I partiti del Sì al referendum sulla giustizia sono tutt’altro che uniti

Fratelli d’Italia e Forza Italia stanno facendo una campagna elettorale intensa, a differenza della Lega. Azione e Più Europa invece si stanno esponendo poco 
ANSA/ENRICO MATTIA DEL PUNTA
ANSA/ENRICO MATTIA DEL PUNTA
Manca meno di un mese al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo e la campagna elettorale è entrata nel vivo. In vista del referendum, i primi a mobilitarsi sono stati i comitati, ossia gruppi di cittadini ed esperti che promuovono le ragioni del Sì o del No alla riforma della separazione delle carriere dei magistrati. Finora ne sono nati una decina, alcuni dei quali sono finiti al centro di una polemica su come si finanziano. 

A fianco ai comitati, però, nelle ultime settimane hanno iniziato a mobilitarsi via via i partiti, ma in modi diversi tra loro. Anzi, tra i partiti che sostengono il Sì alcuni partiti stanno facendo una campagna referendaria piuttosto intensa, altri meno, altri ancora si stanno esponendo poco, per motivi di posizionamento politico e divisioni interne. E c’è chi ha paura di una possibile vittoria del No.
Forza Italia e la rete dei comitati

Tra i partiti più attivi sul fronte del Sì c’è Forza Italia. Questo attivismo del partito guidato da Antonio Tajani non sorprende: la riforma della separazione delle carriere dei magistrati era uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi, fondatore del partito. 

La campagna elettorale di Forza Italia, coordinata dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, è caratterizzata soprattutto da iniziative sui territori, con occasioni di confronto anche con i sostenitori del No. Lo stesso Mulè il 23 febbraio ha partecipato a un confronto sul referendum con il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte a Cosenza, all’Università della Calabria. Nelle scorse settimane, Mulè ha partecipato poi a eventi a sostegno del Sì in altre regioni, come Toscana, Abruzzo e Sicilia. 

Forza Italia ha uno stretto collegamento con diversi comitati referendari per il Sì. Per esempio, è direttamente collegato al comitato “Cittadini per il Sì”, guidato da Francesca Scopelliti, ex senatrice di Forza Italia e compagna del conduttore televisivo e giornalista Enzo Tortora (vittima di un errore giudiziario negli anni Ottanta), e vede tra i suoi membri il deputato Enrico Costa e il senatore Pierantonio Zanettin. «Con il comitato “Cittadini per il Sì” organizziamo sopratutto dibattiti e confronti, concentrandoci nel documentare i casi di ingiusta detenzione e di malfunzionamento della giustizia», ha spiegato Costa a Pagella Politica. Tramite Costa, Forza Italia intrattiene poi contatti con il “Comitato Camere penali per il Sì”, promosso dall’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), l’associazione che rappresenta gli avvocati penalisti italiani. «Il comitato delle Camere penali ha un approccio più tecnico sul merito della riforma, essendo espressione dei penalisti. Ognuno fa il suo», ha detto Costa. 

Il deputato di Forza Italia ha aggiunto che il suo comitato dialoga e si coordina con il comitato “SìSepara”, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, una fondazione di ispirazione liberale. Di quest’altro comitato fa parte l’ex magistrato Antonio Di Pietro, che condusse le indagini di “Mani Pulite”, l’inchiesta che svelò nei primi anni Novanta un ampio sistema di corruzione nella politica. Accanto a questi, esistono altri comitati per il Sì con legami più o meno diretti con Forza Italia. In questi mesi sono nati il comitato “Vassalli per il Sì” e il comitato “Chi accusa non giudica”. Il primo è promosso da Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri del Senato, esponente di Forza Italia e figlia dell’ex presidente del Consiglio Bettino Craxi, mentre il secondo si è costituito a gennaio e ha come portavoce Francesca Pascale, ex compagna di Berlusconi. Il 26 febbraio, alla Camera, Forza Italia ha poi ospitato la presentazione del Comitato per il Sì dei cittadini albanesi in Italia, avendo come ospite il rappresentante del Partito Democratico Albanese di centrodestra Doda Bardhok. 

Al di là delle iniziative, Forza Italia ha organizzato una campagna comunicativa fatta di manifesti distribuiti nelle varie città d’Italia, con il logo del partito, e ha messo a disposizione sul proprio sito ufficiale una serie di materiali per i propri sostenitori. Tra questi ci sono documenti storici, come per esempio il testo del disegno di legge di riforma costituzionale per la separazione delle carriere presentato nel 2011 da Berlusconi, quando presiedeva il suo quarto e ultimo governo, ma anche manifesti con l’immagine di Enzo Tortora e la scritta: «275 giorni in carcere, era innocente. Vota sì per una giustizia giusta».
Il manifesto di Forza Italia con l’immagine di Enzo Tortora – Fonte: Forza Italia
Il manifesto di Forza Italia con l’immagine di Enzo Tortora – Fonte: Forza Italia

La campagna social di Fratelli d’Italia

Se Forza Italia sta puntando molto sui comitati e le iniziative sul territorio, Fratelli d’Italia sta conducendo un’intensa campagna referendaria sui social network, condividendo in diversi casi messaggi fuorvianti. 

