Salvini si è dimenticato i referendum sulla giustizia

Da oltre due mesi e mezzo, sui social il leader della Lega non menziona più il voto referendario, che si terrà il prossimo 12 giugno
ANSA/LUCA ZENNARO
ANSA/LUCA ZENNARO
Il 12 giugno oltre 50 milioni di italiani potranno andare a votare per i cinque referendum abrogativi sulla giustizia, promossi dal Partito radicale e dalla Lega. Ma proprio la Lega e il suo segretario Matteo Salvini sembrano essersi dimenticati di questo voto, che sembra ormai essere caduto in un generale silenzio.  

A poco più di un mese dalla tornata referendaria, i post dedicati al referendum sui profili ufficiali social della Lega sono infatti pochi e l’ultimo messaggio sul tema lanciato da Salvini risale ormai a oltre due mesi e mezzo fa.

Un riassunto delle puntate precedenti

La Lega, insieme al Partito radicale, ha iniziato la raccolta delle 500 mila firme necessarie per indire sei referendum sulla giustizia a luglio 2021. 

Tra le varie proposte, il partito di Salvini chiedeva di modificare il sistema di elezione del Consiglio superiore della magistratura (Csm); di introdurre la responsabilità diretta per i magistrati, un sistema di valutazione, un limite ai passaggi di funzione e la separazione delle carriere; e di eliminare il ricorso alla custodia cautelare per chi si ritiene probabile possa commettere lo stesso reato per cui è incriminato. In più, i promotori dei referendum chiedevano di abolire la parte della cosiddetta “legge Severino” che vieta di candidarsi o di ricoprire cariche elettive e di governo a chi ha ricevuto una condanna definitiva. 

Tra il 15 e il 16 febbraio 2022 la Corte costituzionale ha giudicato ammissibili cinque quesiti referendari su sei, bloccando soltanto quello sulla responsabilità diretta dei magistrati. Il 31 marzo il governo ha poi stabilito – accogliendo una richiesta proprio della Lega – che il voto sui referendum si terrà il prossimo 12 giugno, dalle ore 7 alle ore 23, insieme alle elezioni comunali, che vedranno alle urne 26 capoluoghi di provincia, tra cui Genova, L’Aquila, Palermo e Catanzaro.

Ricordiamo che per essere validi i referendum abrogativi dovranno ricevere il voto della maggioranza degli aventi diritto di voto. Portare più persone alle urne è dunque fondamentale per sperare nel raggiungimento del quorum, ma, almeno fino ad oggi, la campagna comunicativa della Lega e di Salvini sui referendum è quasi del tutto assente.

Il silenzio di Salvini

L’ultimo post dedicato da Salvini ai referendum sui propri profili social (Facebook, Twitter e Instagram) risale al 16 febbraio scorso, con un’intervista rilasciata al Tg2 dove il segretario della Lega aveva commentato così il giudizio di ammissibilità dei quesiti appena arrivato dalla Corte costituzionale: «Dopo trent’anni saranno finalmente gli italiani a fare la riforma della giustizia».

Negli ultimi due mesi e mezzo i post dedicati da Salvini ai referendum sulla giustizia sono stati zero, mentre hanno trovato spazio messaggi contro i cinghiali per le strade di Roma o a sostegno di cuccioli di cane maltrattati.

Discorso analogo vale anche per i profili social ufficiali legati alla Lega, come “Lega – Salvini premier” o “Noi con Salvini”. Nelle ultime settimane queste pagine si sono fino ad oggi limitate a rilanciare, sporadicamente, alcune dichiarazioni di esponenti leghisti, come la senatrice Giulia Bongiorno.

Non è chiaro quali siano le ragioni dietro questa strategia comunicativa della Lega. Lo scorso 14 aprile, in un’intervista con il Corriere della Sera, Salvini aveva motivato così il suo silenzio e quello del suo partito sui referendum: «I primi cinque titoli dei tg sono sulla guerra, il sesto e sul Covid, il settimo sulle bollette. Parlare di separazione delle carriere dei magistrati è difficile: per questo preferisco parlare di casa, di risparmi e magari flat tax. Ma io spero di arrivare a maggio con il covid archiviato e la guerra ferma».

Nelle scorse settimane c’è stata poi anche un po’ di polemica sul fatto che il governo abbia deciso di far votare solo in un giorno i referendum, e non su due giorni, ostacolando così il raggiungimento del quorum. Questa critica non è però condivisa da tutti i membri della Lega. Per esempio, il 26 aprile, intervistato da Radio Radicale, il deputato leghista Paolo Tiramani si è detto preoccupato della «pochissima campagna referendaria» sulla giustizia, sia del governo che dei partiti, aggiungendo che «se una persona vuole votare, lo fa nel giorno idoneo, quindi che sia uno o due giorni poco cambia».
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