Pubblicato: giovedì 1 aprile 2021
Photo: Ansa
​Cinque domande sul futuro del M5s a guida Giuseppe Conte

Il 1° aprile alle 21.30 l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte terrà il suo discorso di esordio come leader in pectore in un’assemblea congiunta con parlamentari, europarlamentari e amministratori locali del Movimento 5 stelle.

L’appuntamento sarà su Zoom e solo per gli eletti M5s, ma una parte verrà anche trasmessa in streaming su Facebook «in considerazione della grande richiesta di partecipazione e coinvolgimento», scrive il Movimento 5 stelle sulla sua pagina ufficiale.

L’evento rompe oltre un mese di silenzio all’interno del Movimento 5 stelle. Un silenzio iniziato il 28 febbraio, quando il garante Beppe Grillo ha incontrato l’ex premier a Roma per investirlo di un compito complesso: rifondare il Movimento 5 stelle. E Giuseppe Conte ha accettato, chiudendosi in un riserbo assoluto.

Niente interviste, niente partecipazioni televisive. Per settimane l’ex presidente del Consiglio ha lavorato al suo Movimento 5 stelle 2.0, senza rispondere alle telefonate degli stessi parlamentari, rimasti all’oscuro di tutto e ora in attesa di sapere quale direzione prenderà la forza politica di cui fanno parte.

Non solo, la politica del “no comment” è stata imposta nell’ultimo mese anche agli eletti, quasi tornando al Movimento 5 stelle delle origini, in cui un’intervista televisiva poteva valere una sanzione.

Il 18 marzo, in un post sul suo blog, Beppe Grillo ha dettato ai programmi tv le sue condizioni per tornare a ospitare “i portavoce” del Movimento: «Chiediamo che i nostri portavoce, ospiti in trasmissioni televisive – ha scritto – siano messi in condizione di poter esprimere i propri concetti senza interruzioni di sorta per il tempo che il conduttore vorrà loro concedere». Con tanto di indicazioni per la regia («Chiediamo che i nostri portavoce siano inquadrati in modalità singola, senza stacchi sugli altri ospiti presenti o sulle calzature indossate») che hanno acceso indignazione e ironia da parte di molti operatori dell’informazione.

E dunque, il 1° aprile, il silenzio stampa Cinque stelle si interrompe per offrire almeno un’anteprima sul futuro del Movimento. Futuro sul quale pendono molte domande: ecco le principali.

Verrà confermato il limite dei due mandati?

Il 26 marzo il garante Beppe Grillo ha fatto la sua apparizione in una videoconferenza congiunta con i parlamentari M5s. Ospite speciale Roberto Cingolani, il titolare del ministero per la Transizione ecologica richiesto da Grillo nella fase di formazione del governo Draghi.

«Io sono l’Elevato, voi dei miracolati, vi ho preso che eravate nulla», avrebbe detto il garante in questa occasione – nel suo stile fra ironia e verità – secondo la cronaca di Luca De Carolis su Il Fatto quotidiano.

Ma non è stato questo a creare scompiglio in un Movimento già disorientato. Senza ironia, nel corso dell’assemblea, Grillo ha ripetuto quello che molti fra i Cinque stelle non vorrebbero sentirsi dire: «I due mandati sono un pilastro fisso, l’ho detto anche a Giuseppe Conte». Parole di poco addolcite dall’aggiunta: «Non abbandoneremo chi è al secondo mandato».

Il tetto decapiterebbe quasi l’intero gruppo dirigente del Movimento 5 stelle, a cui sarebbe impedito di ricandidarsi: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, solo per fare alcuni nomi.

Secondo le indiscrezioni dei giornali, nel suo intervento del 1° aprile Conte non scioglierà questo nodo, tenendo piuttosto un discorso sulla visione a cui sarà ispirato il nuovo Movimento, sulla collocazione saldamente europeista e sul rapporto con il centrosinistra.

Cosa cambierà nel rapporto con l’Associazione Rousseau?

È il tema più delicato per la “rifondazione” del Movimento 5 stelle a guida Conte. Prima di guardare al futuro, i Cinque stelle devono fare i conti con il passato, ovvero con Davide Casaleggio e l’associazione Rousseau da lui presieduta.

“Fare i conti” in questo caso non è una metafora perché la contesa è prima di tutto economica. Secondo i retroscena, Casaleggio sarebbe perentorio su un punto: prima di procedere con nuove votazioni su Rousseau – ad esempio per cambiare lo Statuto del Movimento 5 stelle o investire ufficialmente Giuseppe Conte – gli eletti sono chiamati a saldare gli arretrati – le quote mensile che i parlamentari dovrebbero versare all’associazione Rousseau – che ammonterebbero a circa 450mila euro.

