione 125.019 processi (in Cassazione altri 670). Dunque il totale delle prescrizioni in un anno (il 2017) è stato pari a circa 126 mila.

Di queste, 66.904 sono avvenute davanti al Gip (Giudice per le indagini preliminari) o davanti al Gup (Giudice per l’udienza preliminare), dunque prima del rinvio a giudizio. Calcolando la percentuale, è dunque vero che questo numero corrisponda a circa il 53 per cento (53,2) delle 126 mila scarse totali.

Dai dati del Ministero della Giustizia risulta poi che nel 2017 altre 27.436 prescrizioni sono state dichiarate dai Tribunali ordinari (che trattano normalmente le cause in primo grado di giudizio). Le sentenze che dichiarano l’avvenuta prescrizione, emanate dal Tribunale, arrivano prima della sentenza di primo grado, altrimenti la prescrizione la dovrebbe dichiarare, dopo la sentenza, la Corte di Appello.

Anche in questo caso la percentuale citata da Pisapia è corretta: le 27.436 prescrizioni in primo grado pesano per circa il 22 per cento (21,8) sul totale.

Sommando le due percentuali citate correttamente da Pisapia, è dunque vero – sulla base dei dati del 2017 – che i tre quarti delle prescrizioni che vengono dichiarate ogni anno non saranno interessate dalla riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2020.

Ricordiamo poi che sul totale dei processi che vengono definiti ogni anno, le prescrizioni pesano per meno del 13 per cento. Dunque la “nuova” prescrizione dovrebbe impattare su circa il 3 per cento del totale dei processi (un quarto del 13 per cento scarso appena citato).

E i tre quarti di indagati innocenti?

Pisapia ha poi sostenuto anche che «il 75 per cento degli indagati risulta innocente».

Per verificare questa affermazione per prima cosa abbiamo controllato nel database Istat il numero totale di indagati in Italia: nel 2017 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) il totale delle persone note indagate è stato pari a 1.142.452.

Secondo il database Istat, nel 2017 queste persone sono state coinvolte in 845.478 procedimenti. Di questi, oltre la metà (443.163, il 52,5 per cento) vengono archiviati già dal pubblico ministero in fase di indagine.

Il numero totale dei condannati “per delitto” con sentenza irrevocabile, poi, secondo l’Istat è stato pari nel 2017 a 207.759 persone. Per ottenere il numero totale dei condannati, a questi andrebbero sommati anche quelli “per contravvenzione” (abbiamo contattato l’Istat per avere conferme sulla metodologia utilizzata e ci hanno comunicato che, dal conteggio, sono escluse tutte le sentenze che contengono solo contravvenzioni).

La distinzione tra delitti e contravvenzioni è formale (art. 39 c.p.): sono delitti i reati puniti con ergastolo, reclusione o multa, mentre sono contravvenzioni i reati puniti con l’arresto o l’ammenda. Generalmente le contravvenzioni sono meno gravi rispetto ai delitti.

Nel database Istat purtroppo non abbiamo trovato una specifica voce aggiornata sui “condannati per contravvenzione con sentenza irrevocabile”. Un report Istat del 2013, riferito al periodo 2000-2011, ci permette però di fare qualche considerazione: da questo report si desume infatti che negli anni presi in considerazione i condannati per sola contravvenzione sono circa un terzo del totale e quelli per almeno un delitto i due terzi.

Possiamo quindi ritenere realistica una stima, riferita al 2017, di circa centomila condannati per sola contravvenzione, a fronte dei 208 mila circa condannati per almeno un delitto. Sommando le due categorie si ottengono circa 300 mila condannati a fronte di circa un milione e 150 mila indagati. Gli innocenti risultano così essere circa il 75 per cento, come affermato da Pisapia.

Il verdetto

L’europarlamentare del Pd Giuliano Pisapia ha criticato la riforma della prescrizione entrata in vigore il 1° gennaio 2020 fornendo una serie di cifre sul numero di prescrizioni che arrivano prima della sentenza di primo grado e sul numero di indagati che poi risultano innocenti.

Le cifre citate sono tutte sostanzialmente corrette: la riforma non va a incidere sui tre quarti delle prescrizioni, che avvengono prima della sentenza di primo grado, ed è poi vero che i tre quarti degli indagati risultino innocenti al termine del processo.

In conclusione, Pisapia si merita un “Vero”.

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