Il fact-checking di Hallissey e Potere al Popolo a Pulp podcast

Dalla guerra in Ucraina alla questioni sociali, abbiamo verificato otto dichiarazioni di Hallissey, Granato e Collot
Pagella Politica
Il 15 giusto Pulp podcast, il video-podcast di Fedez e Mr. Marra, ha ospitato un confronto tra il presidente di Più Europa e dei Radicali Italiani Matteo Hallissey e i co-portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot. Insieme ad Hallissey ha partecipato anche il podcaster Ivan Grieco, che collabora con Più Europa e i Radicali Italiani ed è inviato di Pulp Podcast.

Dalla guerra in Ucraina alla questioni sociali, abbiamo verificato otto dichiarazioni di Hallissey, Granato e Collot.

La guerra in Ucraina

Granato: «Nell’ultimo anno 110 mila ucraini hanno disertato, perché non vogliono combattere, giustamente. Così come alcuni dissidenti russi sono scappati»

Non è chiaro quale sia la fonte precisa utilizzata da Granato. Alcuni dati sulle accuse per diserzione dei soldati ucraini sono stati pubblicati ad agosto 2025 dalla testata online ucraina Ukrainska Pravda. L’articolo in questione cita una risposta al primo ministro ucraino da parte dell’ufficio del procuratore generale. Secondo quanto riportato da Ukrainska Pravda, nei primi sette mesi del 2025 sono stati registrati 110.511 procedimenti giudiziari riguardanti l’articolo 407 del codice penale ucraino, cioè abbandono non autorizzato dell’unità o del luogo di servizio. Questo dato si avvicina a quello citato da Granato, ma non si riferisce al fenomeno della diserzione in senso stretto. Sempre secondo Ukrainska Pravda, per l’accusa di diserzione, prevista dall’articolo 408 del codice penale ucraino, i procedimenti registrati dal 2022 a luglio 2025 erano in tutto 50.058. Tra l’altro, questo non vuol dire che ci siano state effettivamente più di 50 mila diserzioni tra i soldati ucraini. Il dato fa riferimento infatti ai procedimenti giudiziari, non alle sentenze definitive per diserzione, che potrebbero essere molte meno.

Anche fonti stampa internazionali hanno fornito dati simili. Secondo un articolo dell’agenzia Reuters, pubblicato a dicembre 2024, dal 2022 i procedimenti penali aperti dalla giustizia ucraina per abbandono non autorizzato dell’unità o del luogo di servizio e diserzione erano stati fino a quel momento circa 95 mila. A dicembre 2025 Al Jazeera ha riportato invece che tra settembre 2024 e settembre 2025 i casi di abbandono non autorizzato dell’unità o del luogo di servizio da parte dei soldati ucraini erano stati 176 mila, mentre le diserzioni erano state 25 mila, meno di un quarto di quelle citate da Granato. 

Secondo Reuters, tra i motivi di queste diserzioni ci sarebbero la stanchezza fisica, la carenza di personale e le condizioni al fronte. 

Hallissey: «Sapete Putin quando riuscirà a conquistare tutta l’Ucraina con il ritmo con cui sta avanzando ora, secondo stime di Forbes? Nel 2256»

Il presidente di Più Europa e dei Radicali Italiani ha fatto riferimento a un articolo pubblicato dalla rivista Forbes il 1° maggio 2025, oltre un anno fa. In questo articolo si stima che, stando alla situazione di allora, la Russia avrebbe potuto conquistare tutta l’Ucraina solo nel 2256, come dichiarato da Hallissey. Questa stima però presenta alcuni problemi. Innanzitutto, Forbes partiva da questi dati: ad aprile 2025 le forze russe avevano conquistato circa 68 miglia quadrate, cioè circa 176 chilometri quadrati, mentre in totale circa il 19 per cento del territorio ucraino era sotto occupazione russa. La fonte a cui rimanda Forbes è il post di un utente su X che si occupa di analisi militari. 

Questi dati non sembrano del tutto coincidere con quelli di Russian Matters, un progetto dell’Università di Harvard che rielabora i dati pubblicati dall’Institute for the Study of War (ISW), un centro studi statunitense che si occupa di difesa e affari esteri, tra le fonti più affidabili per quanto riguarda l’avanzamento del conflitto in ucraina. All’epoca, secondo Russian Matters, tra il 15 marzo e il 15 aprile 2025 la Russia aveva conquistato circa 142 miglia quadrate di territorio ucraino, pari a 368 chilometri quadrati.

In ogni caso, partendo dai dati precedentemente citati, Forbes ha supposto che, se all’epoca restava da conquistare circa l’81 per cento dell’Ucraina e la Russia avanzava di circa 176 chilometri quadrati al mese, sarebbero serviti circa 231 anni per conquistare tutta l’Ucraina. Il problema di questa stima è che non è detto che valga ancora oggi. Il ritmo sul fronte russo-ucraino cambia molto a seconda del periodo considerato. Per esempio, di recente l’ISW ha scritto che nei primi quattro mesi del 2026 le forze russe avevano conquistato in media 2,9 chilometri quadrati al giorno, molto meno della media del 2025, quando era intorno ai 9,8 chilometri quadrati al giorno.

