Carlo Calenda

Calenda ha ragione sugli istituti tecnici superiori

«Sul settore delle competenze oggi c’è un mismatch totale. [...] Oggi tu hai un problema di lavoro e allo stesso tempo una domanda di lavoro qualificato in alcuni settori; allora perché non partiamo dalla riforma del Sistema ITS, quello che raggruppa i percorsi di Specializzazione Tecnica Post Diploma? Basterebbero 400 milioni di euro per arrivare a 100 mila studenti contro gli 800 mila tedeschi ed i nostri attuali 9 mila. Meno di un quarto dell’abolizione del canone Rai o delle tasse universitarie, ma produrrebbe un risultato sicuro.»

Pubblicato: 15 feb 2018
Data origine: 05 feb 2018
Macroarea questioni sociali

Nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano Il Foglio, il ministro uscente dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha affrontato il tema della carenza di istituti tecnici superiori (ITS) in Italia, facendo un confronto con la Germania, e le sue ripercussioni sull'occupazione.

Mismatch, sistema ITS e Germania?

Innanzitutto, cosa vuol dire “mismatch di competenze”? In secondo luogo, cos’è il sistema ITS e come mai Calenda fa riferimento alla Germania?

Il termine mismatch deriva dall’inglese e identifica una mancata corrispondenza, sul mercato del lavoro, tra caratteristiche richieste dalla domanda (imprese) e detenute dall’offerta (lavoratori). Il mismatch di competenze porta al fenomeno della disoccupazione involontaria.

La sigla ITS sta invece per “istituti tecnici superiori” (o istituti tecnici di specializzazione), ovvero enti di formazione terziaria con un focus sull’apprendimento tecnico-pratico in materie scientifico-tecnologiche. Calenda menziona la Germania perché il Paese del centro Europa rappresenta uno dei principali modelli quando si parla di educazione terziaria non universitaria.

Più nel dettaglio, le ITS italiane ricalcano le cosiddette Fachhochschulen (letteralmente, “scuole professionalizzanti di alto livello”), le quali, insieme alle università (Universitäten), compongono, in buona sostanza, il sistema di educazione terziario (Hochschulen) della Repubblica federale tedesca. Il buon funzionamento del sistema tedesco è molto noto: in un articolo risalente al 2015, ad esempio, la testata tedesca Die Welt ha elogiato la capacità delle Fachhochschulen di favorire un alto tasso di occupazione in Germania.

Sia gli ITS (qui una panoramica: 93 scuole sul territorio nazionale, divise per 6 aree tematiche) che le Fachhochschulen si basano sull’idea che percorsi di formazione realizzati attraverso un coordinamento attivo tra datori di lavoro (imprese), scuole di specializzazione e partner sociali (camere di commercio, associazioni di categoria e sindacati) possano favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Va però ricordato che, in Germania, una grande parte della performance dell’economia, in termini occupazionali, dipende anche dall’esistenza della cosiddetta Duale Ausbildung (formazione secondaria di studio-lavoro), un percorso professionalizzante per giovani che non hanno completato la scuola dell’obbligo e che non hanno intenzione di affrontare un percorso terziario (Fachhochschulen o università). Uno studio commissionato dalla Bertelsmann Stiftung ha trattato le potenzialità (e i rischi) di un trasferimento del sistema della Duale Ausbildung all’estero.

Chiarito il contesto, veniamo al contenuto delle affermazioni di Calenda.

In sequenza, il ministro afferma:

  • - che in Italia ci sono 9.000 iscritti contro gli 800.000 mila in Germania;
  • - che in Italia basterebbe spendere 400 milioni di euro per arrivare a 100 mila iscritti;
  • - che questa spesa equivarrebbe a meno di ¼ del gettito del canone Rai;
  • - che questa azione produrrebbe un risultato sicuro rispetto al problema del mismatch sul mercato del lavoro.

Quanto c’è di vero?

Le fonti

Per quanto riguarda l’Italia, il portale di riferimento per il sistema ITS si chiama INDIRE, l’Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa, a cui il MIUR ha delegato il monitoraggio e le attività di ricerca legate agli istituti specialistici.

In Germania, invece, i dati di riferimento possono essere ottenuti visitando il sito del DeStatis, l’istituto statistico tedesco (equivalente alla nostra ISTAT, per intenderci), oppure il portale Hrk.de, il sito della Conferenza dei Rettori delle Hochschulen (Hochschulenrektorenkonferenz).

Per facilitare il confronto a livello internazionale, un utile punto di riferimento è l’ultimo rapporto Ocse sui sistemi educativi, Education at a glance 2017.

Numeri assoluti dei due sistemi: ITS e Fachhochschulen

Secondo INDIRE, e con riferimento a novembre 2017, 10.476 studenti sono iscritti agli ITS. In Germania invece, i dati del DeStatis (vedi tabella qui di seguito) relativi alle Fachhochschulen parlano di un totale di 982.415 studenti.

In entrambi i casi, la stima del Ministro sembrerebbe essere in difetto di un 10%.

Fonte: Sito web Destatis, Facts and figures

Bisogna comunque rilevare che, per quanto riguarda gli ITS, il documento di sintesi "Monitoraggio nazionale 2017" parla di 8.500 iscritti, circa. Mentre, con riferimento alle Fachhochschulen, va considerato che queste comprendono un’ampia gamma di corsi, se paragonate ai corrispettivi italiani. Per intenderci, in Germania ci sono corsi di specializzazione anche in ambito artistico, o umanistico. Restringendo il campo alle sole materie ingegneristiche (gli istituti italiani si occupano prevalentemente di tecnologie), il numero dei frequentanti pubblicato dall’Hrk (tabella a p. 28, nel documento, seguendo il link) si attesta a 760.000 circa (vedi anche tabella di seguito tratta da Destatis).

