Sulle basi statunitensi Meloni fa le stesse cose dei predecessori

Secondo il ministro della Difesa Crosetto nessun governo ha mai messo in discussione gli accordi con gli Stati Uniti: è vero, ma con qualche eccezione
ANSA
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Il 7 aprile il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riferito alla Camera sulla posizione del governo riguardo all’uso delle basi militari statunitensi in Italia. L’informativa è arrivata una settimana dopo una notizia pubblicata dal Corriere della Sera, secondo cui il 27 marzo lo stesso Crosetto avrebbe negato l’autorizzazione all’utilizzo della base di Sigonella, vicino a Catania, da parte di alcuni bombardieri statunitensi diretti in Medio Oriente, dove è in corso un conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il 31 marzo il governo ha diffuso una nota in cui ribadiva che «l’Italia agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti», ma le opposizioni hanno comunque chiesto al ministro della Difesa di riferire in Parlamento sull’accaduto.

Nel suo intervento, Crosetto ha difeso la linea del governo sostenendo che sia in linea con quella seguita dall’Italia negli ultimi decenni. «L’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta coerente continuità da oltre 75 anni», ha dichiarato il ministro. Secondo Crosetto, in questo arco di tempo «nessun governo, di nessun colore politico, ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di denunciare o non attuare» questi trattati.

Ma è davvero così? Anche se il contenuto degli accordi è in parte coperto da riservatezza, le fonti disponibili permettono comunque di ricostruire come queste intese sono state applicate dai governi italiani e aggiornate nel tempo, mostrando una linea in gran parte stabile, ma con qualche eccezione.

Gli accordi in vigore

Durante il suo intervento alla Camera, Crosetto ha richiamato i principali accordi internazionali che da oltre settant’anni regolano la presenza e l’utilizzo delle basi militari sul territorio italiano da parte dei Paesi membri della NATO e, in particolare, degli Stati Uniti.

Come abbiamo spiegato in un precedente approfondimento, il quadro di riferimento nasce nell’ambito della NATO. Il primo accordo è il Trattato Nord Atlantico, firmato a Washington nel 1949, con cui è stata istituita l’Alleanza. Il trattato stabilisce un impegno di difesa collettiva tra gli Stati membri, che si impegnano a collaborare per rafforzare la propria capacità di risposta a eventuali attacchi armati. Più direttamente collegata al tema della presenza militare è la Convenzione sullo Statuto delle forze (SOFA), firmata nel 1951 e citata dallo stesso Crosetto. Questa convenzione stabilisce le regole generali per la presenza di militari di uno Stato alleato sul territorio di un altro Paese membro, disciplinando aspetti come la giurisdizione e alcune condizioni operative.

Per quanto riguarda invece i rapporti bilaterali tra Italia e Stati Uniti, Crosetto ha citato due accordi firmati nel 1954. Il primo è l’Air Technical Agreement, che riguarda le attività dei velivoli militari statunitensi sul territorio italiano, definendone anche i limiti. Il secondo è il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA), che stabilisce le modalità di utilizzo delle basi messe a disposizione delle forze armate statunitensi. Questo accordo è spesso chiamato “accordo ombrello” perché rappresenta il riferimento generale per la presenza militare statunitense in Italia, da cui derivano accordi tecnici specifici per le singole basi. 

In generale, la cooperazione militare tra Italia e Stati Uniti si basa su un quadro di accordi consolidato nel tempo. Questo non significa però che nel corso degli anni non siano stati discussi contenuti e modalità di applicazione di queste intese, che in diversi casi sono state aggiornate o integrate.

Solo aggiornamenti operativi

Nel tempo sono state firmate diverse intese tecniche che hanno aggiornato alcuni aspetti operativi degli accordi tra Italia e Stati Uniti sull’uso delle basi militari. Questi interventi non hanno modificato l’impostazione generale della cooperazione tra i due Paesi, che è rimasta sostanzialmente invariata.

