Pubblicato: martedì 5 gennaio 2021
Photo: Ansa
Vaccini: perché non possiamo fare come Israele

Il 4 gennaio, ospite a Quarta Repubblica su Rete 4, il leader di Italia viva Matteo Renzi ha criticato (min. 1:38) il governo – di cui il suo partito fa parte – per la gestione della campagna vaccinale contro il coronavirus. Secondo Renzi, il nostro Paese dovrebbe prendere esempio dal modello di Israele, elogiato da molti negli ultimi giorni, tra cui il virologo Roberto Burioni.

Al di là dei limiti del piano vaccinale italiano, di cui abbiamo scritto di recente, quando si fanno confronti di questo tipo va tenuta in considerazione una serie di elementi. Vediamoli uno per uno, dopo aver analizzato brevemente i dati sui vaccinati.

I numeri sui vaccinati

Alle ore 15 del 5 gennaio, in Italia avevano ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer-BioNTech quasi 180 mila persone, circa lo 0,3 per cento della popolazione italiana. Sebbene sia ancora presto per trarre un primo bilancio, si possono evidenziare due cose: da un lato, c’è una forte disparità tra regioni; dall’altro lato, si sta registrando un trend di crescita nel numero delle vaccinazioni effettuate. Nella giornata del 4 gennaio sono stati infatti somministrati circa 60 mila vaccini, 10 mila in più rispetto al giorno precedente.

I dati di Israele sono invece ben più elevati dei nostri. Secondo i numeri comunicati il 4 gennaio dal ministro della Salute israeliano Yuli Edelstein, finora in Israele hanno ricevuto il vaccino oltre 1,2 milioni di persone.

Secondo le elaborazioni di Our World in Data – che vanno prese con un margine di incertezza, data la discrepanza sulle date con cui vengono aggiornati i dati – in Israele ha ricevuto la prima dose il 14 per cento circa della popolazione, una percentuale 50 volte superiore a quella dell’Italia (che al momento è seconda tra i grandi Paesi Ue, dietro la Germania, ma davanti a Francia e Spagna; e dietro al Regno Unito, che però ha iniziato prima le vaccinazioni).

Le differenze di popolazione e di superficie

È vero che questi dati sono espressi in percentuale rispetto alla popolazione, ma vanno comunque tenuti a mente i valori assoluti. Israele ha circa 9 milioni di abitanti, quasi un settimo dei 60 milioni circa dell’Italia.

Le dimensioni della popolazione israeliana non sono un fattore secondario. Come ha sottolineato il 1° gennaio al New York Times Ran Balicer, un ricercatore che fa parte del gruppo di scienziati che consiglia il governo israeliano, avere un numero di abitanti relativamente contenuto sta aiutando Israele ad avere numeri elevati nelle vaccinazioni.

In più, Israele ha una superficie di circa 21.600 chilometri quadrati: è grande più o meno come l’Emilia-Romagna ed è oltre 13 volte più piccola di tutto il territorio italiano. Da un punto di vista logistico, come hanno osservato altri commentatori, questa caratteristica sta contribuendo ad avere numeri alti.

La data di partenza

Un altro elemento da tenere in considerazione quando si confronta Israele con l’Italia, o altri Paesi europei, riguarda la data di avvio della campagna vaccinale e il numero delle dosi a disposizione. Partiamo dal primo punto.

Israele ha iniziato le vaccinazioni lo scorso 20 dicembre, ma va sottolineato un fatto non da poco. Come riportano fonti stampa israeliane e internazionali, il 9 dicembre – quindi 11 giorni prima – erano arrivate in Israele circa 4 mila dosi del vaccino Pfizer-BioNTech, per testare la logistica, seguite il giorno dopo da altre 110 mila dosi circa.

Dunque, Israele non ha iniziato subito a vaccinare, pur avendo migliaia di dosi a disposizione, e già il 9 dicembre era noto che l’obiettivo di somministrare i primi vaccini era quello del 20 dicembre. Il motivo di questo ritardo è che Israele stava aspettando l’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte della Food and drug administration americana – come stabilito dal contratto con la casa farmaceutica, siglato il 13 novembre – arrivata l’11 dicembre.

In Italia, il Vaccination day è stato invece il 27 dicembre ma, come vedremo tra poco, le vaccinazioni vere e proprie sono iniziate qualche giorno dopo. Il nostro Paese – così come tutti i Paesi Ue – aveva dovuto aspettare il via libera dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) al vaccino Pfizer-BioNTech, arrivato il 21 dicembre.

