Pubblicato: lunedì 13 settembre 2021
Photo: Ansa
Qualcosa non torna nei dati sull’occupazione dei posti letto negli ospedali

La pressione sugli ospedali è sempre stato uno dei risvolti più preoccupanti della pandemia di Covid-19, con gravi conseguenze anche per i cittadini affetti da altre patologie, per esempio con interventi chirurgici cancellati e screening oncologici rimandati.

A fine luglio il governo Draghi ha deciso di dare un ruolo di primo piano al tasso di occupazione degli ospedali – ossia al rapporto tra ricoverati e posti letto disponibili – per stabilire i colori delle regioni, insieme all’incidenza settimanale dei contagi su 100 mila abitanti.

Tra incongruenze e posti letto aggiunti di giorno in giorno, i numeri sul sistema di rilevamento della pressione ospedaliera hanno però diversi limiti. Ci sono alcune regioni dove i posti a disposizione sembrano essere meno di quelli comunicati e dove la strategia di convertire i posti di altri reparti rischia di mettere sotto pressione gli ospedali. Il caso della Svizzera, poi, insegna che è possibile monitorare l’occupazione ospedaliera tenendo conto anche dei pazienti non-Covid.

Ma procediamo con ordine, partendo dai dati sui posti letto totali a disposizione, in base ai quali si calcola il tasso di occupazione.

Di quali e quanti posti letto stiamo parlando

Come abbiamo spiegato in passato, i posti letto presi in considerazione sono quelli nelle terapie intensive e quelli in area medica, ossia nei reparti di malattie infettive, pneumologia e medicina generale. Quanti sono i posti letto disponibili in questi reparti e in quelli delle terapie intensive?

Su questo punto non c’è molta chiarezza. Sul sito del Ministero della Salute i dati sui posti letto negli ospedali italiani sono aggiornati a febbraio 2021 e fanno riferimento al 2019. Da novembre 2020 l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) pubblica però quotidianamente la rilevazione dei posti letto trasmessi periodicamente dalle regioni e dalle province autonome di Trento e Bolzano al Ministero della Salute.

Come ha sottolineato più volte onData – un’associazione che chiede maggiore accessibilità ai dati pubblici – anche i numeri di Agenas hanno diversi limiti, tra cui quello di non essere disponibili con un andamento storico. La stessa onData, in maniera indipendente, raccoglie sul portale GitHub tutti gli aggiornamenti dei dati Agenas, dove è possibile ricostruire le modifiche nel numero dei posti letto, sia nei reparti normali che in quelli intensivi (Grafico 1 e Grafico 2).

Grafico 1. Posti letto attivi in area medica ogni 100 mila abitanti, dal 13.11.2020 al 10.09.2021. La linea viola si riferisce all’ultima rilevazione del Ministero della Salute, relativa al 2019 – Fonte: Elaborazione di Vittorio Nicoletta su dati Istat, Ministero della Salute e Agenas (estratti da Ondata)

Grafico 2. Posti letto attivi in terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, dal 13.11.2020 al 10.09.2021. La linea viola si riferisce all’ultima rilevazione del Ministero della Salute, relativa al 2019 – Fonte: Elaborazione di Vittorio Nicoletta su dati Istat, Ministero della Salute e Agenas (estratti da Ondata)

Come si vede dai grafici, ci sono regioni che hanno avuto un andamento piuttosto stabile del numero dei posti letto dalla seconda ondata in poi (come il Lazio, il Veneto, il Piemonte e il Friuli-Venezia Giulia), mentre altre hanno avuto andamenti più vari.

Come cambiano i dati sui posti letto

Il numero dei posti letto può aumentare in due modi diversi. Da un lato, si possono creare posti letto ex novo, allestendo nuovi spazi, comprando materiale e assumendo nuovo personale. Dall’altro lato, si possono convertire i posti letto già esistenti, magari aggiungendo un respiratore per i posti letto in terapia intensiva. Il secondo metodo è quello più usato: è il più veloce e meno costoso, ma sottrae posti letto ad altre attività ospedaliere, e può avere un impatto sulla necessità di assumere nuovo personale specializzato.

Tra chi analizza i numeri della pandemia, è noto da tempo che i posti letto comunicati dalle regioni sono un po’ ballerini e vanno presi con molta cautela. Il rischio di dare molto peso al tasso di occupazione ospedaliera per determinare nuove restrizioni è che le regioni possano dichiarare più letti di quanti effettivamente a disposizione.

Il decreto di luglio scorso, con cui è stato dato più peso all’occupazione ospedaliera per determinare il colore delle regioni, ha stabilito che le regioni comunichino i posti letto in terapia intensiva su cui calcolare il tasso di occupazione con cadenza mensile (e non più giornaliera), senza che i posti eventualmente aggiunti «incidano su quelli già esistenti e dedicati ad altre attività».

Questa restrizione però non è imposta ai posti letto di area medica, che sono quindi liberi di variare di giorno in giorno, convertendo posti letto di altri reparti. Una scelta – come abbiamo anticipato – che può limitare l’attività ospedaliera e creare una possibile contraddizione. Sottraendo posti letto ad altri reparti per far sì che il tasso di occupazione scenda, si possono evitare misure restrittive pensate proprio per evitare che la pressione sugli ospedali aumenti, spostando però il rischio di pressione su altri reparti dedicati ad altre patologie, che non rientrano nel monitoraggio Covid-19.