Per esempio, in diversi post sui social il partito di Giorgia Meloni ha diffuso lo slogan secondo cui la riforma della separazione delle carriere servirebbe «Per una giustizia più efficace, veloce e giusta». In realtà le cose non stanno proprio così, visto che la riforma non c’entra con la velocità dei processi, e ciò è stato ribadito in varie occasioni dallo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio (che poi però ha affermato pure il contrario, sbagliando). Sempre sui social, Fratelli d’Italia ha pubblicato alcuni post associando la riforma della giustizia al funzionamento dei centri per migranti costruiti dall’Italia in Albania. Lo scorso 22 gennaio Fratelli d’Italia aveva pubblicato un post sui social network in cui suggeriva che, se al referendum vincerà il “Sì” e la riforma costituzionale sarà approvata, i giudici non potranno più ostacolare il funzionamento dei centri per i migranti costruiti dall’Italia in Albania. Come abbiamo spiegato però in un precedente approfondimento, i trattenimenti dei migranti dipendono dalle norme europee, non dal referendum costituzionale.

Più di recente, il 20 febbraio il partito di Meloni ha invece accusato in due post pubblicati sui social network il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini di non essere imparziale e di fare campagna per il No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Secondo il partito, questa presunta mancanza di terzietà sarebbe dimostrata dal fatto che Morosini avrebbe firmato la sentenza che ha imposto allo Stato di risarcire la ONG Sea Watch per il caso della nave bloccata in porto nel 2019, e di aver scritto un libro contro la riforma della giustizia. Anche in questo caso però Fratelli d’Italia sbaglia, perché la sentenza in questione è stata firmata da un’altra magistrata.

Al netto della campagna social, i parlamentari di Fratelli d’Italia hanno spesso partecipato a iniziative sui territori organizzate dal comitato “SìRiforma”, presentato ufficialmente lo scorso 21 gennaio al Senato. Il presidente di questo comitato è Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Corte costituzionale e membro del CSM, mentre il portavoce è il giornalista Alessandro Sallusti, ex direttore dei quotidiani Libero e Il Giornale. Il comitato “SìRiforma” avrebbe dovuto essere il comitato unitario di tutti i partiti di centrodestra, cosa che però non è avvenuta. Oltre alle iniziative sui territori, Fratelli d’Italia ha poi promosso attraverso i propri gruppi parlamentari di Camera e Senato una serie di manifesti distribuiti in diverse città italiane.
Uno dei manifesti realizzati dai gruppi di Camera e Senato di Fratelli d’Italia che invitano a votare Sì al referendum sulla giustizia, affisso in una via di Roma – Fonte: ANSA/FABIO FRUSTACI
Uno dei manifesti realizzati dai gruppi di Camera e Senato di Fratelli d’Italia che invitano a votare Sì al referendum sulla giustizia, affisso in una via di Roma – Fonte: ANSA/FABIO FRUSTACI
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta poco sul tema del referendum. In queste settimane Meloni ha scelto più che altro di intervenire in qualche modo in maniera “indiretta”, criticando alcune sentenze sul tema dell’immigrazione e accusando i giudici di ostacolare l’azione del governo. 

La Lega senza una strategia strutturata

A differenza di Forza Italia e Fratelli d’Italia, la Lega invece ha intrapreso una campagna elettorale più leggera sul referendum. 

Finora il partito di Salvini non ha un proprio comitato di riferimento, non ha organizzato una campagna di manifesti su strada, ma sta puntando su singoli eventi elettorali e su una comunicazione social basata su meme e contenuti ironici. 

Lo scorso 12 febbraio la Lega ha pubblicato sulla sua pagina Instagram un meme ironico sulla segretaria del PD Elly Schlein, criticandola per non essere stata presente alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e aver utilizzato la manifestazione sportiva per «fare propaganda sul referendum». Il riferimento è a un post pubblicato su Instagram dal PD che mostrava un colpo messo a segno gli atleti italiani del curling Amos Mosaner e Stefania Constantini accompagnato dal messaggio: “Il 22 e 23 marzo vota No a una giustizia controllata dal governo”. Ma l’iniziativa era stata presa senza l’accordo con gli atleti e il post è stato rimosso dopo le critiche.
Questa strategia sul referendum non convince comunque del tutto alcuni esponenti del partito di Salvini. «Non abbiamo una campagna referendaria strutturata. Organizziamo gazebo, poi ogni tanto pubblichiamo qualche contenuto sui social, spesso meme o contenuti simili. Ma non siamo così tanto mobilitati e temo una risalita dei consensi per il No nelle prossime settimane», ha detto a Pagella Politica un deputato della Lega, che ha preferito rimanere anonimo. Tra l’altro, nel partito di Salvini è emersa una certa insofferenza nei confronti dell’atteggiamento del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il 15 febbraio il ministro aveva detto che se la separazione delle carriere dovesse essere confermata con il referendum si potrà eliminare una volta per tutte il sistema «para-mafioso» delle cosiddette “correnti” nel Consiglio superiore della magistratura (CSM). Queste parole sono state criticate dai sostenitori del No al referendum, perché considerate come un attacco all’indipendenza della magistratura, ma anche dalla deputata della Lega Simonetta Matone, ex magistrata, tra le più attive sul fronte referendario. Lo scorso 20 febbraio, in videocollegamento con il direttivo regionale della Lega a Reggio Calabria, Matone ha definito le parole di Nordio come «folli» e sostanzialmente come un favore al fronte del No. «Nordio confonde quello che si può dire in un salotto con quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente», ha aggiunto Matone, precisando comunque di avere la massima stima per il ministro della Giustizia. 

