È stato il taglio delle accise a causare una speculazione sulla benzina

Secondo diversi politici, dietro i rincari dei carburanti ci sarebbe la speculazione dei distributori, ma in realtà è stato il decreto del governo a dare un vantaggio ai benzinai
Ansa
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Nei primi giorni della crisi in Iran, con il conseguente aumento dei prezzi energetici, una parte della politica italiana e del governo ha parlato di “speculazione” per spiegare il rialzo dei prezzi del carburante alla pompa. Ma, al netto delle dichiarazioni, l’esistenza di un fenomeno speculativo del genere non è mai stata dimostrata del tutto.

Vale quindi la pena analizzare i dati disponibili per capire se ci siano elementi per sostenerlo, e per provare a stabilire che cosa sia cambiato dopo il decreto-legge che ha tagliato di 25 centesimi accise e IVA su benzina e diesel. Per “speculazione” si intende, in questo caso, un aumento anomalo dei prezzi non giustificato dal mercato, ma da rendite di posizione o da una concorrenza debole. 

In altre parole, in caso di speculazione il prezzo alla pompa crescerebbe più del costo della materia prima, cioè del prodotto raffinato (che in questo caso è il semilavorato ricavato dal greggio da cui si ottengono benzina e gasolio). Ma è davvero questo il caso?

Il prezzo della benzina

Per verificare l’andamento dei prezzi abbiamo usato i dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che pubblica le statistiche settimanali sui prezzi nei distributori, e quelli di Staffetta Quotidiana, testata di riferimento nel settore che rileva i prezzi dei prodotti raffinati. La metodologia è la stessa usata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato nell’indagine conoscitiva pubblicata nel giugno 2023, dopo i primi rincari seguiti alla crisi energetica del 2022.

Prima del decreto, la composizione del prezzo della benzina mostrava un quadro abbastanza chiaro. Nel mese di febbraio, prima dell’avvio delle operazioni militari americane e israeliane in Iran, il prezzo medio del prodotto raffinato era di 43 centesimi al litro. Il valore di riferimento per il mercato italiano è il Platts Cif Med, un’indice che include i prodotti petroliferi importati nel bacino del Mediterraneo. A questo si aggiungevano 97 centesimi tra accise e IVA e 24 centesimi di margine lordo della distribuzione. È soprattutto su questo margine lordo che si concentrano i sospetti di speculazione: si tratta della quota che garantisce la copertura dei costi (scorte obbligatorie, mescola con biocarburanti, trasporto e distribuzione) e della remunerazione della filiera italiana.

Dopo l’inizio del conflitto, il prezzo del prodotto raffinato è salito: tra il 28 febbraio e il 16 marzo è passato da 43 a 52 centesimi al litro e la quota incassata dallo Stato è aumentata, da 97 a 99 centesimi. Il margine della filiera però è rimasto stabile a 24 centesimi medi. Almeno prima del decreto, quindi, non emerge alcuna prova di un allargamento degli utili delle società di distribuzione. Lo stesso andamento si osserva anche per il gasolio.

Dopo il decreto

La situazione è cambiata dopo la pubblicazione del recente decreto in Gazzetta Ufficiale, nella settimana tra il 16 e il 22 marzo, escludendo il 19 marzo (primo giorno di applicazione, quando non tutte le stazioni di servizio avevano ancora recepito gli sconti). Dai primi dati disponibili, infatti, i margini lordi della filiera risultano aumentati. 

Per la benzina, tra il 16 e il 18 marzo erano pari a 17 centesimi medi, mentre tra il 20 e il 22 marzo sono saliti a 22 centesimi. Per il gasolio l’aumento è stato da 15 a 20 centesimi al litro. Un rialzo significativo in pochi giorni.
Elaborazione di Lorenzo Borga per Pagella Politica
Elaborazione di Lorenzo Borga per Pagella Politica
Questo aiuta a spiegare perché il calo dei prezzi alla pompa sia stato inferiore ai 25 centesimi previsti dal decreto: una parte delle catene di distribuzione ha deciso di trattenere parte del beneficio senza trasferirlo ai clienti finali, e al contempo le quotazioni del petrolio hanno continuato a crescere. 
Elaborazione di Lorenzo Borga per Pagella Politica
Elaborazione di Lorenzo Borga per Pagella Politica
In termini economici, si tratta della cosiddetta traslazione dell’imposta: l’aumento o la riduzione di una tassa non colpisce soltanto chi è tenuto a pagarla di diritto, ma può distribuirsi lungo tutta la filiera. In pratica, una parte del beneficio del taglio delle imposte non è arrivata agli automobilisti, ma è stata trattenuta dagli operatori della distribuzione. Ciò è più probabile in un mercato non perfettamente concorrenziale come quello dei carburanti alla pompa, dove la scelta per il consumatore è limitata: se ad esempio nelle vicinanze esiste una sola stazione di servizio, come accade in molte aree interne, il venditore ha meno incentivi a contenere i prezzi.

In sintesi, prima del decreto non c’era evidenza di una “speculazione” nel senso evocato da parte della politica. Dopo il taglio delle accise, invece, una quota del beneficio fiscale non si è tradotta in un pieno ribasso dei prezzi al consumo ed è stata parzialmente trattenuta dai distributori. Il costo dell’intervento pubblico di calmierazione dei carburanti, poco meno di mezzo miliardo di euro in 20 giorni, ha quindi finito per favorire anche gli utili di una parte degli operatori che erano stati indicati come speculatori.
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