Il PNRR è stato una palestra per gli enti pubblici

Il piano ha migliorato la gestione dei fondi da parte degli enti locali, ma a beneficiarne di più sono i comuni già abili nell’ottenere finanziamenti
Ansa
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Mercoledì 10 giugno l’Ufficio parlamentare di bilancio ha pubblicato il Rapporto sulla politica di bilancio 2026, un documento in cui si analizza l’impatto delle politiche del governo sulla crescita economica e sui conti pubblici. 

Una sezione del rapporto si concentra sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), ma non per valutare lo stato di avanzamento del piano, bensì per valutare l’impatto che la gestione di un progetto come il PNRR ha avuto sulla preparazione dei dipendenti pubblici, in particolare su quelli che si occupano di ottenere e utilizzare i fondi europei nei comuni. Intercettare e gestire questo tipo di finanziamenti è molto importante per gli enti locali, che spesso hanno risorse limitate, ma per accedervi sono necessarie delle competenze specifiche che non tutti gli uffici tecnici hanno.

Ma quindi la gestione del PNRR ha migliorato le capacità gestionali di comuni, province e regioni? In breve: più o meno.

L’impatto sull’efficienza

Il lavoro di analisi dell’UPB ha permesso di studiare l’evoluzione delle competenze nei comuni utilizzando diversi parametri. Tra questi c’è la rapidità degli uffici amministrativi, e il rapporto sottolinea come «il primo elemento che emerge è la maggiore velocità delle procedure finanziate dal PNRR». Si tratta di un’ottima notizia, considerando che nello scorso ciclo di bilancio europeo (2014-2020) l’Italia risultava nelle ultime posizioni per percentuale di fondi utilizzati, anche a causa dell’incapacità di rispondere in tempo alle scadenze. «I tempi di affidamento risultano significativamente più brevi rispetto a quelli delle procedure ordinarie comparabili, anche al netto delle semplificazioni normative introdotte nel periodo», si legge nel documento. Il piano ha dunque avuto un effetto positivo sulla rapidità di esecuzione dei dipendenti pubblici, anche senza considerare il peso delle semplificazioni per i progetti PNRR, che hanno accelerato ulteriormente i processi.

La sfida del PNRR ha migliorato soprattutto l’efficienza dei comuni medio-piccoli, che erano anche quelli in cui «esistevano maggiori margini di compressione dei tempi amministrativi». Secondo i tecnici dell’UPB, «questo risultato conferma che il PNRR ha agito come uno shock organizzativo oltre che finanziario, inducendo le amministrazioni a ridurre inerzie procedurali».

Il piano sembra aver raggiunto buoni risultati anche nel coinvolgimento delle economie locali. L’analisi mostra infatti che tra gli aggiudicatari dei progetti PNRR si trova un numero maggiore di microimprese rispetto alla normale gestione dei fondi europei. Uno degli obiettivi del piano era proprio quello di non limitarsi a coinvolgere grandi soggetti particolarmente abili nel rispondere agli appalti, ma anche imprese di dimensioni più ridotte e con una presenza capillare sui territori.

I buoni propositi del PNRR, che aveva anche l’obiettivo di migliorare i processi amministrativi e snellire la burocrazia, sembrano essere stati rispettati. Il documento dell’UPB mostra però una certa disuguaglianza nei risultati.

Il PNRR aumenterà le disuguaglianze?

I risultati raccontati dall’UPB non sono tutti positivi. Il rapporto mostra per esempio che la velocità delle procedure è aumentata, ma che il numero di partecipanti alle gare di appalto si è ridotto. Anche a causa dell’urgenza nella sua attuazione, il PNRR ha spinto gli enti a ottenere i fondi più rapidamente, ma la procedura di aggiudicazione è stata meno efficace in termini di concorrenza, con meno operatori che partecipano alle gare d’appalto. Questo fattore potrebbe sia dimostrare una certa difficoltà degli enti a coinvolgere più soggetti possibili, sia una carenza di competenze tecniche da parte delle imprese, che farebbero fatica a partecipare alle gare in tempi non dilatati. In un Paese in cui si fatica a spendere i soldi in generale, però, anche un miglioramento delle procedure senza maggiore concorrenza può essere una buona notizia. Il problema è che non è andata così dappertutto.

Nel monitoraggio sull’attuazione del PNRR pubblicato ad aprile, si raccontava di come le risorse stanziate con il piano fossero distribuite soprattutto al Sud, dove di solito si fa più fatica a utilizzare questi fondi. Alla fine, però, a usare di più queste risorse sono stati gli enti locali del Nord. Qualcosa di simile è avvenuto con i miglioramenti nella gestione amministrativa delle procedure europee. L’UPB sottolinea come «l’esperienza accumulata nella gestione di procedure simili si conferma un elemento decisivo». Chi aveva già esperienza avanzata nella gestione dei fondi europei, dunque, ha avuto meno difficoltà ad adeguarsi alle procedure e mostra anche migliori risultati nella gestione di fondi che non fanno parte del PNRR. 

Questo non significa che non ci sia stato un miglioramento: il documento dell’UPB racconta per esempio che lo sforzo per l’attuazione del PNRR ha spinto un maggior numero di comuni ad aggregarsi in “cordate di investimento” per gestire i fondi in maniera centralizzata, favorendo le economie di scala grazie a un maggior numero di risorse umane e competenze utilizzate. Come ricorda l’UPB, «questo risultato è coerente con il disegno istituzionale del piano, che ha incentivato il ricorso a centrali uniche di committenza e a strutture sovracomunali per sostenere amministrazioni con capacità tecniche limitate».

In generale, il rapporto distingue tra due possibili effetti sulle competenze dei comuni derivanti dal PNRR. Il primo riguarda la gestione del piano stesso e l’esperienza che i comuni hanno accumulato nell’attuarlo. Da questo punto di vista, i risultati positivi sembrano essere arrivati, anche se in modo diseguale tra i diversi enti locali. Il secondo effetto è invece più difficile da misurare nel breve periodo, ma potrebbe rappresentare il vero impatto del piano sull’efficienza della burocrazia italiana. Si tratta degli interventi per la digitalizzazione degli enti locali, contenuti nella Missione 1 del PNRR, dedicata a digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo. In questo ambito sarà necessario ulteriore tempo per capire in che misura il PNRR ha inciso, ma il rapporto dell’UPB sottolinea comunque che i comuni che avevano già attuato le riforme della Missione 1 mostrano «segnali di maggiore concorrenzialità anche nelle procedure non finanziate dal PNRR». Il documento sottolinea come queste evidenze siano preliminari, ma sono «coerenti con l’idea che investimenti in digitalizzazione, interoperabilità dei dati, formazione e supporto tecnico possano produrre benefici che vanno oltre il perimetro temporaneo del piano».

Insomma, i primi risultati sono positivi, ma, come ricorda lo stesso Ufficio parlamentare di bilancio, «il vero lascito del Piano dipenderà dalla capacità di trasformare gli strumenti e le pratiche sviluppate in questi anni in un rafforzamento stabile dell’amministrazione ordinaria».

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