Da dove viene la bizzarra idea di Vannacci di far votare i bambini tramite i genitori

L’ha teorizzata un demografo ungherese negli Ottanta e non è mai stata applicata in nessuno Stato democratico. Solo il Belgio a fine Ottocento aveva un sistema simile, ma per motivi diversi
 ANSA/LUCA ZENNARO
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Dare un voto in più ai genitori per ogni figlio, «per dare ulteriore e formale riconoscimento al valore della famiglia, la società domestica, quale nucleo fondante della società nazionale». Mentre a settembre la Commissione Affari costituzionali del Senato riprenderà l’esame della riforma della legge elettorale voluta dal centrodestra, già approvata dalla Camera, Futuro Nazionale ha pubblicato la seconda parte del suo programma in cui è contenuta tra le altre cose l’idea di cambiare il sistema di voto in Italia, con una riforma della Costituzione piuttosto particolare e che non ha precedenti in nessuno Stato democratico.
Nella seconda parte del suo programma, Futuro Nazionale ha infatti proposto di istituire il «voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli». «Sarebbe un interessante esperimento politico, da valutare attentamente, quello di dare rappresentanza a tutti gli italiani, facendo rappresentare, come già avviene in ogni altra materia, i minori dai genitori. Sarebbe peraltro una forma di ponderazione democratica del voto, che tiene conto del peso di chi rappresenta una “società domestica”, ovvero una famiglia», si legge nel programma ideato da Lorenzo Gasperini, responsabile nazionale del programma di Futuro Nazionale. In concreto, la proposta prevede una riforma dell’articolo 48 della Costituzione, ossia quello che stabilisce che sono elettori «tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età» e che «il voto è personale ed eguale, libero e segreto». L’idea di Futuro Nazionale, che non è ancora stata formulata in una proposta di riforma precisa, prevede l’introduzione in Costituzione della possibilità di assegnare ai genitori un numero aggiuntivo di schede, pari a quello dei figli, suddiviso tra padre e madre, e se i figli sono dispari a tornate elettorali alternate. Per esempio, se una coppia di genitori ha due figli, verrebbe assegnato un voto in più sia al padre che alla madre. Se una coppia ha tre figli, il meccanismo cambia: in una tornata elettorale il padre avrebbe due voti in più e la madre solo uno, mentre nella tornata successiva la situazione verrebbe invertita. 

L’idea di Futuro Nazionale rientra tra le varie iniziative con cui il partito di Vannacci vuole valorizzare la famiglia cosiddetta “naturale”, ossia quella forma da un uomo e da una donna. Il punto però è che questo sistema, assegnare un voto in più per ogni figlio ai genitori, non esiste in un nessun Paese democratico e un sistema simile, ma con notevoli differenze era stato applicato solo in Belgio tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento quando il suffragio universale ancora non esisteva.

La proposte di Campiglio e Sacconi

Come viene spiegato nel programma, la proposta di Futuro Nazionale di assegnare un voto in più ai genitori per rappresentare i figli al momento del voto non è nuova, ma è frutto di alcune proposte già presentate in Italia in passato, in particolare dall’economista Luigi Campiglio e dall’ex ministro dei governi Berlusconi Maurizio Sacconi, già esponente di Forza Italia, del Popolo della Libertà e infine del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano.

Il primo tra i due a proporre il voto plurimo per i genitori è stato Campiglio, che in occasione del congresso del sindacato cattolico ACLI, propose di riconoscere il diritto di voto fin dalla nascita, facendolo esercitare dai genitori fino alla maggiore età. Campiglio spiegava che sarebbe servita una modifica costituzionale per stabilire che «il voto si acquista con la nascita» e che, fino alla maggiore età, fosse esercitato dai genitori, e indicava anche, come possibile soluzione pratica, l’esercizio preferenziale da parte della madre. All’epoca la proposta, ribattezzata Un bambino, un voto, fece discutere il mondo cattolico e una parte del centrosinistra, ma non ebbe nessun seguito. Allo stesso modo, non ebbe nessun seguito il disegno di legge di riforma costituzionale che nel 2006 fu presentato dal senatore dell’Unione di Centro Maurizio Eufemi, e che puntava proprio a estendere il diritto di voto ai minori tramite la rappresentanza dei genitori. 

L’idea del voto plurimo per i genitori è stata rilanciata otto anni più tardi, nel 2014, da Sacconi, che all’epoca faceva parte del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e sosteneva l’allora governo di Matteo Renzi. La proposta di riforma costituzionale di Sacconi prevedeva l’eliminazione dell’uguaglianza del voto di tutti i cittadini, stabilendo che i genitori maggiorenni hanno il diritto di esprimere «un voto plurimo ponderato sulla base del numero dei figli minorenni», e che le modalità di voto sarebbero state stabilite da una legge successiva. Anche questa proposta comunque non ha avuto nessun seguito. 