Nella corsa alle vaccinazioni, Israele è dunque partita prima. Secondo i dati del governo israeliano, il 20 dicembre Israele aveva comunque vaccinato 10 mila medici – un numero in linea con quello del primo giorno italiano – con l’impegno ad aumentare il ritmo nei giorni seguenti, per raggiungere la popolazione più anziana. In 15 giorni di vaccinazioni, ha tenuto una media quotidiana di circa 80 mila iniezioni, arrivate a 150 mila negli ultimi giorni.

Al momento, riportano fonti stampa israeliane, Israele ha già dato la prima dose al 46 per cento degli over 60, ma ora corre il rischio di dover fermare l’inoculazione delle prime dosi, concentrandosi sulle seconde per i già vaccinati, poiché non è chiaro se saranno rispettate le consegne da parte dei fornitori. «Israele sta vaccinando così velocemente che sta esaurendo le dosi», ha scritto il 4 gennaio il Washington Post in un articolo che riconosce i meriti israeliani, ma anche i limiti, per esempio sulle scorte a disposizione.

Il numero delle dosi

Un altro elemento da tenere in considerazione è infatti quello relativo alla quantità di dosi contrattate e acquistate da Israele. Secondo alcuni, come il New York Times e il Financial Times, non c’è stata trasparenza su numero e prezzo dei vaccini contrattualizzati dal governo di Benjamin Netanyahu. Altri progetti che monitorano l’approvvigionamento di vaccini a livello mondiale – come il Launch and Scale Speedometer del Duke Global Health Innovation Centernon hanno raccolto una cifra definitiva.

Oltre a Pfizer-BioNTech, da cui dovrebbe ricevere in totale 8 milioni di dosi, il 5 gennaio Israele ha autorizzato il vaccino Moderna (non ancora disponibile in Europa, ma autorizzato negli Stati Uniti e in Canada) da cui si aspetta 6 milioni di dosi. Insomma, una quantità sufficiente per coprire l’intera popolazione israeliana.

Per quanto riguarda le sole dosi ricevute da Israele, queste sono sicuramente superiori a quelle arrivate all’Italia visto il numero di vaccinati. Tra l’altro, la gestione dell’approvvigionamento dei vaccini tra gli Stati membri dell’Ue è stata affidata alla Commissione e l’Italia da Pfizer-BioNTech si aspetta di ricevere oltre 26 milioni di dosi entro il terzo trimestre del 2021.

Il 27 dicembre il nostro Paese ha ricevuto 9.750 dosi simboliche del vaccino Pfizer-BioNTech e altre 469.950 dal 30 dicembre al 1° gennaio. Al momento ne sono state usate circa 180 mila, poco più del 37 per cento, ma c’è un’ampia differenza territoriale: in alcune regioni, come il Lazio, è stato utilizzato il 63 per cento delle dosi ricevute; in regioni come la Lombardia (che ha di fatto iniziato le vaccinazioni il 4 gennaio) meno: circa l’11 per cento.

Va comunque ricordato che una parte delle dosi va conservata per poi avere a disposizione le scorte per iniziare le seconde iniezioni. Per il 5 gennaio è atteso l’arrivo in Italia di altre 470 mila dosi circa del vaccino Pfizer-BioNTech.

L’organizzazione delle vaccinazioni

C’è poi la questione relativa a chi è responsabile della logistica e della gestione della campagna vaccinale. Dal piano italiano dei vaccini contro il coronavirus, è evidente che nel nostro Paese le responsabilità siano abbastanza sparpagliate, tra il Ministero della Salute, le Regioni e le Province autonome, e la struttura del commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri. Questa suddivisione dei compiti sta alimentando un dibattito per nulla nuovo, quello sullo scontro tra Stato e autorità locali nella gestione della sanità. Criticità ce ne sono, come abbiamo evidenziato di recente, ma vedremo nei prossimi giorni come si evolveranno i numeri.

Dall’altra parte, Israele ha un approccio alla sanità molto più centralizzato e, cosa non da poco, digitalizzato. In questi giorni si fa spesso riferimento alla storia di Israele, alle sue capacità militari e a quelle di gestire situazioni di emergenza. È vero, ma come hanno evidenziato fonti stampa internazionali, per il momento il ricorso a membri dell’esercito è stato più di supporto logistico.

