Pubblicato: lunedì 22 marzo 2021
Photo: Ansa
Il sistema a colori funziona? Che cosa dicono i numeri

Il 21 marzo, in un’intervista con La Stampa, il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato che il sistema di divisione a colori delle regioni resterà in vigore anche dopo Pasqua.

A quasi cinque mesi dalla sua introduzione è dunque tempo di bilanci. Le zone rosse, gialle e arancioni stanno funzionando? Quali sono i limiti principali del sistema a colori? In breve: diversi dati suggeriscono che le aree colorate siano efficaci nel ridurre i contagi e la pressione sul sistema ospedaliero, ma il ruolo di fattori come l’indice Rt e l’incidenza dei casi può essere migliorato.

Come funziona il sistema a colori

Prima di vedere i numeri, facciamo un breve ripasso. Attualmente il sistema a colori – che vanno dal bianco al rosso – si basa su tre elementi: l’analisi del rischio, l’indice Rt e l’incidenza settimanale dei contagi. A novembre 2020, quando il sistema era stato introdotto, l’incidenza non era considerata, ma da marzo 2021 ha assunto un ruolo di primo piano. Con più di 250 casi ogni 100 mila abitanti scatta infatti automaticamente la zona rossa, mentre se si è sotto i 50 casi ogni 100 mila abitanti si può essere al massimo in gialla o in bianca.

Tra i 50 e i 250 casi ogni 100 mila abitanti entra in gioco il sistema di monitoraggio realizzato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dal Ministero della Salute, dove l’analisi del rischio ha un ruolo importante. Senza andare troppo nel dettaglio (qui una spiegazione più approfondita), sulla base di 21 indicatori e di due algoritmi viene stabilito il livello di rischio di una regione, che può andare da “molto basso” a “molto alto”, e poi si guarda all’indice Rt per stabilire lo scenario di trasmissione. Qui le soglie importanti sono due: 1 e 1,25. Per poter andare in zona rossa è infatti necessario che l’estremo inferiore dell’intervallo di credibilità dell’indice Rt sia superiore a 1,25.

Quando si entra in un colore, bisogna rimanerci per almeno due settimane prima di poter scendere di nuovo a un colore con meno restrizioni. Si può invece passare a un colore con misure più severe già al primo monitoraggio settimanale con dati in peggioramento. Per entrare in zona bianca, invece, bisogna rimanere stabili a determinate condizioni per tre settimane consecutive (ad oggi c’è andata soltanto la Sardegna).

In generale, il sistema dei colori sembra uno strumento di mitigazione pensato per intervenire quando si aggrava la pressione sugli ospedali o quando la circolazione del virus è molto alta. Sebbene il suo obiettivo non sia mai stato esplicitato, possiamo dire che non si tratta di un sistema introdotto per ridurre l’incidenza e portarla a un livello molto basso, come invece fu con il lockdown di marzo-aprile 2020, ma per “convivere” con il virus. Le restrizioni in zona rossa possono infatti essere allentate anche solo dopo due settimane, se c’è un miglioramento degli indicatori e dell’indice Rt.

Il sistema funziona?

Valutare con precisione se il sistema a colori abbia funzionato (e stia funzionando) è un compito complesso perché non sappiamo che cosa sarebbe successo senza la sua introduzione. Alcuni studi hanno già provato a quantificare se le restrizioni adottate abbiano raggiunto lo scopo per cui sono state pensate.

Lo studio della Fbk

Il 24 febbraio 2021 è stata pubblicata una ricerca realizzata da alcuni ricercatori, tra cui alcuni della Fondazione Bruno Kessler (Fbk), un ente di ricerca di interesse pubblico di Trento, e dell’Iss. La ricerca non è ancora stata pubblicata su una rivista e quindi non è stata ancora sottoposta al controllo della comunità scientifica, ma ha l’obiettivo di valutare proprio l’efficacia del sistema a colori italiano.

Lo studio si concentra sul periodo che va dal 6 al 25 novembre 2020, quello della cosiddetta “seconda ondata”. Nella settimana tra il 30 ottobre e il 5 novembre l’indice Rt medio delle regioni che sono poi entrate in zona gialla era pari a 1,22, quello di quelle arancioni 1,35 e quello di quelle rosse 1,40. La ricerca stima che l’applicazione della zona gialla abbia portato a una riduzione dell’indice Rt del 18 per cento, quella arancione del 34 per cento e quella rossa del 45 per cento. L’indice Rt è sceso sotto alla soglia di 1 nella settimana tra il 19 e il 25 novembre nel 91 per cento delle province in zona rossa, nell’81 per cento di quelle in arancione e nel 50 per cento di quelle in giallo (nonostante quest’ultime partissero da valori già più bassi).

