Tajani esagera il ruolo dell’Italia nelle missioni internazionali

Il nostro Paese partecipa operativamente a molte missioni ONU e NATO, ma non siamo sempre primi per militari impiegati
ANSA
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Da settimane il governo italiano è oggetto delle critiche del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che accusa l’Italia di non aver sostenuto gli Stati Uniti nella guerra in Medio Oriente e ha minacciato un possibile ridimensionamento della presenza militare statunitense nel nostro Paese.

L’ultimo episodio risale allo scorso fine settimana. Il 9 maggio, in una telefonata con il Corriere della Sera, Trump ha detto di stare ancora valutando la possibilità di spostare truppe statunitensi dalle basi presenti nel nostro Paese. «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti. Il riferimento è alla decisione del governo italiano di negare a fine marzo il permesso di atterraggio ad alcuni aerei statunitensi diretti in Medio Oriente. 

Queste dichiarazioni hanno riacceso anche in Italia il dibattito sul ruolo del nostro Paese nelle missioni internazionali. Il 10 maggio, in un’intervista sempre al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha respinto le accuse di Trump. «Non è vero che l’Italia “non ha fatto nulla”», ha detto Tajani, aggiungendo che il nostro sarebbe «il Paese che dà il maggiore contributo alle operazioni di pace internazionali, sia con l’ONU che con la NATO». Il ministro ha citato in particolare il Libano, dove l’Italia partecipa alla missione UNIFIL delle Nazioni Unite.

Ma davvero l’Italia è il Paese che dà il maggiore contributo alle operazioni di pace internazionali? Tajani non chiarisce che cosa intenda per «contributo», ma dal contesto sembra riferirsi con tutta probabilità alla partecipazione operativa dell’Italia, ossia ai militari impiegati nelle missioni NATO e ONU. In breve: il ministro ha ragione nel dire che l’Italia ha un ruolo rilevante, soprattutto tra i Paesi occidentali. Ma sulla sua affermazione vanno fatte alcune precisazioni.

Il contributo nelle missioni NATO

Iniziamo dalla parte della dichiarazione di Tajani che riguarda il ruolo dell’Italia nelle missioni NATO. Su questo punto il ministro degli Esteri dice una cosa fondata: il contributo italiano alle attività dell’Alleanza è rilevante, anche se non è facile quantificarlo con precisione.

Secondo il Ministero della Difesa, al momento l’Italia è impegnata in 42 tra operazioni e missioni, di cui 38 fuori dal territorio nazionale. Tra le attività NATO, il nostro Paese è presente nei Balcani, in particolare in Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Serbia; in Iraq; e nei Paesi dell’Europa orientale alleati della NATO, con attività in Lettonia, Bulgaria, Ungheria ed Estonia. L’Italia partecipa inoltre alle attività NATO di assistenza e addestramento a sostegno dell’Ucraina.

Un caso particolarmente rilevante è quello del Kosovo, dove l’Italia partecipa alla missione NATO Kosovo Force (KFOR). La missione ha l’obiettivo di contribuire a mantenere un ambiente sicuro nell’area e a garantire la libertà di movimento per tutte le comunità. Secondo un documento ufficiale della NATO aggiornato ad aprile, KFOR conta in totale 4.627 militari provenienti da 31 Paesi. L’Italia è il principale contributore, con 907 unità, davanti anche agli Stati Uniti, che ne hanno 590.

Fare confronti più generali, però, è complicato. La NATO pubblica dati sui contingenti nazionali per alcune missioni, ma non una classifica unica e ufficiale dei militari impiegati dai singoli Paesi in tutte le sue operazioni. Inoltre, come abbiamo spiegato in un precedente fact-checking, i dati italiani indicano spesso i militari autorizzati a partire, non quelli effettivamente presenti sul campo. Nell’articolo avevamo rilevato che nel 2024 l’Italia aveva 2.653 militari impegnati in 11 missioni e operazioni permanenti NATO. Secondo questa stima, il nostro Paese risultava tra i principali contributori dell’Alleanza, dietro solo agli Stati Uniti, il cui dato era però parziale.

Questi elementi confermano che negli ultimi anni l’Italia ha avuto un ruolo importante nelle missioni NATO. Non bastano però a confermare del tutto la frase di Tajani, che non riguarda solo la NATO ma anche le operazioni di pace dell’ONU.

I dati dell’ONU

Passando alle missioni di pace dell’ONU, il primato italiano citato da Tajani va ridimensionato. Se il confronto è mondiale, infatti, l’Italia non risulta il Paese con il maggiore contributo.

Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite aggiornati al 31 gennaio 2026, l’Italia è al 17° posto al mondo per militari e personale di polizia impiegati nelle missioni di pace. In totale le unità italiane sono 791, tra truppe, osservatori militari, ufficiali di staff e personale di polizia. Davanti al nostro Paese ci sono Stati come Nepal, India, Rwanda, Bangladesh, Pakistan, Indonesia, Ghana, Cina, Marocco ed Egitto. Il Nepal, primo contributore mondiale, ha 4.480 unità impiegate nelle missioni ONU; l’India 4.268; il Rwanda 4.201; il Bangladesh 4.051.

Dunque, se la frase di Tajani viene letta in senso assoluto, non è corretta: l’Italia non è il Paese che dà il maggiore contributo alle operazioni di pace dell’ONU. Il quadro però cambia se il confronto viene ristretto ai Paesi occidentali.

La rappresentanza permanente italiana presso le Nazioni Unite scrive che l’Italia è il «primo contributore di truppe, tra i Paesi occidentali, alle operazioni di pace ONU», oltre che il settimo contributore al bilancio ordinario e a quello per le operazioni di mantenimento della pace. I dati ONU già citati confermano questa ricostruzione: nella classifica di gennaio 2026 l’Italia era davanti, per esempio, a Spagna, Francia, Regno Unito, Germania, Canada e Stati Uniti. 

In altre parole, un primato italiano esiste, ma va circoscritto: non riguarda il confronto con i Paesi di tutto il mondo, come lascia intendere la frase di Tajani, bensì solo quello con i Paesi occidentali.

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