Il Demény voting e i problemi di costituzionalità

Alla base di tutte queste iniziative, compresa quella di Futuro Nazionale, c’è una teoria proposta nel 1986 dal demografo ungherese Paul Demény. In un articolo pubblicato sulla rivista Population and Development Review, Demény propose una serie di riforme, che definì «tra radicalismo utopico e statalismo assistenziale estremo», per cercare di invertire la tendenza delle nascite e per rendere il sistema politico più reattivo nei confronti dei giovani. Tra queste riforme il demografo ungherese propose appunto l’assegnazione di un voto aggiuntivo ai genitori in rappresentanza dei figli in occasione delle elezioni. «Quando i nuovi nati vengono ammessi nella società umana, non dovrebbero essere lasciati privi dei diritti civili per circa 18 anni: lasciamo che i genitori esercitino i diritti dei bambini fino al raggiungimento della maggiore età», si legge (pag. 20) nella proposta di Demény, che negli anni ha assunto il nome di Demény voting e che però non è mai stata adottata da nessuno Stato democratico finora. 

Al netto dell’intenzione di favorire la rappresentanza delle famiglie, questa teoria presenta però diversi problemi e sarebbe incompatibile con un sistema democratico. «Si tratta di una teoria che mette in discussione, e anzi compromette, un principio cardine della democrazia, che è per l’appunto l’eguaglianza del voto tra i cittadini. Assegnando un voto in più ai genitori, i cittadini non avrebbero più lo stesso peso al momento del voto», ha spiegato a Pagella Politica il politologo Marco Valbruzzi, professore di Scienza Politica all’Università Federico II di Napoli. «La proposta di Futuro Nazionale è una trovata più comunicativa che concreta dal punto vista politico, per enfatizzare l’attenzione che Vannacci ha per la famiglia naturale. Per il resto, dal punto di vista pratico, la proposta ha seri problemi di compatibilità con un sistema realmente democratico, tanto che in nessun Paese è mai stato approvato un tale sistema, seppur se ne sia discusso», ha aggiunto Valbruzzi.

Le proposte in Francia, Germania e Ungheria

Secondo le verifiche di Pagella Politica, la possibilità di introdurre un sistema di assegnare un voto in più ai genitori era emersa nei dibattiti durante in Francia durante la Terza Repubblica, tra il 1870 e il 1940, sull’estensione del suffragio universale anche alle donne. L’idea del voto plurimo in Francia comunque non venne mai approvata, nonostante un ultimo tentativo da parte della Repubblica di Vichy, il governo collaborazionista della Francia centro-meridionale guidato dal maresciallo Philippe Pétain durante la seconda guerra mondiale, attivo dal 1940 al 1944. In quel caso Pétain, alleato dei nazisti, aveva promosso una riforma della Costituzione francese in senso autoritario che prevedeva l’introduzione del “voto familiare doppio”, ossia un voto aggiuntivo solo per i padri con una famiglia di tre o più figli. Con la liberazione di Parigi e della Francia dal nazismo nell’agosto del 1944 la proposta di Pétain cadde insieme al suo governo.

Più di recente, tra il 2003 e il 2008 anche in Germania era sorto un dibattito sulla possibilità di introdurre un voto aggiuntivo per i genitori, alla luce di alcune proposte parlamentari, che neanche in questo caso ebbero successo. «Il dibattito in Germania si bloccò quando si capì che oltre a mettere in discussione il principio dell’eguaglianza del voto, l’idea di dare un voto in più ai genitori non dava di per sé più voce alle nuove generazioni, ma rischiava semmai di distorcere la rappresentanza», ha spiegato Valbruzzi. 

Il dibattito più recente rispetto alla possibilità di introdurre un voto aggiuntivo per i genitori è avvenuto in Ungheria, nel 2011, durante il secondo governo guidato da Viktor Orbán. All’epoca il partito di Orbán, Fidesz, aveva promosso l’idea del voto aggiuntivo all’interno di una complessiva riforma della Costituzione ungherese, ma dopo una consultazione referendaria la proposta è stata eliminata dal testo della riforma costituzionale, perché i cittadini ungheresi si erano dimostrati dubbiosi rispetto a questa iniziativa. 

Il caso del Belgio 

Secondo le nostre verifiche, l’unico Paese – almeno a livello europeo – che per un periodo di tempo adottò un sistema simile al voto plurimo proposto da Futuro Nazionale fu il Belgio tra il 1893 e il 1919. Come spiega il sito ufficiale del Senato belga, nel 1893 fu introdotto il voto plurimo maschile, poi abbandonato 26 anni dopo. In base a questo sistema, ogni elettore maschio aveva almeno un voto e alcuni potevano averne due o tre. Tra i criteri per ottenere un voto supplementare figurava anche l’essere padre di famiglia, insieme però a requisiti patrimoniali, fiscali o di istruzione. L’introduzione di questo tipo di suffragio era una sorta di compromesso, per rispondere ai movimenti che all’epoca chiedevano l’allargamento del diritto di voto ad almeno tutta la cittadinanza maschile. 

Con il voto plurimo maschile, si consentiva a tutti i cittadini maschi di votare, ma allo stesso tempo gli uomini che avevano grandi patrimoni, istruzione e figli potevano comunque contare di più degli altri. Insomma, il sistema adottato  dal Belgio a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento era davvero un sistema in cui alcuni padri disponevano di più voti. Non era però un voto esercitato per conto di ciascun figlio, ma serviva soltanto ad attribuire un peso maggiore ad alcuni cittadini maschi rispetto agli altri.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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