Pubblicato: mercoledì 15 gennaio 2020
Lamorgese a Otto e Mezzo, in 7 fact-checking

Il 14 gennaio 2020 la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è stata ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, dove ha parlato di immigrazione e sicurezza, e dei suoi primi mesi alla guida del Viminale.

Abbiamo verificato sette sue dichiarazioni, per vedere se corrispondono al vero o meno, e la ministra non ha commesso errori significativi.

Porti «chiusi», o no?

«I porti non sono mai stati chiusi effettivamente, perché è vero che c’era il divieto di sbarco, ma poi regolarmente sbarcavano su indicazione della magistratura» (min. 2:02)

Lamorgese ha ragione: come abbiamo scritto in un fact-checking per Agi a maggio 2019 (a quasi un anno dall’entrata in carica del governo Lega-M5s), da un punto di vista giuridico non era vero, come aveva più volte ripetuto l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, che i porti italiani fossero «chiusi». Gli sbarchi di migranti erano sì diminuiti – proseguendo la tendenza iniziata a luglio 2017 con il precedente ministro Marco Minniti (Pd) – ma non erano cessati.

Da un punto di vista pratico, quello del leader della Lega sui “porti chiusi” era più che altro uno slogan che sintetizzava la sua politica migratoria. È infatti vero che Salvini, di concerto con gli allora colleghi di governo del M5s, da ministro ha più volte vietato lo sbarco o l’ingresso in acque territoriali a navi Ong con a bordo migranti, grazie anche ai poteri concessigli dal cosiddetto “decreto Sicurezza bis”, entrato in vigore a giugno 2019 e convertito in legge ad agosto dello stesso anno (pochi giorni prima della caduta del primo governo Conte).

Come ha correttamente sottolineato Lamorgese, è poi vero che in alcuni casi è dovuta intervenire la magistratura per ordinare lo sbarco dei migranti sulle coste italiane, come avvenuto ad esempio a maggio 2019 per la nave Sea-Watch, andando oltre le indicazioni date dal ministro Salvini.

L’aumento degli sbarchi di settembre

«Gli sbarchi nel mese di settembre, soprattutto, sono aumentati. Perché la maggior parte veniva dalla Tunisia, dove non c’era un governo, dove quindi c’era una situazione di instabilità» (min. 2:33)

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, è vero che a settembre 2019 (il nuovo governo M5s-Pd è entrato in carica il 5 di quel mese) gli sbarchi sono più che raddoppiati rispetto allo stesso mese del 2018 – quando c’era Salvini ministro – passando da 947 a 2.498.

Da allora, anche i tre mesi successivi hanno fatto registrare cifre superiori rispetto agli stessi del 2018, ma comunque inferiori rispetto a quelli di settembre 2019 (che comunque, va sottolineato, sono due volte e mezzo più bassi dei 6.282 di settembre 2017 e sette volte più bassi dei 16.975 di settembre 2016).

Lamorgese è imprecisa nel dire che «la maggior parte» dei migranti sbarcati nel solo mese di settembre 2019 proveniva dalla Tunisia. Tra agosto 2019 e quel mese, il numero di migranti arrivati dallo Stato nordafricano è infatti aumentato di 761 unità, oltre il 30 per cento sui 2.498 sbarchi mensili. Quasi uno sbarcato su tre a settembre 2019 proveniva insomma dalla Tunisia, non più della metà. È però vero che quella di cittadini tunisini resta la percentuale più alta tra le varie nazionalità degli arrivi.

È vero anche che a metà settembre 2019 in Tunisia si sono tenute le elezioni per eleggere il nuovo presidente del Paese (la Tunisia è una repubblica semipresidenziale), ma non è possibile quantificare quanto questa instabilità politica abbia avuto un effetto certo sull’aumento degli sbarchi. Anche nei mesi precedenti a settembre 2019, quindi prima delle elezioni, da inizio anno fino alla fine d’agosto i migranti provenienti dalla Tunisia erano stati la maggioranza relativa, 1.326 su un totale di 5.089.