Granato: «Gli Stati Uniti sono il Paese che investe di più in armi»

L’affermazione di Granato è corretta se la consideriamo in senso ampio, cioè facendo riferimento alla spesa militare complessiva. Secondo le analisi dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2025 gli Stati Uniti sono stati il Paese con la spesa militare più alta al mondo, con 954 miliardi di dollari, davanti alla Cina che ha speso 336 miliardi di dollari, quasi un terzo. In totale, nel 2025 Stati Uniti, Cina e Russia hanno speso 1.480 miliardi di dollari, pari al 51 per cento della spesa militare mondiale. Bisogna però precisare che il dato SIPRI non riguarda solo l’acquisto di armi. Dentro la spesa militare rientrano anche altre voci, come il personale, le operazioni, la manutenzione e la ricerca militare. 

Hallissey: «La Russia ha avuto almeno il doppio dei morti (rispetto all’Ucraina)»

Hallissey ha sostanzialmente ragione se ci si riferisce ai militari morti dall’inizio dell’invasione russa di febbraio 2022. Non esistono dati ufficiali sui caduti dei due eserciti, ma le principali stime indipendenti indicano che le perdite russe sono molto più alte rispetto a quelle ucraine. Per esempio, secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), tra febbraio 2022 e dicembre 2025 le forze russe hanno avuto tra i 275 mila e i 325 mila morti, mentre quelle ucraine tra i 100 mila e i 140 mila.

 

 

La ricchezza in Italia

Granato: «L’Italia è un Paese ricco. Il problema è che questa ricchezza rimane accumulata nelle tasche di poche persone. Il 10 per cento possiede il 60 per cento della ricchezza; il 50 per cento più povero possiede il 3 (per cento)» 

Qui Granato cita un dato corretto e uno sbagliato. Le statistiche più aggiornate della Banca d’Italia, relative al quarto trimestre del 2025, mostrano che il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, in linea con quanto dice Granato. 

Non torna però il riferimento al 50 per cento più povero. Sempre secondo Banca d’Italia, la metà meno abbiente delle famiglie detiene il 7,2 per cento della ricchezza netta totale, più del doppio del 3 per cento citato dal co-portavoce di Potere al Popolo. 

Hallissey: «I 15 miliardari italiani hanno un totale di 500 miliardi, ma non sono liquidi»

Hallissey è impreciso. Secondo la classifica di Forbes, nel 2026 i miliardari italiani sono 89 – non 15, come sostiene il presidente di Più Europa – e il patrimonio complessivo è pari a 483 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 339 miliardi del 2025. Con tutta probabilità, Hallissey ha confuso il numero dei miliardari italiani con l’aumento registrato rispetto all’anno scorso. I miliardari italiani quest’anno sono infatti 15 in più rispetto al 2025, non 15 in totale. È invece sostanzialmente corretto dire che il loro patrimonio complessivo è di circa 500 miliardi, di dollari. Anche la precisazione sulla liquidità è corretta. Le classifiche di Forbes stimano il patrimonio netto, non il denaro disponibile sui conti correnti. Vengono quindi considerati anche vari tipi di beni, come le partecipazioni in società quotate e private, immobili, e altro.

Lavoro e povertà

Granato: «Dal 2007 al 2024 abbiamo perso 700 mila posti di lavoro nell’industria, però abbiamo il record di occupazione. Perchè? Perchè sono aumentati nei settori a lavoro povero, a basso valore aggiunto» 

La prima parte dell’affermazione di Granato è corretta nell’ordine di grandezza, ma va precisata. Secondo l’ultimo rapporto annuale ISTAT, tra il 2007 e il 2024 l’industria in senso stretto ha perso quasi 700 mila unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA). Il dato citato da Granato è quindi corretto nella cifra, ma ISTAT non parla direttamente di posti di lavoro intesi come persone occupate. Le ULA misurano il lavoro espresso in posti a tempo pieno: per fare un esempio, due lavoratori part-time possono valere circa una ULA. 

Nel primo trimestre del 2026 il tasso di occupazione destagionalizzato è arrivato al 62,7 per cento, in aumento rispetto al 62,5 del 2025. Tuttavia, la spiegazione di Granato sull’aumento di «lavoro povero» è parziale. Tra il 2007 e il 2024 l’aumento delle ULA non ha riguardato solo comparti a basso valore aggiunto. Sono cresciute di quasi mezzo milione le unità di lavoro nella sanità e assistenza sociale, e di oltre 400 mila nelle «attività professionali, scientifiche e tecniche». Quindi non tutta l’occupazione nata in questi anni può essere ricondotta a «settori a lavoro povero».

Collot: «Questa cosa ce la restituiscono anche i dati dell’ISTAT. (…) Ci dicono che c’è un quarto, forse un quinto, di famiglie che non sono in grado di arrivare alla fine del mese» 

Collot è imprecisa. L’indicatore ISTAT più vicino al senso dell’affermazione della co-portavoce di Potere al Popolo è quello sulla «grande difficoltà ad arrivare a fine mese». Nel 2024 le persone che vivevano in famiglie in questa condizione erano il 5,8 per cento, non un quarto o un quinto della popolazione. Il dato era comunque in aumento rispetto al 5,5 per cento registrato nel 2023. 

Con tutta probabilità, Collot confonde questo indicatore con quello sulla popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale. Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2025 questa quota era pari al 22,6 per cento, un valore vicino al quinto o al quarto citato dalla co-portavoce di Potere al Popolo. Questo indicatore però non misura direttamente la difficoltà ad arrivare alla fine del mese: comprende chi è a rischio di povertà, chi è «in grave deprivazione materiale e sociale» oppure chi vive in famiglie «a bassa intensità di lavoro».

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