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Perché lo spread basso non basta a risolvere i problemi del debito pubblico

Per anni si è parlato di quanto fosse importante ridurlo: e durante il governo Meloni si è dimezzato. Eppure, i problemi di debito dell’Italia sembrano sempre gli stessi
ANSA/JENNIFER LORENZINI
ANSA/JENNIFER LORENZINI
Lo spread continua a essere argomento di discussione all’interno della politica italiana. All’inizio dello scorso decennio, il termine era diventato molto popolare a causa della crisi dei debiti sovrani, e da quel momento il costo dell’indebitamento è stato monitorato con maggiore attenzione da media e politici. Oggi lo spread è molto più basso di un tempo, e durante il governo Meloni è addirittura dimezzato. Si potrebbe sostenere, quindi, che la ricetta per uscire dalla crisi del debito sia stata seguita con successo: abbassare lo spread – ossia la differenza tra il costo di indebitarsi per il governo italiano rispetto a quello tedesco – e ottenere così un accesso più semplice e meno costoso a fondi a prestito. Eppure, spesso si ha l’impressione che il governo continui ad avere problemi con i conti pubblici, il debito e il costo di indebitarsi, che impediscono di fare deficit e sbloccare risorse per politiche economiche espansive.

Il governo stesso si è intestato almeno due meriti sullo spread nel documento riassuntivo pubblicato in occasione del quarto anniversario del governo Meloni, il 22 ottobre 2026. In particolare, si sottolinea come lo spread sia calato di 127 punti base rispetto all’insediamento, il 22 ottobre 2022, più che dimezzandosi in quattro anni (da 236 a 109 punti base). Inoltre, si ricorda che lo spread italiano è più basso di quello francese. Si tratta del dato registrato nel primo semestre di quest’anno, ma anche nell’ultimo mese lo spread francese è oscillato tra 135 e 175 punti base, mentre quello italiano è rimasto stabilmente sotto i 130 punti. Nonostante questi risultati, lo spazio di manovra del governo è piuttosto limitato, il deficit continua a essere un problema, e la spesa per interessi è destinata a crescere nei prossimi anni. Il motivo è duplice: da una parte, lo spread non è più un indicatore efficace come un tempo, dall’altra, molti governi negli anni si sono concentrati quasi solo sulla riduzione di questo indicatore, senza occuparsi dei problemi strutturali alla base dell’instabilità finanziaria. 

Per capire come mai l’Italia continua ad avere difficoltà sui mercati finanziari nonostante lo spread sia basso bisogna allargare la prospettiva ai conti pubblici italiani.

Uno spread più basso non significa un debito meno costoso

Lo spread indica la differenza tra due tassi di interesse: il primo è quello pagato dall’Italia sui titoli di stato a dieci anni, ossia sui soldi che ottiene a prestito sui mercati finanziari con una scadenza di dieci anni; il secondo, è lo stesso tasso, ma pagato dal governo tedesco per il proprio debito. Il tasso sui titoli di stato tedeschi è stato preso a riferimento perché la Germania è la grande economia europea più stabile dal punto di vista finanziario. Storicamente, i governi della repubblica tedesca sono restii a fare nuovo debito e questo permette di pagare un basso tasso di interesse su uno stock di debito limitato. Nel 2025, il rapporto debito/PIL tedesco valeva il 62,8 per cento del PIL, contro il 136,7 per cento italiano. Il risultato è che l’Italia spende il 3,8 per cento del PIL in interessi sul debito, mentre la Germania si ferma all’1,1 per cento.

I conti pubblici più sani per l’economia tedesca fanno sì che indebitarsi sia molto poco costoso per la Germania, perché non ci sono solidi motivi per pensare che il Paese si possa trovare travolto da una crisi del debito e non sia più in grado di ripagare gli investitori che hanno comprato i suoi titoli di stato. L’Italia, al contrario, negli ultimi decenni ha ispirato meno fiducia sulla sua capacità di ripagare i debiti. Per questo motivo, paga un tasso di interesse sul debito più alto: come dicevamo, la differenza tra quanto paga il governo italiano e il costo del debito tedesco è lo spread. Negli ultimi anni, questo indicatore è diventato meno preciso, perché anche la Germania è andata in crisi. L’economia tedesca è in stagnazione dal 2022, soprattutto a causa della dipendenza tedesca dal gas russo. Un periodo così lungo di crescita economica ferma ha ridotto la fiducia degli investitori, aumentando il costo di indebitamento per la Germania. Dal momento che lo spread rappresenta il differenziale tra il costo del debito italiano e quello tedesco, se il secondo aumenta, lo spread calerà anche se il costo del debito italiano rimane costante. Non è scontato, dunque, che a un minore spread corrisponda una minore spesa per interessi rispetto al passato. 