Salvini e il caso Gregoretti

«Dopo il Tribunale dei ministri, a seconda di quello che si deciderà andrà o meno davanti ai magistrati ordinari. Questa è la regola generale, non è che [vale solo] per il senatore Salvini» (min. 6:20)

Qui la ministra dell’Interno sta facendo riferimento al caso Gregoretti, una nave della marina militare italiana a cui Salvini vietò per giorni lo sbarco in Italia con oltre 100 migranti a bordo. A dicembre 2019, il Tribunale dei ministri di Catania – di cui spiegheremo meglio il ruolo tra poco – ha chiesto l’autorizzazione a procedere con le indagini che vedono Salvini accusato di sequestro di persona e su cui ad oggi deve ancora esprimersi il Senato.

Lamorgese ha ragione: questa procedura vale per tutti i membri di un governo, e non solo per Salvini. Vediamo perché.

Le indagini che coinvolgono un ministro accusato di aver commesso un reato nell’«esercizio delle sue funzioni» – e non, per esempio, per una questione privata – in base all’articolo 96 della Costituzione seguono una procedura “particolare”. Come abbiamo spiegato in un fact-checking di gennaio 2019, a disciplinare la procedura sono in particolare la legge costituzionale n. 1 del 1989 e la legge n. 219 del 1989.

Chi deve decidere se proseguire o meno le indagini è il cosiddetto Tribunale dei ministri, una sezione specializzata del tribunale ordinario composta da tre magistrati estratti a sorte che è presente in ogni Corte d’Appello. In questo caso, il Tribunale dei ministri di Catania ha rigettato la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura: ora serve l’autorizzazione del Senato (dato che Salvini è un senatore) per proseguire con le indagini.

A marzo 2019, per un caso simile e relativo alla nave Diciotti, il Senato aveva respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Catania, “salvando” di fatto il leader della Lega dal processo. Ora con la nuova maggioranza M5s-Pd le cose potrebbero cambiare.

Il calo dei reati

«La sicurezza percepita è differente da quella che è come dati concreti che noi abbiamo. In via generale, oggi abbiamo un -6 per cento di reati» (min. 14:03)

Questa dichiarazione necessita di due osservazioni preliminari. La prima è che Lamorgese non chiarisce in quale periodo di tempo si sarebbe registrato un calo del 6 per cento dei «reati». Il Ministero dell’Interno non ha pubblicato i dati relativi a tutto il 2019, mentre quelli più aggiornati dell’Istat arrivano al 2018.

La seconda osservazione – come abbiamo spiegato in un fact-checking di novembre 2018 relativa a una dichiarazione dell’ex ministro Marco Minniti – è che non è insolito per un politico fare riferimento ai «reati» per quelli che, in punta di diritto, andrebbero più opportunamente definiti «delitti».

Secondo i dati Istat più aggiornati relativi ai delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria, nel 2018 sono stati commessi 2.371.806 delitti, contro i 2.429.795 del 2016. Una diminuzione annuale di 57.989 deliti, quindi del 2,4 per cento circa (in linea con quanto avvenuto tra il 2017 e il 2016 e in un trend di decrescita che dura da anni).

Questa percentuale è più bassa di quella indicata da Lamorgese ma, a seconda del periodo preso in esame, i numeri si fanno più positivi. Per esempio, nel primo trimestre del 2019, secondo le ultime statistiche disponibili sul sito del Ministero dell’Interno, i reati in Italia sono calati del 9,2 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2018.

Nonostante il numero dei reati sia in calo negli ultimi anni, come indicato da Lamorgese, non sembra essere però diminuita la preoccupazione dei cittadini in fatto di sicurezza.

Secondo l’indagine Istat denominata La percezione della sicurezza 2015-2016 (ultimo periodo analizzato), il senso di insicurezza dei cittadini è rimasto praticamente invariato dal periodo 2008-2009, nonostante il numero dei delitti sia diminuito dal 2008 al 2016 dell’8,2 per cento.