Vediamo un esempio concreto per capire quali sono i limiti di questo approccio. Il Grafico 3 mostra l’occupazione dei posti letto in area medica della Regione Sicilia dal 23 luglio 2021 – giorno di entrata in vigore del decreto con i nuovi criteri – al 10 settembre 2021. La linea rossa mostra l’occupazione ospedaliera, considerando i posti letto disponibili al 23 luglio, mentre la linea blu tiene conto dei posti letto ottenuti con la conversione dei posti presi in altri reparti (limitando gli interventi per altre patologie, come denunciato da alcuni operatori sanitari siciliani). Se i posti letto fossero rimasti stabili con quelli del 23 luglio, la Sicilia avrebbe raggiunto la soglia della zona gialla (15 per cento di tasso di occupazione in area medica) l’11 agosto, e non il 16 agosto, cinque giorni dopo.

Grafico 3. Andamento del tasso di occupazione in area medica nella Regione Sicilia – Fonte: Elaborazione di Vittorio Nicoletta su dati Istat, Ministero della Salute e Agenas (estratti da Ondata)

Ci sono discrepanze nei numeri

Non mancano poi alcune incongruenze nei numeri dei posti letto comunicati su Agenas e quelli realmente disponibili.

Prendiamo il caso del Veneto, che sebbene comunichi 1.000 posti letto in terapia intensiva e 6.000 in area medica, per raggiungere quei valori dovrebbe – come prevede peraltro il piano di emergenza regionale – sospendere l’attività ordinaria negli ospedali hub, ossia le strutture più grandi e specializzate. Si tratta quindi di un totale “teorico”, nel caso venisse messo in pratica un piano drastico che prevede conseguenze pesanti sul funzionamento degli ospedali. In una comunicazione regionale del 22 agosto 2021, i posti letto attivi in terapia intensiva in Veneto erano invece 450, di cui 45 (il 10 per cento sul totale) occupati da pazienti positivi al coronavirus, 355 (79 per cento) occupati da pazienti non-Covid e 50 (11 per cento) liberi.

C’è poi l’esempio del Friuli-Venezia Giulia. Ad agosto l’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani-Emergenza area critica (Aaroi-Emac) ha sostenuto in una nota che il reale numero di posti letto in terapia intensiva nella regione fosse 80 e non 175 come riportato su Agenas, né 120 come riportato dal Ministero della Salute nel periodo pre-pandemia.

In un comunicato di smentita, la regione ha confermato in parte quanto scritto da Aaroi-Emac, inserendo nel computo dei posti letto in terapia intensiva anche i posti letto di sub-intensiva, quelli in post-operatoria di cardiochirurgia, quelli di pneumologia, e i posti letto attivabili ma non attivi, senza nessuna menzione del personale ospedaliero realmente disponibile.

Ricapitolando: il denominatore del tasso di occupazione degli ospedali – ossia il dato relativo ai posti letto negli ospedali – ha diversi limiti. Discorso analogo vale anche per il numeratore, ossia il dato relativo ai pazienti ricoverati.

Perché è sbagliato parlare di ospedali “vuoti”

Quanto si parla di occupazione ospedaliera e Covid-19, fra i ricoverati si contano solo i pazienti che risultano positivi al coronavirus. Come abbiamo spiegato in passato, sono esclusi i pazienti negativizzati ancora ricoverati (ossia quelli non più positivi, ma finiti in ospedale a causa della Covid-19) e quelli ricoverati per altre patologie. Detta altrimenti, si monitora soltanto l’occupazione dei pazienti positivi e non di tutti i pazienti: se avessimo a disposizione 100 posti letto e 10 fossero occupati da positivi al coronavirus, 5 da pazienti negativizzati e 80 da pazienti ricoverati per altre patologie, si registrerebbe un’occupazione del 10 per cento e non del 95 per cento.

Una bassa occupazione non vuol dire dunque che i posti letto siano «vuoti», come spesso ripetuto da alcuni politici negli ultimi mesi, come il leader della Lega Matteo Salvini. Un modo più completo di misurare l’occupazione ospedaliera tiene conto da un lato dei pazienti Covid-19 e di quelli per altre patologie, dall’altro di posti letto presenti prima della pandemia e di quelli aggiunti, ma non dei posti letto convertiti e sottratti ad altri reparti. Questo ad esempio è l’approccio adottato dalla Svizzera nel proprio monitoraggio nazionale (Figura 1).

Figura 1. Tasso di occupazione delle terapie intensive in Svizzera – Fonte: Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp)

In Italia è difficile sapere quanto fossero “piene” le terapie intensive prima dello scoppio della pandemia, che ha profondamente influenzato la gestione di questi reparti ospedalieri. Secondo i dati più aggiornati del Ministero della Salute, nel 2018 le terapie intensive nel nostro Paese avevano un tasso di utilizzo annuale – calcolato come rapporto tra le giornate di degenza effettuate e le giornate disponibili – del 47,6 per cento.

In conclusione

L’occupazione dei posti letto è un modo per misurare l'impatto di Covid-19 sugli ospedali. Nella sua versione attuale ha parecchi limiti: tiene conto dei soli pazienti positivi, ignorando i negativizzati ancora ricoverati e gli affetti da altre patologie; incoraggia la conversione di posti letto da altre specialità, di fatto limitando la capacità ospedaliera per pazienti non-Covid; e ignora il personale effettivamente disponibile.

Sono parecchie anche le incongruenze fra i numeri di posti letto comunicati dalla regioni e province autonome e quelli realmente disponibili.

di Vittorio Nicoletta, dottorando in sistemi decisionali e analisi dei dati all’Università di Laval (Canada)

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