Noi Moderati, il partito guidato da Maurizio Lupi e che sostiene il governo Meloni, ha creato un proprio comitato referendario per il Sì e sta puntando soprattutto su eventi e conferenze stampa. Il 24 febbraio Noi Moderati ha tenuto una conferenza stampa sulle ragioni del Sì al referendum in cui hanno partecipato tra gli altri Lupi e la segretaria del partito Mara Carfagna. Finora, Noi Moderati ha cercato di richiamare più che altro a un dibattito pacato, moderando i toni ed evitando lo scontro. «Dobbiamo abbassare i toni, coinvolgere i cittadini e vincere la sfida della partecipazione: questo referendum è un’occasione importante per aggiornare la Costituzione e rendere il Paese migliore. Servono toni equilibrati e un confronto serio nel merito», ha detto Lupi il 25 febbraio.

Azione in sordina

Passando ai partiti di centro, Italia Viva non sta facendo campagna elettorale, visto che non sostiene ufficialmente né il Sì né il No. Azione e Più Europa al contrario sostengono ufficialmente il Sì, ma in concreto non stanno partecipando a iniziative a sostegno della riforma della giustizia. 

Il 15 gennaio, in un’intervista con il Messaggero il segretario di Azione Carlo Calenda aveva specificato che il suo partito sostiene il Sì al referendum, perché la riforma della separazione delle carriere era parte del programma elettorale di Azione alle scorse elezioni politiche del 2022. Allo stesso tempo, però, in quell’intervista Calenda che le priorità del Paese sono altre, ossia «sicurezza e crescita». Lo stesso Calenda alcune settimane fa aveva confermato a Pagella Politica che Azione non avrebbe partecipato alla campagna referendaria. Questa impostazione è confermata effettivamente dalla strategia del partito di Calenda sui social. Per esempio, nell’ultimo mese sulla pagina Instagram di Azione è stato pubblicato solo un post a sostegno del Sì al referendum, dove è stata ripresa un’intervista della parlamentare europea Elisabetta Gualmini, da poco passata dal PD ad Azione, in cui afferma sostanzialmente la necessità di slegare il referendum dallo scontro tra i partiti, concentrandosi più sul merito della riforma.

Dietro a questa strategia di Azione c’è soprattutto un tema di posizionamento politico. «Noi sosteniamo nel merito la riforma, facciamo qualche iniziativa sul territorio, ma non vogliamo farci trascinare nella contesa politica e farci assorbire dai partiti della maggioranza che sostengono il Sì», ha detto a Pagella Politica il deputato Giulio Cesare Sottanelli, tesoriere di Azione, che ha confermato come il partito di Calenda non stia investendo risorse economiche nella campagna referendaria. Allo stesso tempo, comunque, in queste settimane la presidente di Azione Elena Bonetti ha promosso un comitato referendario per il Sì, il comitato “Popolari per il Sì”, che però non è collegato formalmente ad Azione.

I dilemmi di Più Europa

Per Più Europa il discorso è simile. Il partito guidato dal segretario Riccardo Magi sostiene ufficialmente il Sì al referendum, ma in questi mesi non sta di fatto facendo campagna referendaria, sebbene fonti interne abbiano confermato la partecipazione ad alcune iniziative sul tema. Per esempio, in questi mesi si sta spendendo per il Sì soprattutto il presidente del partito Matteo Hallissey, che sta partecipando a eventi sul tema della riforma ed è anche tra i fondatori del comitato “SìSepara” promosso dalla Fondazione Einaudi. 

Magi non sembra particolarmente attivo sul referendum, e questo non è un caso. Durante l’esame alla Camera della riforma, il segretario di Più Europa non ha partecipato alle votazioni sul testo, esprimendo un giudizio critico verso il metodo adottato del governo, che secondo Magi non ha accettato «alcun dialogo con le opposizioni» e ha introdotto elementi a sua dire critici, come la creazione di due CSM distinti. Al contrario, alla Camera l’altro deputato di Più Europa, Benedetto Della Vedova, ha votato a favore della riforma sostenendo sia un passo importante. «Io parlo per me, e per me è naturale votare Sì alla separazione delle carriere, come ho fatto sia alla prima che alla seconda lettura», ha spiegato Della Vedova, storico esponente radicale con un passato in Forza Italia.

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