Pubblicato: mercoledì 18 novembre 2020
Photo: Ansa
Di Maio sbaglia due volte i conti su licenziamenti e decreto “Dignità”

Il 16 novembre l’ex capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio ha elogiato su Facebook il decreto “Dignità”, approvato a luglio 2018 dal primo governo Conte quando proprio Di Maio era ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico.

Tra gli obiettivi del provvedimento c’era quello di contrastare il precariato, cercando di aumentare le assunzioni a tempo indeterminato. Come abbiamo spiegato in passato, però, i risultati sono stati più bassi delle aspettative.

Secondo l’attuale ministro degli Esteri, invece, «se oggi abbiamo scongiurato circa 2 milioni di licenziamenti» è merito di quel decreto, «con cui abbiamo convertito il 300 per cento di contratti da tempo determinato a tempo indeterminato».

Il giorno successivo questa frase – che come vedremo tra poco, non ha senso – è stata cambiata, come si può verificare utilizzando l’opzione “Visualizza cronologia modifiche” in alto a destra, sul post Facebook pubblicato da Di Maio. Nella nuova versione ora si legge che il decreto “Dignità” «ha spinto di un +300 per cento la conversione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato» (Figura 1).

Figura 1. In alto, la frase originale di Di Maio, poi modifica nella versione in basso – Fonte: Facebook

Prima di spiegare perché entrambi i conti fatti da Di Maio sono sbagliati, ricordiamo uno dei mantra di Pagella Politica. Al di là dei numeri riportati, bisogna sempre prendere con cautela le dichiarazioni dei politici che individuano un legame di causa-effetto tra i dati e l’introduzione di un provvedimento legislativo. Al più, a prima vista si può individuare una correlazione tra le due cose, mentre quantificare il reale effetto di un decreto è un lavoro di ricerca per economisti o statistici.

Ma procediamo con ordine, partendo dal post originale di Di Maio.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Nella prima versione del suo messaggio su Facebook, il ministro degli Esteri sosteneva che con il decreto “Dignità” fosse stato convertito «il 300 per cento di contratti da tempo determinato a tempo indeterminato».

Quando si parla di “conversione”, in questo caso, si fa riferimento alla trasformazione di un contratto di lavoro a termine a uno a tempo indeterminato. La percentuale indicata da Di Maio però non ha senso (e molto probabilmente per questo è stata poi modificata).

Come ha sottolineato il 17 novembre in un breve articolo l’Huffington Post, intitolato “Luigi Di Maio moltiplica pani, pesci e contratti”, è impossibile trasformare a tempo indeterminato il «300 per cento» dei contratti a tempo determinato. Al massimo, anche se tutti i contratti a tempo determinato fossero stati trasformati a tempo indeterminato, avremmo avuto una conversione del 100 per cento.

Insomma, se fosse vero quanto scritto in prima battuta da Di Maio, saremmo di fronte a un «miracolo», come lo ha definito su Twitter Francesco Seghezzi, presidente dell’associazione Adapt, che si occupa di studi nel campo del diritto del lavoro.

Se avessimo analizzato questa singola affermazione di Di Maio in un nostro fact-checking, gli avremmo assegnato il verdetto di “Panzana pazzesca”, un classico esempio di «dato o fatto assolutamente inventato o riportato in maniera totalmente distorta, per sostenere una tesi sostanzialmente falsa».

I numeri delle trasformazioni

Nella seconda versione del post su Facebook, Di Maio ha cambiato frase, scrivendo questa volta che il decreto “Dignità” «ha spinto di un +300 per cento la conversione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato». Ma è corretto dire che dopo l’introduzione del provvedimento tanto voluto dal M5s, le trasformazioni da determinato a indeterminato sono di fatto quadruplicate?

Come abbiamo visto nell’introduzione, individuare un legame di causa-effetto sulla base di dati grezzi è sbagliato. Con un calcolo spannometrico, però, possiamo dire che la frase di Di Maio è comunque di molto esagerata.