Lo stesso Crosetto ha ricordato durante l’informativa che il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 è stato aggiornato nel 1973. I dettagli di questa revisione non sono pubblici, ma il fatto che l’accordo sia stato modificato mostra che nel tempo alcuni aspetti sono stati aggiornati per adattarsi a un contesto politico e operativo cambiato rispetto agli anni Cinquanta. Un passaggio importante è poi il Memorandum d’intesa firmato nel 1995 tra Italia e Stati Uniti, noto come «Shell Agreement». L’accordo, concluso durante il governo tecnico guidato da Lamberto Dini, ha riorganizzato il sistema delle intese tecniche che attuano il Bilateral Infrastructure Agreement e regolano le singole installazioni militari presenti sul territorio italiano. Il documento prevede che ogni installazione sia disciplinata da accordi specifici, che definiscono le modalità operative e la cooperazione tra le autorità italiane e quelle statunitensi.

Una revisione di alcuni aspetti operativi delle intese fu discussa anche dopo l’incidente del Cermis del 1998, quando un aereo militare statunitense in volo a bassa quota tranciò il cavo di una funivia, causando la morte di venti persone. Il dibattito si concentrò soprattutto sulla necessità di chiarire responsabilità e modalità di controllo delle attività militari, senza però mettere in discussione l’impianto generale degli accordi. Nel 1999, rispondendo a un’interrogazione parlamentare al Senato, Sergio Mattarella – allora vicepresidente del Consiglio del primo governo D’Alema – parlò dell’attivazione di una «commissione bilaterale Italia-USA incaricata di aggiornare gli aspetti operativi delle basi», ma sempre in continuità con quanto stabilito dallo Shell Agreement. Allo stesso tempo, Mattarella precisò che il «governo non intende porre, in alcun modo, in discussione la presenza in Italia delle basi che ospitano forze statunitensi e di altri Paesi della NATO».

Negli anni successivi sono stati firmati altri accordi tecnici relativi a singole installazioni militari. Tra questi c’è il Technical Arrangement sulla base di Sigonella dell’aprile 2006, firmato negli ultimi giorni del terzo governo Berlusconi. Come ha spiegato a Pagella Politica Domenico Pauciulo, ricercatore di Diritto internazionale all’Università di Trieste, «gli accordi che regolano nel dettaglio le attività delle basi militari non sono in gran parte pubblici, con alcune eccezioni relative a singole installazioni, come quella di Sigonella». Si tratta però di «intese operative, diverse dagli accordi quadro – come il BIA o l’Air Technical Agreement – che nel tempo sono sempre rimasti il riferimento generale della cooperazione tra Italia e Stati Uniti».

Una linea (quasi sempre) comune

Oltre agli aggiornamenti tecnici degli accordi, ci sono stati anche alcuni casi in cui i governi italiani hanno posto limiti all’uso concreto delle basi militari statunitensi. Si tratta di episodi circoscritti, che non hanno mai messo in discussione formalmente l’alleanza con gli Stati Uniti, ma mostrano che l’applicazione delle intese ha qualche margine di discrezionalità da parte dei governi italiani.

Un primo caso risale al 1986, durante il governo guidato da Bettino Craxi. In occasione dei bombardamenti statunitensi contro la Libia, il governo italiano non autorizzò l’uso delle basi presenti sul territorio nazionale da parte degli aerei diretti a colpire obiettivi libici. Si trattò di una decisione legata al contesto politico del momento, ma non ci furono prese di posizione pubbliche del governo che mettessero in discussione gli accordi con gli Stati Uniti.

Un altro episodio si verificò nel 2003, durante il secondo governo Berlusconi, nel contesto della guerra in Iraq. In quel caso il governo escluse una partecipazione diretta italiana al conflitto. Allo stesso tempo autorizzò l’uso delle basi e il sorvolo dello spazio aereo nazionale per attività di supporto logistico agli alleati, precisando però che questo non avrebbe comportato attacchi militari contro l’Iraq partiti dal territorio italiano. Lo stesso Berlusconi chiarì alla Camera che l’Italia non avrebbe partecipato ad «attacchi militari che partano da queste basi».

In generale, al di là dei singoli episodi, la cooperazione militare tra Italia e Stati Uniti è rimasta stabile nel tempo. Allo stesso tempo, i governi italiani hanno mantenuto un certo margine di scelta sull’uso concreto delle basi militari. Si tratta però di decisioni legate a situazioni specifiche, che non hanno mai messo in discussione l’impianto generale degli accordi.

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