Il sistema ha contribuito anche a una riduzione delle ospedalizzazioni. La ricerca stima che l’introduzione del sistema a colori abbia ridotto del 37 per cento le ospedalizzazioni complessive. Nello specifico, c’è stata una riduzione in zona gialla del 17 per cento, in zona arancione del 38 per cento e in zona rossa del 41 per cento.

Se non si fosse adottato il sistema a colori, i ricercatori stimano che si sarebbe avuto un aumento delle ospedalizzazioni. Nelle zone arancioni, per esempio, in tre settimane si sarebbe avuto un raddoppio delle nuove ospedalizzazioni. L’adozione della zona gialla ha invece tenuto l’incidenza a un livello costante.

Nel complesso, i dati indicano che si sono evitate 26 mila nuove ospedalizzazioni, che si sarebbero aggiunte alle oltre 49 mila ospedalizzazioni registrate in quei 21 giorni dall’Iss. I ricercatori scrivono che il sistema a colori ha avuto un «chiaro impatto» sulle attività umane e sulla trasmissione del coronavirus. Ma a differenza del lockdown dell’anno scorso, l’impatto sulle attività quotidiane è stato sensibilmente minore (Grafico 1).

Grafico 1. Andamento temporale dell’indice Rt a seconda dei colori – Fonte: Merler et al. (2021)

La ricerca dell’Aie

Anche l’Associazione italiana di epidemiologia (Aie) a gennaio aveva condotto un’analisi del sistema a colori in 11 regioni, divulgando i risultati sul sito di settore Scienza in rete. L’analisi ha utilizzato come periodo di partenza quello precedente alla data di entrata in vigore delle zone e poi le quattro settimane successive.

Per l’analisi, l’Aie ha poi utilizzato il cosiddetto “rischio relativo” (RR), un indicatore che determina la probabilità che una persona appartenente a un gruppo esposto a determinati fattori si contagi, rispetto alla probabilità che una persona appartenente a un gruppo non esposto a determinati fattori si contagi.

Le quattro regioni in zona rossa hanno visto una riduzione del RR da 1 a 0,2-0,3, quindi un calo di 4-5 volte, mentre le cinque regioni in arancione hanno mostrato una riduzione di 2-3 volte, arrivando a un RR di 0,3-0,6. Le due regioni in zona gialla hanno mostrato due andamenti differenti: il Lazio ha dimezzato il RR, mentre in Veneto è cresciuto del 20 per cento (Tabella 1).

Tabella 1. RR delle regioni a colori – Fonte: Aie

Gli epidemiologi hanno concluso che solo «le regioni in zona rossa abbiano mostrato un declino significativo ed omogeneo dell’incidenza di Covid-19 nelle quattro settimane successive al provvedimento», mentre le «regioni in zona arancione hanno mostrato un comportamento disomogeneo» e per quelle in giallo «rimangono problemi interpretativi del dato, che potrebbe risentire di altri fattori che non è stato possibile considerare in queste analisi».

Tra le due analisi, quella condotta da Fbk e Iss appare più solida in quanto ha potuto utilizzare dati più affidabili che all’Aie non erano disponibili, e gli hanno permesso di non fare affidamento solo sull’andamento dei casi per valutare l’efficacia delle misure.

Il monitoraggio non è perfetto

Il sistema a colori dunque sembra funzionare, ma è lontano dall’essere perfetto. Vediamo i tre limiti principali.

I limiti dell’indice Rt

Un primo limite, che avevamo già evidenziato a novembre scorso, è il ruolo che ha l’indice Rt e la decisione di guardare l’estremo inferiore del suo intervallo di credibilità invece che al suo valore medio.

Il Friuli-Venezia Giulia, per esempio, nel monitoraggio della prima settimana di febbraio è rimasto in zona gialla perché l’estremo inferiore del suo indice Rt era pari a 0,99 nonostante il valore medio fosse 1,03.