I dati più aggiornati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps arrivano fino a luglio 2020. Fino a quella data, da agosto 2018 – mese successivo all’approvazione del decreto “Dignità” – le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine erano state oltre un milione e 257 mila: circa 250 mila tra agosto e dicembre 2018; quasi 706 mila in tutto il 2019; e circa 302 mila tra gennaio e luglio di quest’anno.

Per fare un confronto con il periodo precedente al decreto “Dignità”, possiamo vedere quali erano stati i numeri delle trasformazioni tra agosto 2016 e luglio 2018 (ricordiamo però che stiamo parlando di un periodo diverso, per esempio dal punto di vista economico e del mercato del lavoro). In quel lasso di tempo, le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine erano state poco più di 773 mila. La crescita registrata a luglio 2020 è stata dunque del 63 per cento circa, e non del «300 per cento». Nello specifico, le trasformazioni erano state oltre 196 mila tra agosto e dicembre 2016, quasi 298 mila in tutto il 2017; e oltre 279 mila tra gennaio e luglio 2018.

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Grafico 1. Trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine – Fonte: Inps

Anche con un confronto spannometrico di questo tipo, Di Maio esagera, sebbene sia vero che un aumento delle trasformazioni c’è stato (anche se è molto difficile dire se per merito del solo decreto “Dignità”).

Il blocco dei licenziamenti

C’è comunque un altro dato che non torna nella dichiarazione su Facebook dell’ex capo politico del M5s. Secondo Di Maio, «se oggi abbiamo scongiurato circa 2 milioni di licenziamenti» è merito del decreto “Dignità”.

Non è chiaro da dove venga la stima dei «circa 2 milioni di licenziamenti evitati»: è molto probabile che faccia riferimento a una previsione pubblicata a giugno scorso da Istat, ripresa all’epoca anche da diverse testate. In ogni caso, come abbiamo visto prima, le trasformazioni post-decreto “Dignità” sono state poco più di 1,2 milioni, una cifra inferiore ai 2 milioni indicati da Di Maio.

Con l’emergenza coronavirus un crollo degli occupati c’è comunque stato: secondo i dati Istat più aggiornati, a fine settembre 2020 c’erano quasi 400 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Infine, Di Maio si dimentica di dire un’altra cosa rilevante, che riduce ancora di più i potenziali effetti positivi del decreto “Dignità” sui mancati licenziamenti.

Da un lato, a marzo scorso, con il decreto “Cura Italia” è stato introdotto un blocco dei licenziamenti, poi prorogato con i vari decreti successivi e che, come riportato da diverse fonti stampa, il governo è intenzionato ad allungare fino a marzo 2021.

Dall’altro lato, vista la situazione di emergenza, a maggio, con il decreto “Rilancio” il governo ha allentato (art. 93) alcuni vincoli introdotti dal decreto “Dignità”, come la necessità di introdurre le causali per motivare il rinnovo di un contratto a tempo determinato.

In conclusione

In un post su Facebook, l’ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Luigi Di Maio ha commesso per due volte un errore di calcolo nell’attribuire al decreto “Dignità” il merito di aver contenuto il numero dei licenziamenti durante l’emergenza coronavirus.

In un primo momento, Di Maio aveva scritto che grazie al decreto “Dignità” era stato convertito a tempo indeterminato «il 300 per cento» dei contratti a tempo determinato, un’operazione matematicamente impossibile.

In una successiva modifica, l’attuale ministro degli Esteri ha scritto che il decreto “Dignità” «ha spinto di un +300 per cento la conversione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato». Ma anche questa percentuale è di molto esagerata: tra agosto 2018 – mese successivo all’approvazione del provvedimento – e luglio 2020 le trasformazioni sono state circa 1,2 milioni; oltre il 60 per cento in più dello stesso periodo a cavallo tra 2016 e 2018, e non il +300 per cento.

In ogni caso, le 1,2 milioni di trasformazioni sono un dato inferiore ai «2 milioni» di licenziamenti evitati secondo Di Maio, che tra l’altro non dice che il governo sin da marzo ha imposto il blocco dei licenziamenti e ha successivamente allentato alcuni vincoli introdotti proprio dal decreto “Dignità”.

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