In questo inizio di settembre diversi esponenti politici e organi di informazione hanno criticato la decisione con cui un giudice di Torino avrebbe «assolto» o lasciato impunito un cittadino bengalese accusato di violenza sessuale nei confronti di una tredicenne, dopo che l’uomo si era dichiarato dispiaciuto.
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini è intervenuto sui canali social in merito alla scarcerazione dell’indagato, affermando che l’uomo avrebbe «violentato una ragazzina di 13 anni» e che la liberazione sarebbe avvenuta «perché si è pentito». Contemporaneamente, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’uomo come un «reo confesso» autore di un «reato così grave», mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto che il giudice avrebbe rilasciato l’uomo perché «era incensurato, si è mostrato collaborativo, ha detto di essere dispiaciuto».
Al netto delle legittime opinioni politiche sulla vicenda, queste ricostruzioni rischiano di essere fuorvianti, perché in realtà la liberazione dell’uomo non è stata dovuta solo al suo pentimento. Il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari (GIP) di Torino, che Pagella Politica ha potuto leggere, non è una sentenza e soprattutto non stabilisce l’innocenza dell’uomo. Al contrario, il giudice con un’ordinanza di quattro pagine ha ritenuto che a suo carico esistano gravi indizi di colpevolezza, ha riconosciuto un concreto pericolo di reiterazione e gli ha applicato una misura cautelare. Nonostante ciò, diversi magistrati hanno sollevato dubbi sulla solidità della motivazione con cui è stata scelta una misura molto meno severa del carcere.
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini è intervenuto sui canali social in merito alla scarcerazione dell’indagato, affermando che l’uomo avrebbe «violentato una ragazzina di 13 anni» e che la liberazione sarebbe avvenuta «perché si è pentito». Contemporaneamente, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’uomo come un «reo confesso» autore di un «reato così grave», mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto che il giudice avrebbe rilasciato l’uomo perché «era incensurato, si è mostrato collaborativo, ha detto di essere dispiaciuto».
Al netto delle legittime opinioni politiche sulla vicenda, queste ricostruzioni rischiano di essere fuorvianti, perché in realtà la liberazione dell’uomo non è stata dovuta solo al suo pentimento. Il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari (GIP) di Torino, che Pagella Politica ha potuto leggere, non è una sentenza e soprattutto non stabilisce l’innocenza dell’uomo. Al contrario, il giudice con un’ordinanza di quattro pagine ha ritenuto che a suo carico esistano gravi indizi di colpevolezza, ha riconosciuto un concreto pericolo di reiterazione e gli ha applicato una misura cautelare. Nonostante ciò, diversi magistrati hanno sollevato dubbi sulla solidità della motivazione con cui è stata scelta una misura molto meno severa del carcere.