La percezione e la realtà non marciano dunque appaiate. Per fare un esempio, al 2016 le persone che temevano per il furto della propria autovettura sono diminuite del 6,6 per cento dal 2008-2009, sebbene il numero di furti di automobili sia calato, nello stesso periodo, del 23,6 per cento (110.556 autovetture rubate nel 2016 contro le 144.670 del 2008). In altre parole, i reati diminuiscono più in fretta rispetto al senso di insicurezza degli italiani.

Le multe alle Ong

«Vorrei tornare al testo originario [del “decreto Sicurezza bis”] che era dai 10 ai 50 mila [euro di multa per le Ong]» (min. 17:31)

Il 14 giugno 2019 – con Salvini ministro – è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il cosiddetto “decreto Sicurezza bis”, che all’articolo 2 introduceva una sanzione amministrativa pecuniaria, da 10 mila a 50 mila euro, che scattava in caso di violazione – da parte del comandante di una nave – del divieto di ingresso in acque territoriali italiane disposto dal Ministero dell’interno, insieme con quelli delle Infrastrutture e dei Trasporti, e della Difesa.

Il 5 agosto 2019, il Senato ha approvato in via definitiva il testo di conversione in legge del decreto, che con il voto del Parlamento aveva subito alcune modifiche, tra cui una relativa proprio alle multe, passate a un valore compreso tra 150 mila e un milione di euro (20 volte il valore massimo stabilito dal testo originario del decreto).

Lamorgese cita dunque dati corretti, su una questione su cui ha espresso delle «perplessità» anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’8 agosto 2019, nel promulgare la legge di conversione.

«Per effetto di un emendamento, nel caso di violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali [...] la sanzione amministrativa pecuniaria applicabile è stata aumentata di 15 volte nel minimo e di 20 volte nel massimo, determinato in un milione di euro», aveva scritto Mattarella. «Osservo che, con riferimento alla violazione delle norme sull’immigrazione non è stato introdotto alcun criterio che distingua quanto alla tipologia delle navi, alla condotta concretamente posta in essere, alle ragioni della presenza di persone accolte a bordo e trasportate. Non appare ragionevole [...] fare a meno di queste indicazioni e affidare alla discrezionalità di un atto amministrativo la valutazione di un comportamento che conduce a sanzioni di tale gravità. Devo inoltre sottolineare che la Corte Costituzionale, con la recente sentenza n. 112 del 2019, ha ribadito la necessaria proporzionalità tra sanzioni e comportamenti».

Ad oggi, il governo Pd-M5s non ha ancora modificato il “decreto Sicurezza bis”, nonostante lo abbia promesso nel suo programma di governo dei 29 Punti.

Un confronto con l’Ue

«Sui permessi umanitari noi eravamo l’unico Paese che era al 28 per cento, gli altri Paesi erano al 3-4 per cento» (min. 18:39)

Tra le diverse misure introdotte, il primo “decreto Sicurezza” (approvato a ottobre 2018), ha di fatto soppresso la concessione dei permessi di soggiorno «per motivi umanitari», sostituendoli con alcuni permessi speciali dati ai richiedenti per alcuni particolari motivi: per cure mediche, per le vittime di violenza domestica e di grave sfruttamento, per situazioni di eccezionale calamità, o per atti di particolare valore civile.

A fine 2018, secondo i dati Eurostat (che usa le rilevazioni fornite dal Ministero dell’Interno), su un totale di 95.210 richieste d’asilo analizzate, l’Italia aveva concesso la protezione per «motivi umanitari» a 19.970 persone, circa il 21 per cento dei richiedenti. Sulle 78.235 domande del 2017, questa percentuale era stata più alta, toccando quasi il 25 per cento, con 19.515 protezioni umanitarie concesse.

Lamorgese esagera dunque di poco la percentuale di permessi umanitari concessi, ma ha ragione con il confronto europeo? Ricordiamo che altri 21 Paesi membri Ue prevedono la possibilità di concedere forme di protezione per motivi umanitari.