Inoltre, l’inflazione degli ultimi anni ha fatto crescere i tassi di interesse, aumentando il costo dell’indebitamento per tutti. Dal punto di vista degli investitori, questo significa rendimenti più alti acquistando titoli di stato. Il fatto che titoli considerati più sicuri, come quelli tedeschi, abbiano iniziato a pagare rendimenti più alti può aver ridotto la pressione degli investitori sui Paesi meno sicuri, come l’Italia. Se chi acquista un titolo di stato sa che i tassi sono bassi e guadagnerà poco dall’investimento, potrebbe cercare di ottenere un margine più alto sul prodotto finanziario più rischioso, ossia sul debito italiano. Se invece i rendimenti sono già alti, il bisogno di ricercare un maggiore margine per premiare il rischio potrebbe essere inferiore, portando a spread più bassi.

Pagare poco sul nuovo debito non basta

Infine, va considerato il fatto che lo spread è rappresentativo del costo attuale di finanziamento sui mercati finanziari. Significa che uno spread basso permette di fare nuovo debito a un costo inferiore rispetto al passato, ma non che tutto il debito che abbiamo contratto sia diventato meno costoso. L’Italia continua a pagare quasi il 3,8 per cento del PIL in interessi perché ha un debito pubblico che vale oltre un terzo in più di quanto la nostra economia è in grado di produrre in un anno. Nel 2008, quando è scoppiata la Grande recessione, il debito italiano valeva il 105 per cento del PIL, mentre dal 2013 in poi è stato stabilmente intorno al 130 per cento. Questi prestiti aggiuntivi pesano sugli interessi e sul costo totale di gestione del debito, rendendo il problema più grave di anno in anno. Gli interessi, infatti, vengono finanziati con nuovo debito, che aumenta il totale già esistente.

Uno spread basso dovrebbe rappresentare un Paese che cresce a un tasso superiore rispetto agli interessi pagati sul debito. Se la crescita del PIL è superiore al costo del debito, infatti, il rapporto debito/PIL dovrebbe calare. Nel 2025, però, l’Italia spendeva circa 87 miliardi in interessi. Si tratta del 2,8 per cento dell’intero stock di debito, che valeva 3.097 miliardi nello stesso anno. Nel frattempo, tra il 2024 e il 2025 il PIL nominale è aumentato di 55 miliardi, meno rispetto alla spesa per interessi sia in termini assoluti che percentuali (+2,5 per cento).

L’abbassamento dello spread sembra più il risultato della stabilità politica italiana degli ultimi anni rispetto a un effettivo miglioramento dello stato di salute dei conti pubblici. Il governo Meloni è infatti l’esecutivo che è stato in carica più a lungo nella storia repubblicana e negli anni ha dimostrato di non voler perseguire posizioni estreme in ambito finanziario. Dopo circa un decennio di maggiori tensioni in questo senso, per esempio con le posizioni no euro della Lega, i mercati hanno trovato nuova fiducia nell’Italia. Il problema è che questa fiducia si basa più sulla dimensione dell’economia italiana e sulla ricchezza, che, in caso di crisi del debito, potrebbe essere tassata per riuscire a ripagare i titoli di stato. Dal punto di vista della crescita economica, della gestione dello stock di debito e della riduzione della spesa per interessi, invece, c’è ancora molto margine di miglioramento. La Grecia, per esempio, ha ridotto di 34 punti percentuali il proprio rapporto debito/PIL negli ultimi dieci anni, raggiungendo il livello italiano e, probabilmente, superandolo in un prossimo futuro.

Finché l’economia italiana non produrrà più di quanto spende per finanziare il proprio debito, sarà molto difficile per i governi trovare spazio fiscale sufficiente per introdurre nuove politiche. Queste nuove politiche, inoltre, devono avere un impatto positivo sulla crescita economica se non si vuole aggravare la situazione di indebitamento e ridurre ulteriormente lo spazio di spesa futuro. Indebitarsi, soprattutto per un governo, può essere una scelta corretta anche quando non porta a un ritorno economico diretto. Occorre però tenere a mente che in un Paese come l’Italia, seconda in Europa e terza tra i Paesi avanzati per livello di debito pubblico, ogni nuovo euro preso a prestito pesa su decenni di spese insostenibili ancora da ripagare.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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