Pubblicato: mercoledì 12 gennaio 2022
Photo: Ansa
​Davvero un contagiato su tre in ospedale non è «malato» di Covid-19?

Negli ultimi giorni sta crescendo in Italia il dibattito su come vadano letti correttamente i numeri delle persone ricoverate in ospedale dopo essere state contagiate dal coronavirus Sars-CoV-2. Secondo alcuni politici, le statistiche attuali sarebbero “gonfiate” perché una parte dei positivi ricoverati non è arrivato in ospedale per la malattia Covid-19, ma per altri motivi. Il 12 gennaio, ospite a Porta a Porta su Rai1, il leader della Lega Matteo Salvini ha per esempio dichiarato (min. 54:12) che «se io mi rompo una gamba ed entro in ospedale, e mi fanno il tampone e risulto positivo, non sono in ospedale per la Covid-19».

Il primario di malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, Matteo Bassetti, ha addirittura parlato di «numeri assolutamente falsati» sui ricoveri, commentando una ricerca della Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), pubblicata l’11 gennaio. Secondo Fiaso – che rappresenta ospedali e strutture sanitarie presenti su tutto il territorio nazionale – nel nostro Paese il «34 per cento» dei pazienti positivi al virus ricoverati in ospedale «non è malato» di Covid-19, ma è ospedalizzato per altri motivi, come traumi, infarti o tumori.

In realtà questa ricerca, come vedremo meglio tra poco, ha diversi limiti e va presa con la dovuta cautela. I dati inglesi, più completi di quelli italiani, mostrano comunque che effettivamente una parte dei ricoverati positivi non sembra avere sintomi tipici legati alla Covid-19, ma resta una minoranza sul totale. Al di là della questione ricoverati “con” o “per” la Covid-19, avere un numero crescente di persone infette in ospedale resta un problema per la tenuta del sistema ospedaliero.

Che cosa dice lo studio della Fiaso

Vediamo innanzitutto nel dettaglio che cosa dice la ricerca di Fiaso. Lo studio in questione non è pubblicato su una rivista scientifica, ma i suoi risultati sono stati divulgati in un comunicato stampa – come ha confermato l’ufficio stampa di Fiaso a Pagella Politica – dove sono raccolti i risultati di una rilevazione condotta lo scorso 5 gennaio. In quella data è stata analizzata la condizione medica di 550 pazienti ricoverati nelle «aree Covid» (ossia i reparti di malattie infettive, medicina generale e pneumologia) di sei grandi aziende ospedaliere e sanitarie italiane, tra cui l’Ospedale San Martino di Genova, gli Spedali civili di Brescia e il Policlinico di Bari. Questi pazienti corrispondevano al 4 per cento circa degli quasi 13.700 ricoverati Covid-19 il 5 gennaio in Italia (non contando le terapie intensive).

Secondo Fiaso, circa un terzo dei pazienti positivi al coronavirus e ricoverato negli ospedali italiani «non è malato» di Covid-19. «Dei complessivi 550 pazienti monitorati, 363 (il 66 per cento) sono ospedalizzati con diagnosi da infezione polmonare. Mentre 187 (il 34 per cento) non manifestano segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovvero sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus», scrive il comunicato stampa. «Per lo più si tratta di pazienti arrivati in ospedale o al pronto soccorso per altri problemi e che, al momento del ricovero che prevede il tampone, vengono trovati portatori dell’infezione da Sars-CoV-2 ma senza sintomi di malattia. La diagnosi da infezione da Sars-CoV-2 è dunque occasionale».

Tra questi ricoverati senza sintomi ma comunque positivi, Fiaso aggiunge che il 36 per cento del suo campione era rappresentato da donne in gravidanza. Il 33 per cento invece erano pazienti che hanno subito scompensi, per esempio, legati al diabete o a patologie neurologiche od oncologiche. Circa l’8 per cento rappresentavano poi «pazienti con ischemie, ictus, emorragie cerebrali o infarti» e un altro 8 per cento pazienti che «devono sottoporsi a un intervento chirurgico urgente e indifferibile», pur se positivi al virus. Infine un 6 per cento del totale di positivi senza sintomi della Covid-19 è arrivato al pronto soccorso per «vari traumi e fratture».

Secondo le rilevazioni di Fiaso, i pazienti positivi, ricoverati con sintomi polmonari, hanno un’età media di 69 anni, mentre quelli privi di sintomi hanno un’età media di 56 anni. Nel primo gruppo, solo il 14 per cento dei ricoverati ha ricevuto la terza dose di vaccino o ha ricevuto la seconda dose da meno di quattro mesi, percentuale che sale al 27 per cento tra i senza sintomi. «In entrambi i gruppi c’è una preponderanza di soggetti non vaccinati o che non hanno ancora fatto la dose booster», conclude il comunicato.

Ricordiamo infatti che i vaccini contro la Covid-19, nonostante la diffusione delle varianti, restano ancora particolarmente efficaci nel prevenire le forme gravi della malattia, che poi portano a ricovero o morte, soprattutto nelle persone che hanno ricevuto la terza dose.

Alcune delle conclusioni contenute nel comunicato della Fiaso rimangono però poco chiare.

Gli aspetti poco chiari

In primo luogo il comunicato non spiega perché si sia scelto di considerare come “malati di Covid-19” solo i pazienti con sintomi polmonari. Secondo alcune evidenze scientifiche preliminari, la variante omicron – che in Italia si sta diffondendo sempre più velocemente – sembra colpire meno i polmoni rispetto alle varianti precedenti, mentre sono meno chiari gli effetti su altre parti dell’organismo. Da tempo comunque si sa che la Covid-19 può colpire più organi, anche a lungo termine e nelle persone asintomatiche. Come abbiamo visto, secondo Fiaso quasi un terzo dei positivi ricoverati senza sintomi è finito in ospedale per scompensi dovuti al diabete o ad altre patologie, non specificando però quanto questi scompensi possano avere a che fare con l’infezione da coronavirus.

