Laura Boldrini  -  Il Sud e l’università

 
“[Al Sud] i ragazzi vanno meno all’università” (Min. 18.15)
  economia | Pubblicato:24.02.2017 | Origine:14.02.2017 | Fonte dichiarazione

Durante la manifestazione “Futuro Prossimo”, che ha presentato a Milano il nuovo movimento politico guidato da Giuliano Pisapia, la presidente della Camera Laura Boldrini ha parlato dell’aspetto geografico delle disuguaglianze. In particolare, ha citato alcuni aspetti della situazione economica e sociale del Sud Italia: tra questi, il fatto che nelle regioni meridionali meno ragazzi vadano all’università. Vediamo che cosa dicono i numeri.

Il Sud e l’università

Per prima cosa, vediamo qualche numero sulle università meridionali*. Secondo il censimento del Ministero dell’Istruzione, in tutta Italia si trovano 97 atenei (la definizione comprende università “tradizionali”, pubbliche e private, università telematiche e altri centri di ricerca equiparati alle università). Di questi, 34 hanno la propria sede centrale al Nord, 32 nelle regioni centrali - di cui 16 solo a Roma - e 31 al Sud.

Dal punto di vista dell’offerta formativa, il Sud non sembra quindi particolarmente scarso: considerando la popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2016, nelle regioni meridionali si trova un’università ogni 672 mila abitanti circa, meno che al Centro (una ogni 377 mila) ma più che al Nord (una ogni 816 mila).

Per quanto riguarda gli studenti, l’Ufficio di statistica del MIUR mette a disposizione i dati su iscritti e immatricolati. Gli iscritti negli atenei meridionali, lo scorso anno accademico, erano 526.360, più di quelli nell’Italia centrale (426.093) ma meno di quelli nel Nord (689.243). Il più grande ateneo delle regioni del Sud, l’università di Napoli “Federico II”, si piazza al terzo posto con 76 mila iscritti: poco meno dell’università di Bologna (78.026) e a grande distanza da “La Sapienza” di Roma, prima con distacco a quasi centomila iscritti.

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Ma l’università è l’esperienza formativa per eccellenza che invita alla mobilità, e dunque per verificare che al Sud si vada in effetti meno all’università bisogna considerare altri numeri. Il più utile è il tasso di proseguimento scuola-università, cioè quanti diplomati si iscrivono a un corso di laurea nell’anno successivo al diploma.

Qui il divario tra le diverse zone dell’Italia diventa più chiaro. Nel report più recente sulle immatricolazioni e il passaggio dalla scuola all’università, curato dal MIUR e pubblicato a marzo 2016, si legge che la percentuale più alta di diplomati che si iscrivono all’università si raggiunge al Nord-Ovest (54,1 per cento) mentre il più basso si trova in Sicilia e Sardegna (43,6 per cento). Anche il resto delle regioni meridionali segna percentuali relativamente basse: “le regioni in cui i ragazzi presentano meno propensione a proseguire dopo il diploma sono Sardegna, Sicilia, Campania e Puglia”, scrive il rapporto.

Situazione in peggioramento

Se i ragazzi del Sud si iscrivono effettivamente di meno all’università rispetto a quelli di altre aree d’Italia, bisogna aggiungere che la situazione è in peggioramento. Negli anni della crisi, infatti, la percentuale di giovani del Sud che vanno all’università sono diminuite più che nel resto del paese.

Nel rapporto 2016 dell’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), presentato a novembre dello scorso anno, si scrive infatti che negli ultimi anni è avvenuta “l’inversione del processo di accumulazione di capitale umano che stava avvicinando l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, ai livelli di istruzione terziaria dei principali paesi europei”.

Continua il rapporto: “Tra il 2000 e il 2015, il numero degli immatricolati in Italia è passato da 273.444 a 251.509 unità con un calo di circa l’8%: tale diminuzione non ha interessato il Nord Italia (+2,6%), ma solo il Centro (-8,4%) e soprattutto, drammaticamente il Sud (-16,87%)”.

I diplomati che proseguivano gli studi all’università erano arrivati al 72-73 per cento nel anni 2003-2004, in concomitanza con la riforma del 3+2, e il rapporto precisa che ciò avvenne “proprio grazie alla partecipazione di massa degli studenti meridionali”. Ma in poco più di dieci anni il tasso di proseguimento è calato fino al 55 per cento nel 2014-2015 a livello nazionale, con il 52 per cento al Sud. Il grafico successivo, tratto dall’appendice statistica del rapporto, mostra come il calo nelle regioni meridionali sia stato più accentuato che altrove.

Il verdetto

La Presidente della Camera Laura Boldrini ha dichiarato che i giovani del Sud vanno meno all’università rispetto ai coetanei nel resto d’Italia. Non solo questa affermazione trova conferma nei numeri, ma negli ultimi anni il divario tra i diplomati nelle regioni meridionali che proseguono gli studi è stato particolarmente ampio. “Vero” per Boldrini.

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* Consideriamo come “regioni meridionali” le seguenti otto regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, seguendo la divisione territoriale effettuata normalmente dall’Istat.


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