Il sistema a colori tende inoltre a tenere le regioni più piccole in zona gialla per più tempo. L’intervallo dell’indice Rt dipende infatti da quanti casi si sono registrati. Una regione piccola come il Molise o la Valle d’Aosta avrà sempre pochi casi e un ampio intervallo, mentre una regione popolosa come la Lombardia avrà un intervallo sempre piccolo. A parità di valori medi è quindi possibile che una regione grande finisca in zona rossa e una piccola rimanga in zona gialla.

C’è anche il problema dell’affidabilità del calcolo dell’indice Rt. Questo indicatore è calcolato a partire dalla data di inizio sintomi dei casi positivi. Affinché sia affidabile è necessario quindi che le regioni siano rapide nel trovare i contagi. Il 3 marzo in Lombardia si è per esempio scoperto che l’indice Rt calcolato il 10 febbraio non era 0,82, come risultava al 24 febbraio, ma 1,11 e che quindi la regione era rimasta una settimana in più in zona gialla quando avrebbe dovuto passare in arancione.

Grafico 2. Andamento dell’indice Rt della Regione Lombardia – Fonte: Vittorio Nicoletta

Il peso dell’incidenza

Un altro problema riguarda il ruolo dell’incidenza dei contagi. Attualmente con 250 casi ogni 100 mila abitanti scatta in automatico la zona rossa, ma c’è il rischio che una regione possa artificialmente cercare di rimanere sotto questo livello riducendo il numero di tamponi giornalieri. Questo tema è stato affrontato anche dal Comitato tecnico scientifico (Cts), l’organismo che consiglia il governo sulla pandemia.

Il verbale 144 del 12 gennaio 2021 spiega che se si individua un parametro di incidenza per decidere quale zona applicare (allora non si usava ancora) si sarebbe dovuto «valutare anche l’ipotesi di una modulazione associata all’utilizzo di congrui fattori di correzione» al fine di «considerare l’impatto delle diverse politiche regionali di testing».

In un precedente verbale, il 143 dell’8 gennaio 2021, un documento redatto dall’Iss spiegava che il sovraccarico delle strutture sanitarie si osserva quando viene raggiunta un’incidenza di 300 casi ogni 100 mila abitanti. Sopra i 250 casi ogni 100 mila abitanti l’Iss consigliava di passare al «massimo livello di mitigazione».

I limiti temporali

Infine, va osservato che il sistema a colori ha dei problemi temporali. Nell’ultimo monitoraggio pubblicato il 19 marzo, i dati sull’incidenza si riferiscono al periodo 12-18 marzo, l’indice Rt è aggiornato al 3 marzo, gli altri indicatori all’8-14 marzo e quelli sulla pressione ospedaliera al 16 marzo. Gli elementi che decidono in che colore bisogna finire fanno riferimento quindi a differenti periodi temporali.

Questo evidenzia come il sistema a colori possa essere lento nel reagire al peggioramento dell’epidemia. Generalmente, i colori delle regioni sono decisi il venerdì, basandosi su indicatori aggiornati ad almeno una settimana prima, ed entrano in vigore il lunedì. Il rischio è che una zona rossa, per esempio, entri in funzione troppo tardi.

In conclusione

Il sistema a colori è stato introdotto a novembre scorso come alternativa al lockdown nazionale per differenziare le misure restrittive a seconda della situazione epidemiologica delle varie regioni. È uno strumento di mitigazione e non di eradicazione, come invece potrebbero essere considerate chiusure più restrittive e maggiori limitazioni agli spostamenti personali.

Le restrizioni si sono dimostrate efficaci nel ridurre i casi e in particolar modo nel far scendere l’indice Rt. In base agli studi oggi a disposizione, la zona rossa sembra essere la più efficace, ma anche l’arancione e in parte la gialla ottengono dei risultati.

Il sistema a colori, già modificato alcune volte, presenta ancora problemi. I principali riguardano il ruolo che hanno l’indice Rt e l’incidenza dei casi, che potrebbe per esempio incentivare le regioni a diminuire il numero di tamponi.

Nonostante tutto, il sistema a colori si è dimostrato un’alternativa al lockdown efficace per lo scopo a cui era stato pensato, cioè di intervenire per mitigare il rischio e permettere di “convivere” con il coronavirus. A novembre scorso l’alternativa a questo sistema sarebbe stato nuovamente un lungo lockdown con il rischio di doverlo ripetere nuovamente nel giro di alcuni mesi o di doverlo prolungare a lungo.

di Lorenzo Ruffino

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