«Abbiamo scelto i sintomi respiratori per indicare chi è malato di Covid-19 e chi no perché questi sono i sintomi tipici causati dall’infezione di coronavirus», ha spiegato a Pagella Politica Silvio Tafuri, ordinario di Igiene dell’Università di Bari, che ha partecipato allo studio di Fiaso. «Tra i ricoverati senza sintomi respiratori, non è però possibile escludere del tutto che l’infezione non abbia avuto alcun ruolo nell’ospedalizzazione, magari favorendo uno scompenso diabetico. In ogni caso un paziente di questo tipo viene preso in cura in quanto paziente diabetico, non con problemi respiratori».

In secondo luogo, nel comunicato non viene spiegato se la percentuale del 34 per cento di ricoverati positivi, senza sintomi polmonari, sia estendibile a tutti i ricoverati positivi del Paese. Come abbiamo visto, il campione rappresenta circa il 4 per cento degli ospedalizzati, presi da sei strutture ospedaliere. Secondo Tafuri, «il campione, vista la sua numerosità, è rappresentativo della situazione nazionale». Ma non essendo pubblica la metodologia di raccolta dei dati, non è possibile sapere quanto le caratteristiche di questo 4 per cento possano essere generalizzabili a tutti gli altri ospedalizzati e se l’indagine abbia tenuto in considerazione eventuali fattori che possano aver influenzato i risultati.

Inoltre non è neppure chiaro se tutte le regioni hanno gli stessi criteri di ricovero per le persone positive: è possibile che alcune regioni ricoverino persone con sintomi meno gravi di quelli ricoverati in altre regioni. Senza dimenticare che c’è poi anche la questione dei pazienti entrati in ospedale a causa della Covid-19, che una volta negativizzati non sono più conteggiati dalle statistiche dei positivi.

Ricapitolando: è vero che una parte dei positivi al coronavirus ricoverati in ospedale non necessariamente presenta sintomi respiratori. Ma la percentuale secondo cui un positivo su tre si troverebbe in questa condizione va presa con molta cautela. E i dati inglesi, più completi e aggiornati di quelli italiani, confermano questa conclusione.

Che cosa dicono i dati del Regno Unito

A differenza dell’Italia, il Sistema sanitario inglese (Nhs) rende infatti pubblici i dati sulle ospedalizzazioni “per” o “con” coronavirus. In Inghilterra, tra ottobre e gennaio circa il 60-70 per cento dei ricoverati Covid-19 è finito in ospedale a causa dell’infezione. I ricoverati “per” il virus sono quindi la maggioranza, con numeri più o meno in linea con quelli individuati in Italia per la Fiaso. In più, i dati inglesi dicono che a partire da metà dicembre in Inghilterra si è assistito a un calo del peso dei pazienti “per” Covid-19 sul totale dei pazienti Covid-19, probabilmente per via della diffusione della variante omicron che causa forme più lievi della malattia.

Ma nonostante il calo, in ognuna delle sette regioni inglesi c’è stato comunque un aumento dei ricoveri in cui la Covid-19 è stato il motivo principale dell’ospedalizzazione. In nessuna regione i ricoverati per Covid-19 sono poi la minoranza. Questa dinamica conferma ancora una volta che se la circolazione del virus è alta, come sta avvenendo in Inghilterra e in Italia, le persone continuano lo stesso a finire in ospedale, anche se di meno rispetto al passato.

La pressione sugli ospedali rimane

Prima di concludere, sottolineiamo che quando si guardano i dati dei ricoveri “per” o “con” il virus, va sempre tenuto a mente che anche i ricoverati con un’infezione occasionale sono un problema per il sistema sanitario. Un paziente “con” il coronavirus va tenuto separato dal resto dei pazienti per evitare di diffondere il contagio: servono quindi spazi e personale addetti alla gestione di pazienti positivi, anche se non strettamente ricoverati per la Covid-19. Un elevato numero di questi pazienti può dunque mettere in continua difficoltà il sistema sanitario. Come ha sottolineato Tafuri a Pagella Politica, al di là della presenza o meno dei sintomi respiratori, «chi è positivo in ospedale deve essere isolato ed essere seguito con percorsi specializzati, per garantire la sicurezza di tutti i pazienti».

Lo stesso Nhs ha confermato, nel chiarire la lettura delle sue statistiche, che l’infezione può aver determinato in parte lo sviluppo della patologia che ha portato la persona in ospedale ed essere un serio problema durante il ricovero. Una ricerca, scrive l’Nhs, ha per esempio mostrato che le persone con Covid-19 hanno maggiori probabilità di avere un ictus, anche se nel sistema inglese vengono segnati come pazienti “con” il virus, e non “per”.

I dati britannici consentono infine di quantificare qual è la causa principale della morte delle persone positive al virus. Secondo l’Office for national statistics (l’equivalente della nostra Istat), in oltre il 75 per cento dei decessi inglesi positivi al virus la Covid-19 è stata la causa principale della morte. L’aumento della proporzione di deceduti “con” il coronavirus, dove la Covid-19 non è stata la causa del decesso, è avvenuta durante l’estate, quando la circolazione virale era più bassa.

di Carlo Canepa e Lorenzo Ruffino

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