In entrambi i casi, i valori indicati sembrerebbero essere in linea con quanto affermato da Calenda.

Fonte: Sito web Destatis, Facts and figures

400 milioni per 90 mila studenti in più?

È estremamente difficile verificare l’affermazione di Calenda secondo cui basterebbe investire 400 milioni di euro negli ITS per portare gli iscritti a 100.000 unità. In primo luogo, è necessario conoscere il costo che ogni studente degli ITS rappresenta per lo Stato italiano. Inoltre, sarebbe necessario capire se l’aumento del numero degli studenti non implichi anche un adeguamento infrastrutturale, un costo aggiuntivo per la costruzione o l’ampliamento degli edifici che al momento è difficile stimare.

Qualcosa però si può dire. Se si prendono in considerazione i dati OECD più recenti (Education at a glance 2017), assimilando i costi di uno studente ITS a quelli di uno studente universitario, la stima del ministro sembrerebbe deficitaria.

Fonte: OECD, Education at a glance, p.178

Moltiplicando 90.000 studenti aggiuntivi per un costo unitario (conservativo, rispetto a quanto indicato dall’OCSE) di 10.000 dollari all’anno, otterremmo un valore che si avvicina agli 800 milioni di euro (il doppio di quanto affermato da Calenda).

È altrettanto vero che, a guardare i numeri (Destatis) del sistema tedesco (pubblicati nel 2016, ma con riferimento ai dati del 2013) il costo dei diplomandi sembrerebbe essere più basso rispetto a quello degli iscritti alle università.

In Germania, in media, il costo corrente (Laufende ausgaben) per studente nelle Fachhochschulen ammonta a circa 4.030 euro l’anno (vedi evidenziazione in rosso nell’immagine di seguito). Si tratta, in buona sostanza, della metà del costo di uno studente universitario.

Fonte: Destatis, Hochschulen auf einen blick 2016, slide/p.38

Insomma, in Germania, un aumento di 90.000 iscritti (se non compensato da un calo degli iscritti nelle università) comporterebbe un costo aggiuntivo per il settore pubblico pari a 362 milioni di euro, circa. Non è detto quindi che la stima di Calenda sia del tutto scorretta.

Basterebbe il canone RAI?

Nel 2016, il canone RAI ha fatto riscuotere allo Stato italiano - secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate (p. 30) - ben 2.141 milioni di euro. Conseguentemente, Calenda dice il vero quando afferma che l’investimento da lui suggerito costerebbe meno di un quarto del gettito. La cifra esposta dal ministro sarebbe addirittura inferiore al gettito extra ottenuto proprio nel 2016 grazie all’inserimento in bolletta del pagamento per il servizio radio-televisivo (circa 500 milioni di euro).

Gli ITS risolvono il problema italiano del mismatch?

Secondo INDIRE, nel 2017, il 79% degli studenti che hanno concluso un percorso presso un istituto di specializzazione ha trovato un’occupazione.

Per capire se gli ITS rappresentano un valore aggiunto rispetto alle università serve però un confronto con la performance di queste ultime. Alla luce del XIX rapporto AlmaLaurea (che fa riferimento ai laureati entro il 2015) e dei dati di INDIRE per lo stesso anno (rapporto fra la terza e prima colonna blu nel grafico che segue) si ottiene quanto segue: un 78% dei diplomati ITS trova un’occupazione entro un anno dal titolo, rispetto al 68% dei laureati triennali e il 70% dei magistrali.

Fonte: Documento pdf, Monitoraggio nazionale 2017, scaricabile dal sito web Istituti tecnici superiori, p.18

Fonte: AlmaLaurea, XIX Indagine Condizione occupazionale dei Laureati. Sintesi rapporto 2017, p 3.

Il tasso di occupazione non è però un valore di riferimento ideale per capire se gli ITS risolvono il problema del mismatch sollevato dal ministro Calenda. A tal scopo, è più utile confrontare i tassi di “occupazione in settori attinenti al percorso di studio effettuato” degli studenti ITS (INDIRE) con i tassi che misurano “l’efficacia del titolo di laurea” (AlmaLaurea).

Secondo INDIRE, con riferimento al 2015, il 67% dei diplomati lavora in un settore che combacia con l’area di studio. I dati di AlmaLaurea indicano invece che soltanto il 51% dei laureati triennali e il 48% di quelli magistrali giudica efficace il proprio titolo.

Fonte: AlmaLaurea, XIX Indagine Condizione occupazionale dei Laureati. Sintesi rapporto 2017, p. 14.

Il verdetto

Il ministro sostiene che gli ITS potrebbero giocare un ruolo importante nel risolvere il problema del mismatch sul mercato del lavoro italiano. I dati sembrano indicare, in effetti, che gli istituti di specializzazione garantiscano un migliore inserimento nel mondo del lavoro rispetto alle università. Riguardo al numero degli iscritti negli ITS italiani e nelle Fachhochschulen tedesche, i numeri citati da Calenda sono corretti, anche se non completamente precisi. Anche il riferimento al canone RAI e la proporzione di “un quarto” sono corretti, ma mancano elementi concreti a supporto dell’entità dell’investimento considerato necessario dal ministro: l’argomento andrebbe approfondito ulteriormente. Nel complesso per Calenda dunque un “C’eri quasi”.

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