Nel 2018, in totale nell’Ue sono state concesse 33.440 protezioni umanitarie, circa il 5,7 per cento su un totale di 581.895 domande analizzate. Nel 2017, questa percentuale era del 6,6 per cento (63.650 permessi umanitari su 961.610 domande).

Il «3-4 per cento» indicato da Lamorgese è dunque leggermente impreciso, ma anche in questo caso l’ordine di grandezza è corretto.

Nel 2018, Paesi come Germania e Regno Unito (in Francia non ci sono permessi per «motivi umanitari») hanno concesso protezioni umanitarie sul totale delle domande rispettivamente in percentuali del 5,3 per cento (9.540 su 179.110) e del 4 per cento (1.160 su 29.005).

Gli irregolari in Italia

«Avevano parlato di 600 mila [irregolari] e poi erano arrivati a 90 mila, quelli da rimpatriare» (min. 19:12)

Quando si parla di “irregolari” si fa riferimento a tutti quei cittadini stranieri che vivono in Italia dopo essere entrati senza un regolare controllo alle frontiere o che dopo essere arrivati regolarmente hanno deciso di rimanere nel nostro Paese anche una volta scaduto il permesso di soggiorno o il visto.

Rispondere con certezza alla domanda “Quanti sono gli irregolari in Italia?” è impossibile: il ministero dell’Interno non pubblica infatti cifre ufficiali in materia. Come tutti i fenomeni legati all’illegalità, dunque, i numeri che circolano in questo ambito sono stime, con diversi gradi di incertezza e da prendere con cautela.

Come abbiamo spiegato in un fact-checking per Agi di giugno 2019, è vero che le stime più recenti e affidabili in materia quantificano un numero di irregolari in Italia compreso tra le 500 mila e le 600 mila unità. Il numero indicato da Lamorgese è dunque realistico.

La ministra dell’Interno, con i «90 mila», fa invece riferimento a una statistica indicata ad aprile 2019 dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, secondo cui erano appunto 90 mila «coloro che sono sbarcati e poi di cui non si ha traccia». Come aveva spiegato all’epoca il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa su Twitter, con quel numero Salvini non voleva fare riferimento a tutti gli irregolari presenti in Italia in quella data, ma solo al numero degli irregolari aumentati a partire dal 1° gennaio 2015 (calcolati sottraendo dal numero degli sbarchi quello di chi ha ricevuto una forma di protezione, di chi è in attesa di una risposta e il numero di chi è andato a richiedere protezione in un altro Paese Ue).

Il problema di questo numero era che, tra le altre cose, non teneva in considerazione gli immigrati irregolari arrivati via terra, o quelli che – arrivati regolarmente – hanno deciso di rimanere in Italia una volta scaduto il permesso di soggiorno.

In conclusione

Ospite a Otto e mezzo su La7, su sette dichiarazioni verificate la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese non ha commesso errori significativi.

Le uniche imprecisioni riguardano la statistica sugli arrivi della Tunisia a settembre 2019, quella sul calo dei reati (la ministra non specifica il periodo di tempo in cui si sarebbe verificata una riduzione, che effettivamente è in corso da anni) e la percentuale di permessi umanitari concessi dall’Italia (le percentuali di Lamorgese si discostano di poco da quelle giuste).

Per il resto, la ministra dell’Interno ha ragione quando dice che con Salvini ministro i porti italiani non sono mai stati «chiusi»; che gli sbarchi sono aumentati a settembre 2019 rispetto allo stesso mese dell’anno prima; che il procedimento nei confronti di Salvini per il caso Gregoretti non è un’eccezione, ma la regola generale; che le stime parlano di 600 mila irregolari in Italia e che la prima versione del “decreto Sicurezza bis” prevedeva multe per le navi che non rispettavano i divieti di ingresso per un valore compreso tra i 10 e i 50 mila euro.

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