Alfonso Bonafede

Davvero meno di un detenuto su cento è in carcere per "reati dei colletti bianchi"?

«Lo 0,6% delle persone in carcere sta lì per reati dei colletti bianchi». (min. 1:09:18)

Pubblicato: 04 ott 2018
Data origine: 25 set 2018
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Il 25 settembre, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S), ospite della trasmissione televisiva Cartabianca, ha commentato (min. 01:09:18) l'approvazione del cosiddetto "Spazza Corrotti”, un disegno di legge che contiene una serie di misure per contrastare la corruzione.

Secondo Bonafede «è assurdo» che solamente lo 0,6 per cento dei detenuti sia in carcere «per reati dei colletti bianchi», un'espressione che non ha un fondamento giuridico ma comunemente collegata ai reati non violenti commessi da soggetti con incarichi pubblici o comunque apicali, ad esempio la corruzione o la bancarotta.

Ma la cifra citata dal ministro è corretta? Senza entrare nel merito del giudizio sulla "assurdità" della situazione, abbiamo verificato i dati.

Cosa sono i "reati dei colletti bianchi"?

Come anticipato i "reati dei colletti bianchi" non hanno una definizione legale precisa: quando si usa questa espressione c'è sempre un inevitabile margine di incertezza e discrezionalità. Di conseguenza, anche le statistiche possono cambiare in base ai reati presi in considerazione.

Premesso questo, la definizione più famosa è quella del 1940 di Edwin Sutherland. Secondo il criminologo statunitense, i "colletti bianchi" sono gli individui che svolgono attività professionali che li portano a godere di un elevato status sociale. Queste professioni garantiscono loro anche opportunità uniche nel commettere certi tipi di reati.

In questo caso, i reati dei colletti bianchi riguardano illeciti penali che non contemplano l’uso della violenza e che possono essere commessi soltanto da individui con posizioni di responsabilità all’interno di aziende e pubbliche amministrazioni. Tra questi crimini rientrano, per esempio, la corruzione, la frode, l’appropriazione indebita, la truffa e il falso in bilancio.

Di cosa parla Bonafede e cosa dicono i dati dell'Istat

In passato Bonafede si era già occupato del tema. In un articolo del 17 giugno 2018 sul Blog delle Stelle – intitolato "I corrotti devono andare in carcere" – il ministro della Giustizia aveva scritto che il numero dei detenuti «per reati contro la P.A. dei cosiddetti "colletti bianchi"» è di 370, lo 0,6 per cento del totale.

La percentuale è la stessa citata da Bonafede a Cartabianca, dove quindi il ministro, con l'espressione "reati dei colletti bianchi", faceva molto probabilmente riferimento al gruppo specifico dei "reati contro la Pubblica amministrazione" – per esempio peculato e malversazione.

Secondo i dati del ministero di Giustizia, al 31 dicembre 2017 erano in carcere 57.608 individui tra uomini e donne, condannati in via definitiva o in attesa di giudizio. Di questi, secondo i dati Istat, 370 individui erano detenuti per “peculato, malversazione e altri delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione”.

I 370 detenuti a questo titolo sui 57.608 totali costituiscono in effetti lo 0,6 per cento, proprio come ha detto e scritto il ministro Bonafede.

Un confronto con l'Europa

Ma com'è messo il nostro Paese se lo paragoniamo con gli altri Stati europei? Per rispondere a questa domanda, utilizziamo il rapporto “Statistiques Pénales Annuelles du Conseil de l’Europe” (Space), pubblicato periodicamente dal Consiglio d’Europa – un'organizzazione internazionale che promuove la diffusione della democrazia e il rispetto dei diritti umani. Tra le altre cose, questo documento indaga anche la composizione della popolazione carceraria dei 47 Paesi membri.

Secondo l'ultimo rapporto (pubblicato a marzo 2018) in Italia, al primo settembre 2016, 363 persone erano in carcere in via definitiva per "reati finanziari o economici". Poiché i detenuti con sentenza definitiva – un sottoinsieme del totale dei detenuti nel nostro Paese a quella data erano 35.147, la percentuale di individui che avevano commesso reati di questo genere, che potremmo di nuovo considerare "dei colletti bianchi", equivaleva a poco più dell’1 per cento.

Dunque, anche utilizzando questa diversa classificazione e guardando agli anni passati il dato non cambia di molto. Infatti, la percentuale di detenuti in via definitiva per reati finanziari ed economici equivaleva allo 0,5 per cento del totale nel 2012, allo 0,6 per cento nel 2014 e allo 0,9 per cento nel 2015, con una media pari allo 0,75 per cento per le ultime quattro rilevazioni disponibili, compresa quella del 2016.

Se paragonato però con i numeri di altri Paesi europei, il dato sui detenuti con condanna definitiva per reati economici e finanziari sembra essere un’anomalia italiana. L'Italia è infatti a 5,3 punti percentuali di distanza dalla media dei 47 membri del Consiglio d’Europa, che nel 2016 era del 6,3 per cento. Paesi come Germania e Francia hanno una percentuale di "colletti bianchi" nelle carceri addirittura maggiore, rispettivamente con il 13,2 per cento e il 5,8 per cento.

Il verdetto

Secondo il deputato del M5S Bonafede, solamente lo 0,6 per cento dei detenuti è in carcere per i "reati dei colletti bianchi". Questa espressione, però, non ha una definizione precisa e condivisa.

Se per "reati dei colletti bianchi" intendiamo alcuni reati contro la Pubblica amministrazione come il peculato e la malversazione, il dato citato dal ministro della Giustizia è giusto: a fine 2017, 370 individui su 57.608 erano detenuti – con sentenza definitiva o in attesa di giudizio – per reati di questo tipo.

Anche utilizzando definizioni diverse, e considerando solo i casi di condanna definitiva, il risultato non cambia di molto. Come certifica anche il Consiglio d'Europa, in Italia circa un detenuto su 100 è in carcere per reati riconducibili a questioni economiche e finanziarie.

In conclusione, il verdetto per Bonafede è “Vero”.

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