Secondo fonti di stampa, in queste settimane Conte sarebbe tornato anche a vestire i panni dell’avvocato riunendo una squadra di giuristi di sua fiducia per valutare l’opportunità di risolvere la contesa con Rousseau in tribunale.

Un’ipotesi che non sarebbe gradita a Beppe Grillo, il quale nei suoi ultimi interventi si è detto fiducioso nella possibilità di trovare un accordo con Casaleggio. L’idea – per chi auspica che il conflitto possa risolversi in modo pacifico – sarebbe quella di tenere la piattaforma Rousseau, definendo più nettamente i confini fra l’associazione e il Movimento con un nuovo contratto di servizio.

Muteranno nome e simbolo?

Il rapporto conflittuale con Davide Casaleggio si porta dietro un altro problema, decisamente intricato: la proprietà del simbolo.

Cerchiamo di dare solo qualche punto fermo. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il 26 settembre del 2012 Beppe Grillo ha depositato presso l'Ufficio brevetti e marchi del Ministero dello Sviluppo economico il logo con il nome “MoVimento 5 stelle” e le cinque stelle, senza altre scritte.

Nel 2017, però, l’associazione di Grillo ha concesso il simbolo in comodato d’uso alla nuova associazione “MoVimento 5 stelle” (la stessa scritta del logo), di cui sono fondatori Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. Alle Politiche del 2018, il simbolo è stato utilizzato con l’aggiunta della scritta «ilblogdellestelle.it».

Non è chiaro quindi se anche Casaleggio possa rivendicare la proprietà del simbolo. Di certo il sito ilblogdellestelle.it è di proprietà dell’associazione Rousseau, per cui un primo passo potrebbe essere la rimozione della scritta dall’emblema pentastellato. La giornalista Annalisa Cuzzocrea ha scritto su Repubblica che il nuovo simbolo includerà invece la data “2050”, il nuovo filo rosso politico introdotto da Beppe Grillo per ricostruire un Movimento che guardi alle nuove generazioni.

Che fine hanno fatto gli Stati generali?

Il 17 febbraio 2021, gli attivisti del Movimento 5 stelle hanno confermato con una votazione sulla piattaforma Rousseau le decisioni faticosamente elaborate dagli Stati generali, una specie di congresso online con lo scopo di definire la riorganizzazione della forza politica.

La principale novità riguardava la leadership: il Movimento 5 stelle abbandonava la formula del “capo politico” per tornare a un organismo collegiale, un comitato di cinque rappresentanti eletti ogni tre anni.

La decisione di Beppe Grillo di “consegnare” il Movimento a Conte, facendone di fatto, se non il capo politico, un nuovo leader unico al comando, ha spazzato via tutte le intenzioni precedenti.

Rimane comunque l’ipotesi che un comitato a cinque venga eletto, in questo caso come una sorta di “segreteria” di Giuseppe Conte.

Che forma prenderà l’alleanza con il Pd?

L’alleanza fra il Partito democratico e il nuovo Movimento 5 stelle non è in discussione. Resterà da capire quale forma prenderà.

Già il 24 marzo, Giuseppe Conte ha incontrato il neo-segretario del Pd Enrico Letta. Secondo i retroscena, i due si sono piaciuti molto. «Un primo faccia a faccia, molto positivo – ha commentato Letta su Twitter – tra due ex che si sono entrambi buttati, quasi in contemporanea, in una nuova affascinante avventura». Entrambi i leader, in effetti, sono alle prese con il tentativo di rinnovare le rispettive forze politiche.

Al di là delle simpatie personali, anche questo terreno è politicamente scivoloso.

Il primo banco di prova dell’alleanza M5s-centrosinistra sarà infatti quello delle amministrative in programma in autunno. Oltre 1.200 comuni al voto, ma soprattutto alcune fra le maggiori città italiane: Roma, Torino, Napoli, Milano e Bologna.

Gli equilibri sono complicati in ognuna di queste, ma mai come nella Capitale. A Roma, infatti, la sindaca Virginia Raggi si è già ricandidata – forte dell’endorsement di Beppe Grillo – troncando sul nascere qualsiasi ragionamento su un possibile asse con il Pd. E la competizione per la Capitale renderà senz’altro più difficile la possibilità di trovare il giusto incastro perché Pd e M5s si presentino insieme nelle altre città al voto.

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