«La struttura unica del sistema sanitario sta aiutando Israele», ha scritto l’Economist il 4 gennaio. «Il governo fornisce una protezione universale attraverso quattro organizzazioni di assicurazioni sanitarie, che devono accettare qualunque cittadino. Per mantenere i costi bassi, queste organizzazioni hanno investito molto nella digitalizzazione e nella medicina preventiva, con l’obiettivo di tenere i propri scritti lontani da trattamenti costosi». Un sistema, dunque, che ben si sposa con le necessità di una campagna vaccinale di massa.

Curiosità: nelle ultime ore in molti in Italia hanno ripetuto, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Pd) in un'intervista con La Repubblica, che Israele vaccina 24 ore al giorno. Ma questa notizia è stata smentita (min. 13:40) il 5 gennaio da Raffaele Genah, corrispondente della Rai da Gerusalemme, ospite a Radio anch’io su Rai Radio 1. I centri che dispensano i vaccini chiudono, infatti, alle 22, secondo quanto riportato da Genah.

Il contesto politico

Prima di concludere, merita un breve accenno anche la situazione attuale che sta vivendo Israele a livello politico. Come ha sottolineato il quotidiano britannico The Guardian lo scorso 30 dicembre, il primo ministro Netanyahu sta investendo parecchio dal punto di vista politico su questa campagna vaccinale. Il che spiegherebbe, in parte, anche il forte ritmo che sta tenendo il Paese sulle vaccinazioni. Il prossimo 23 marzo in Israele ci saranno le quarte elezioni in due anni, dopo che l’esecutivo di unità nazionale è durato soltanto 7 mesi. Tra le altre cose, il 4 gennaio 2021 è stata avanzata la proposta, dalle autorità sanitarie, di introdurre in Israele una sorta di “passaporto vaccinale”, per permettere a chi ha ricevuto due iniezioni del vaccino di poter prendere aerei e partecipare ad assembramenti. Una scelta che fa discutere, ma che potrebbe incentivare ancora di più il ricorso al vaccino.

Altri commentatori hanno osservato che il governo abbia deciso di vaccinare il maggior numero di persone possibile per evitare di aumentare le misure di contenimento attualmente in vigore nel Paese, già inasprite a fine dicembre, ma comunque meno restrittive di quelle dei due precedenti lockdown. Secondo fonti stampa israeliane, il governo starebbe prendendo in considerazione l’ipotesi di inasprire i provvedimenti, per esempio chiudendo le scuole.

In tutto questo, non sono mancate le polemiche per quanto riguarda l’esclusione di una parte della popolazione palestinese – quella che non ha la cittadinanza israeliana e quindi non è protetta dalla copertura sanitaria – dalla campagna vaccinale israeliana.

In conclusione

Nelle ultime ore, in molti – tra cui il leader di Italia viva Matteo Renzi – hanno chiesto al governo italiano di prendere a modello Israele per la gestione della campagna vaccinale contro il coronavirus.

Al momento Israele ha dato la prima dose di vaccino a oltre 1,2 milioni di cittadini, circa il 14 per cento della popolazione, contro le circa 180 mila dosi inoculate in Italia, pari allo 0,3 per cento circa della popolazione.

È vero: Israele è tra gli Stati che ha fatto più vaccini in rapporto alla popolazione, ma ci sono diversi elementi da tenere in considerazione quando lo si confronta con l’Italia o altri Paesi europei, al di là delle legittime critiche al governo Conte.

Innanzitutto, Israele ha circa 9 milioni di abitanti ed è grande come l’Emilia-Romagna, una caratteristica che aiuta dal punto di vista logistico. In secondo luogo, ha iniziato la campagna vaccinale ben prima dei Paesi europei, aumentando di giorno in giorno il numero dei vaccini somministrati. A tal punto che ora corre il rischio di doversi fermare per le prime dosi, vista l’incertezza sulle prossime forniture. In ogni caso, le dosi a disposizione di Israele sono state molto di più rispetto a quelle degli altri Paesi europei, Italia compresa.

Al momento, la sostanziale differenza in Israele sembra farla il suo sistema sanitario, più centralizzato e digitalizzato di quello, per esempio, italiano, dove le responsabilità sono sparpagliate tra Stato e Regioni.

Infine, non va dimenticato il contesto politico in cui si trova Israele: di fatto, oltre al successo a livello sanitario, il primo ministro Benjamin Netanyahu si sta giocando molto, in vista delle elezioni del prossimo 23 marzo.

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